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CONTRO IL LIBERISMO O CONTRO IL PROTEZIONISMO?
CONTRO IL CAPITALISMO!

(23 Maggio 2017)

Editoriale del n. 53 di "Alternativa di Classe"

Donald Trump

Non c'è dubbio sul fatto che la “Brexit” a Giugno e la vittoria di Trump alle elezioni USA di Novembre scorso, hanno riportato, come non mai in questi ultimi anni, all'attenzione della opinione pubblica la scelta protezionista. E si parla, da parte di molti, di “svolta a destra” da parte “del mondo”... Certamente si tratta di eventi in cui l'ottica nazionalista a livello popolare dimostra di avere fatto proseliti, ma non bisogna fermare l'analisi alla superficie di quanto avviene.
Lo slogan che andava per la maggiore fino ai primi anni del Duemila era “meno stato, più mercato”. Era uno slogan che esprimeva, collegandole più di quanto non lo siano davvero, sia la tendenza al libero scambio sul piano internazionale (la cosiddetta “globalizzazione liberista”), che la riduzione (e quest'altra più a parole che nei fatti) dell'intervento pubblico in economia sul piano nazionale, il cosiddetto “keynesismo”, punto di riferimento, ormai storico, di certa sinistra riformista, che, peraltro, non ha mai smesso di rivendicarlo.
L'intervento pubblico in genere veniva presentato comunque come un freno per l'economia, e, nei discorsi dei politicanti, avevano cominciato a comparire formulazioni del tipo “Il mercato lo vuole...”, e/o “Oggi i mercati lo richiedono...”, che sono poi divenuti luoghi comuni nei discorsi di tutti i borghesi. Hanno così cominciato a dilagare, soprattutto come obiettivi, le privatizzazioni, che sono sempre state attuate come privatizzazione degli utili, ferme restando le socializzazioni delle perdite (ciò che serve al capitale), anche in termini di assistenza diretta da parte dello Stato.
Nella Storia il liberismo è stato, in realtà, solo l'ideologia che ha accompagnato lo sviluppo del capitalismo in una fase di concorrenza fra capitali nazionali, prima della definitiva formazione dei “trust”, ma i singoli stati non hanno mai smesso il loro ruolo di sostegno agli interessi dei capitali nazionali, attraverso le politiche monetarie e bancarie, i trattati internazionali, e via di questo passo.
Con la nascita dei monopoli ed il passaggio alla fase imperialista, la coesistenza tra liberismo e protezionismo è divenuta consueta, con differenze sia fra i Paesi più forti, quasi sempre “liberisti” all'estero, e quelli più deboli, che, invece, spesso si sono trincerati nel protezionismo, sia all'interno dei singoli Paesi, nelle diverse fasi di sviluppo, con il ricorso all'una o all'altra politica, a seconda delle necessità e delle congiunture dei capitali preponderanti. E' un dato, comunque, che entrambe le guerre mondiali si sono avute in momenti di contemporanea prevalenza di scelte protezioniste nei principali Paesi imperialisti.
Dopo il dopoguerra, con gli Accordi di Bretton Woods e l'istituzione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale il sistema visse un periodo di netta supremazia USA, anche per l'individuazione del dollaro come moneta di riserva internazionale. Questo durò fino alla decisione di Nixon del '71 dello “sganciamento” del dollaro dall'oro, dovuta alla crisi USA, a sua volta determinata dalla Guerra del Vietnam (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno V n.51 a pag.11), dall'ascesa europea e dalla successiva crisi petrolifera, mentre le ex colonie si andavano trasformando in paesi a capitalismo dipendente. Nella guerra commerciale, mai cessata, erano stati utilizzati dai diversi imperialismi sia strumenti liberisti, che protezionisti.
Dagli anni '80 in poi tale guerra è continuata in una fase di liberalizzazione dei mercati finanziari, con l'affermazione delle multinazionali ed enormi flussi di merci e capitali, nonché con meccanismi di integrazione dei mercati stessi, fino allo sbocco nella crisi economica, manifestatasi nel 2008. Le aggregazioni economiche di aree continentali o subcontinentali, sul modello della UE, nate e poi moltiplicatesi soprattutto in quegli anni, sono sempre alla ricerca di profittevoli “zone di libero scambio” all'esterno, praticando, invece, il protezionismo all'interno, nei settori di produzione di interesse specifico. Mentre il neoliberismo è la forma che ha assunto la penetrazione imperialista in nuovi mercati, è solo schematizzando che si può dire, tout court, che dagli strumenti liberisti si sta passando al protezionismo.
Contrariamente, però, a quanto si dice, sia la Brexit che l'ascesa alla Presidenza USA di D. Trump non inaugurano il “ritorno” al protezionismo. Recenti studi, peraltro prodotti al G20 di Hangzhou (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n.45 a pag.5) di Settembre '16, registravano, infatti, che le misure di liberalizzazione del commercio prese dall'Autunno 2009 all'Autunno 2016 “sono in un rapporto di uno a dieci con gli interventi discriminatori e restrittivi dello stesso commercio”. Nei mesi immediatamente precedenti di tali anni gli imperialismi del G20 hanno adottato il quadruplo dei provvedimenti discriminatori di sette anni prima.
Le maggiori chiusure commerciali sono provenute, nell'ordine, da USA, Russia, Argentina, Brasile, Germania, Regno Unito e, settima, l'Italia. Limiti alle partecipazioni estere agli appalti, finanza commerciale, tariffe all'importazione, difesa del commercio e, soprattutto, aiuti di Stato sono oggi gli strumenti cui fanno ricorso le economie più forti. Nel 2016, fino al 19 Agosto, i BRICS non certo più “aperti” in questo senso, hanno deciso ben 111 provvedimenti di questo tipo. Tutto ciò spiega molto bene anche come le grosse difficoltà che sta avendo un accordo commerciale come il Ttip (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n.43 a pag.1) dipendano molto dippiù dalla crisi del capitalismo che dalle “mobilitazioni popolari”.
E' noto che nel Comunicato finale della riunione del G20 di Baden Baden in Germania del 17 e 18 Marzo scorso, in preparazione del prossimo vertice (il dodicesimo) di Amburgo del 7 e 8 Luglio, gli USA l'hanno spuntata, facendo eliminare il “No al protezionismo”. A tale eliminazione tanto teneva il Presidente Trump, che vuole, infatti, rilanciare l'industria americana e l'export, con nuovi provvedimenti aggiuntivi in tal senso. Va chiarito che nel perseguire tale politica D. Trump non segue una propria inclinazione “di destra” da miliardario quale è, ma interpreta le necessità attuali di Wall Street e della finanza “made in USA”, pur tenendo conto delle esigenze, peraltro oggi opposte, della Germania della Merkel, con cui si è dovuto incontrare.
Il confronto reale a livello internazionale, cui le “mosse” politico-diplomatiche portano un relativo, ma non trascurabile contributo, sta avvenendo soprattutto fra USA, Germania e Cina, privilegiando il piano industriale e finanziario, verso nuovi rapporti di forze. In questo senso, sono da registrare due importanti successi cinesi: Mercoledì 3 Maggio il colosso cinese Hna Capital, dopo aver concluso importanti affari proprio col Trump finanziere, è divenuto il principale azionista di Deutsche Bank, mentre la conglomerata dell'hi-tech cinese, Tencent, quotata alla borsa di Hong Kong, è ora uno dei primi dieci gruppi mondiali per valore di mercato!...
La Cina, che ha ormai anche avviato, e su più binari, un processo di sganciamento dall'interdipendenza economica con gli USA, gli ha “giocato un brutto tiro”, proprio nel bel mezzo della ostentata contrapposizione politica di Trump alla Corea del Nord. In occasione della riunione annuale della Banca ADB (Asian Development Bank), nella quale peraltro la Cina sta aumentando il proprio impegno, si è svolto Venerdì 5 Maggio a Yokohama un Summit trilaterale con Giappone e Corea del Sud. Vent'anni dopo lo scoppio della “crisi finanziaria asiatica”, le principali economie dell'Estremo Oriente hanno così espresso la volontà di coordinare i loro interscambi, insieme resistendo “a tutte le forme di protezionismo”.
A livello di business è stata decisa in quella data l'intensificazione di rapporti tra ADB, a guida nippo-americana e presenza di ASEAN, ed AIIB, la banca di sviluppo a guida cinese ed a presenza europea, ma non degli USA, per il progetto strategico della Nuova Via della Seta, che, anche con il contributo del “Fondo per la Via della Seta”, promosso dalla Cina, prevede la realizzazione di sei infrastrutture logistiche di collegamento fra Europa, Africa ed Asia, sia a livello terrestre che marittimo, con la costruzione di nuovi rapporti economici. Sempre a Yokohama Sabato 6 si è poi svolto un incontro bilaterale tra i Ministri delle Finanze sino-giapponesi sui temi “di interesse reciproco”.
Proprio per mettere a punto il progetto cinese, che si propone le prime realizzazioni per il 2021, si è poi tenuto a Pechino tra Domenica 14 e Lunedì 15 il Forum “Belt and Road (Cintura e Via)” per la Cooperazione Internazionale con la presenza diretta di 28 Paesi e la rappresentanza di oltre cento Stati coinvolti, tra cui la Russia, una delegazione USA, le due Coree e lo stesso Giappone; l'Italia era presente con il premier Gentiloni, che ha puntato fortemente ad inserire il nostro Paese con un importante ruolo in questo enorme business. Nel Forum, all'insegna delle parole di “pace e prosperità”, la Cina ha rafforzato il proprio impegno per un nuovo liberismo e “contro il protezionismo”.
Dal Forum è uscito un Accordo con la firma di ben 68 Paesi, che ha registrato entusiasmo da parte del premier italiano: Gentiloni intravede un nuovo “protagonismo” italiano, e perciò benefici anche in termini di peso specifico nella UE. Per i firmatari sono evidenti i motivi economici, legati ai tentativi di penetrazione imperialista in altri mercati; in particolare per la Cina, non a torto, alcuni “diffidenti” commentatori occidentali (esperti della prassi imperialista) vedono anche nuove prospettive di un suo futuro prossimo potenziamento militare in mare, nelle stesse rotte individuate per la “Via della seta”...
Proprio alla vigilia del “Super-meeting”, pianificato dal premier cinese Xi Jinping come un ennesimo successo, il leader nord-coreano Kim Jong-un ha voluto mettere “i piedi nel piatto” della disputa con gli USA, comandando il settimo lancio sperimentale di un missile balistico verso il Mare del Giappone. Così le pesanti reazioni ufficiali, certamente prevedibilissime, di Giappone, Corea del Sud ed USA non si sono fatte attendere, mentre Russia e Cina si sono subito fatte avanti per una “soluzione politica” della controversia, per la quale il Consiglio di Sicurezza dell'ONU di Martedì 16 ha adottato una semplice dichiarazione di condanna, che non comporta riflessi economici per nessun componente.
Anche la Russia, che di per sé non dovrebbe essere certo contenta per l'iniziativa nordcoreana ai propri confini asiatici, si è allineata al “pacifismo” cinese, specchio per le allodole anche per molta “sinistra” qui in Italia... Infatti, contemporaneamente, la provocazione della Corea del Nord, la cui economia è strettamente legata a quella cinese, rappresenta anche, in qualche modo, per gli USA l'ammonimento su come lo scontro economico con il colosso asiatico potrebbe anche evolvere in futuro...
In definitiva, i due corni della contraddizione, liberismo e protezionismo, specialmente in questa fase “tardo-imperialista”, sono scelte che coesistono, quanto e più di prima, in questo sistema sociale, e dipendono unicamente dagli interessi economici contingenti della potenza che le adotta. L'attuale crisi strutturale di valorizzazione dei capitali, che sono in eccesso, insieme alle merci prodotte, vede assottigliarsi le possibilità di una ripresa economica stabile, in maniera tale da aumentare le probabilità di conflitti bellici anche più generali rispetto a quelli “decentrati” di questi ultimi 30 – 40 anni. Parteggiare in qualsiasi modo per l'uno o per l'altro imperialismo, sostenere il “globalismo” o forme di “sovranismo”, opporsi solo alle forme contingenti in cui si manifesta il capitalismo, significa, oltre che avvantaggiare il nemico di classe, sviare i proletari verso obiettivi altrui, che non lavorano per costruirne una forza reale e indipendente sul piano internazionale, che è, invece, più necessaria che mai.

Alternativa di Classe

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