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DOMANDE A SINISTRA

(25 Giugno 2017)

Anna Falcone

Anna Falcone, promotrice con lo storico dell'arte Tomaso Montanari dell'appello per una sinistra unita alla base dell'assise del Brancaccio del 18 giugno

Era facilmente prevedibile il cattivo esito dell’Assemblea del 18 giugno scorso: troppo fragile l’impianto politico proponente, troppe ambiguità da “politica politicante” nella platea: il 1 Luglio la successiva assise convocata da “Campo Progressista” sancirà la strutturazione di un soggetto “corrente esterna” del PD assolutamente non rispondente alle esigenze di rappresentanza politica che emergono sia dai soggetti percorsi brutalmente dalle contraddizioni emergenti nella società moderna, sia ai riferimenti di quella che è stata la storia della sinistra italiana.
A coloro che intendono rifiutare il percorso da “sinistra esterna” e di muoversi nel solco di una astratta ricerca della governabilità e pensano invece ad una necessità di espressione di memoria, autonomia, identità di progetto mi permetto, allora, di rivolgere alcune domande sviluppate sotto forma di sintetici punti di analisi riferiti all’attualità politica.
Ecco di seguito:

1) Contrariamente a quanto affermato da più parti il nuovo corso USA, avviato con l’elezione del sottovalutato e vituperato Trump n,non si sta muovendo nell’isolazionismo ma sta costruendo un proprio sistema di potere e di relazioni internazionali che si adatta al quadro geopolitico maturato nel quadro dell’arretramento del processo di globalizzazione. In questo senso può essere letta l’operazione di rottura avvenuta tra i Paesi del Golfo e il Qatar filo – iraniano. Anche l’appoggio alla Brexit (come “restringimento” e non “allargamento” dell’Atlantico) andrebbe collocato nella stessa dimensione. In questo quadro la cosiddetta Europa risulta del tutto emarginata(non certo intesa come “competitor” degli USA) . Un’ Europa (continentale) considerata estranea ai grandi giochi del potere mondiale (armi, energia). Il risultato sarebbe quello di un’Europa lasciata alla guida tedesca in un ruolo del tutto subalterno nella fase di chiusura della “solidarietà atlantica” che aveva caratterizzato il secondo dopoguerra. Il filo che terrà assieme il nuovo discorso USA sarà quello dell’ingigantimento del traffico d’armi e quindi delle spese militari dei grandi Paesi, oltre al conseguente utilizzo in grande stile delle risorse fossili: i due punti sui quali si pensa di realizzare la ripresa della “produzione” in luogo dello stabilirsi dell’egemonia di una “new economy” fondata su di un ulteriore passaggio dell’innovazione tecnologica distruttiva delle forme novecentesche (ma mai tramontate) del “lavoro vivo”. Un quadro “stile guerra fredda” da ritorno al futuro, con gli USA che non esportano la democrazia ma svolgono una funzione – guida di un campo ben preciso, quello del riarmo di alcune grandi potenze comprese quelle arabe, senza avere però di fronte (come negli anni’50 del XX secolo) un “contraltare sistemico”. Prevedendo anche ulteriori passaggi di marginalizzazione per diverse aree del mondo. Questo stato di cose comunque non impedirebbe lo sviluppo di un intreccio di traffici molto complesso, come quello previsto dalla Cina con la nuova “via della seta” e l’acquisizione di ulteriori terreni coltivabili da occupare in Africa e nell’Europa Orientale da parte dei giganti asiatici;

2) Uno sguardo, allora, alla situazione italiana. Di conseguenza a quanto sopra esposto, in questa Italia sempre più ristretta in confini di puro provincialismo e priva da tempo di politica estera, le forze politiche si stanno adattando nel limitare sempre più (dopo gli anni delle diverse subalternità: da quella atlantica a quella dell’Europa delle banche)il loro campo d’azione alla coltivazione dell’orticello nel quale si sta lavorando per mettere in piedi un nuovo consociativismo auto conservativo. Già esauriti i furori “pro – Macron” l’Europa, in un tempo recente oggetto del contendere, è sparita dall’orizzonte e i padri europeisti del defunto centrosinistra sospinti ai margini del sistema. Ci si adatta all’egemonia tedesca nell’ambito del restringimento dell’Atlantico e del nuovo sistema di potere USA. Per il “disegno europeo” una visione di progressiva perdita di ruolo e di evidente declino. Intanto nel quadro internazionale il dibattito politico italiano non interessa a nessuno, neppure in ciò che resta del quadro europeo. Un dibattito, quello italiano, che va ripiegandosi su se stesso in una sorta di esaurimento del sistema. Al tempo della logica dei blocchi almeno i maggiori partiti stavano agganciati a una delle due parti possedendo anche una certa zona d’influenza. Adesso tutto è ormai svanito dopo la fallace ubriacatura “europea”. Servirebbe la massima attenzione e la capacità di cimentarsi nella nuova dimensione perché pare proprio si sta aprendo una fase diversa, ma non se ne ravvede l’intenzione. Meglio rinchiudersi in un regime di oligarchia predeterminata facendola scambiare, nell’immaginario collettivo grazie all’asservimento dei mezzi di comunicazione di massa, per “governabilità”.

3) La situazione globale descritta al punto uno presenta come prioritario il rischio di guerra se non in una dimensione globale almeno in una molteplicità di focolai, oltre a quelli già esistenti e attivi(sbocco naturale del rafforzamento militare). Una proposta alternativa di vera rivitalizzazione possibile del dibattito politico potrebbe essere quella di considerare lo spazio europeo come sede per una battaglia e una proposta di neutralità e demilitarizzazione. Per portare avanti un’ipotesi di questo tipo però non basta il recupero e la ripresa del movimento per la pace ma è necessaria una soggettività politica compiuta a forte vocazione internazionalista. Compagne e compagni impegnati sia nei partiti di sinistra esistenti sia in movimenti (in particolare quelli che si occupano delle distorsioni provocate dall’Europa dei banchieri) farebbero bene a rifletterci almeno con la stessa intensità con la quale cercando di occuparsi di liste elettorali, non limitandosi a seguire l’ovvietà delle analisi prefabbricate o, ancor peggio, a inseguire le solite chimere elettoralistiche di improvvisati rassemblement normalmente abituati a esiti a somma zero. Sarebbe un primo passo, piccolo, ma sicuramente in avanti nella ricerca di adeguare la propria lettura del mondo a ciò che sta realmente accadendo.

4) In questo senso si tratta di aprire,a sinistra, una riflessione strategica partendo dal superamento del grande fraintendimento sviluppato fin dagli anni’90 con l’idea che globalizzazione economica e politiche nazionali coincidessero in una ipotesi di rapido superamento dello “Stato – Nazione”. Ciò che accade in questa fase dimostra che (come già intuì Gramsci nell’immediato post prima guerra – mondiale) rimane l’asimmetria tra cosmopolitismo economico e politica nazionale, inoltre hanno ripreso piena forza contraddizioni che si ritenevano superate dall’innovazione tecnologica e dall’affermazione del consumismo individualistico come quella tra capitale / lavoro e città/campagna che, invece, rimangono tutte da affrontare nel pieno del delinearsi di una drammatica prospettiva politica di fase nella quale si tengono assieme pericoli di guerra, intensificazione dello sfruttamento, impoverimento generale, soffocamento delle prospettive di liberazione di genere, assalto speculativo al territorio e all’ambiente.
5) Su queste basi si può ancora pensare alla necessità di portare avanti un discorso di soggettività politica fondata sulla rappresentanza e l’espressione dei soggetti portatori di contraddizioni sociali concrete e, di conseguenze, sviluppare l’opposizione si trovano, all’interno del quadro fin qui descritto, a dover affrontare almeno tre problemi di grande rilievo:

a) Disporre di uno strumento in grado di produrre orientamento generale;

b) Elevare il grado d reale rappresentatività del soggetto politico rispetto alla società;

c) Proporre un livello di quadri in grado di condurre una vera e propria “kulturkampf”.

In questo senso si pone un interrogativo: da dove può essere possibile far ripartire una prospettiva di riaffermazione d’identità e di autonomia progettuale?
Per chi, come noi, si trova in uno stato di vera e propria “alienazione” rispetto a un sistema politico al riguardo del quale non è neppure più possibile procedere “controcorrente” si tratta davvero di volare alto analizzando tre punti assolutamente fondamentali:

a) Il pressoché definitivo esaurimento delle tradizionali formule politiche;

b) Il venir meno, dal punto di vista della sinistra, dei tradizionali punti di riferimento storico – politici;

c) La necessità di ritrovare una riconoscibilità concreta della contraddizione capitale/lavoro intrecciandola all’insieme delle contraddizioni definite post-materialiste, “in primis” quella dell’assalto capitalistico alle condizioni materiali di vivibilità sul pianeta messe in discussione dalla speculazione selvaggia attuata verso territorio e natura e a quella della rimasta intatta “sopraffazione di genere”

d) L’assunzione della realtà imposta dalla crisi evidente della democrazia cosiddetta “liberale” ripensando i termini di una “democrazia costituzionale” fondata sull’effettiva rappresentanza politica delle contraddizioni sociali rifiutando il modello della verticalizzazione del potere opposto sovrastante attraverso veri e propri artifizi una società organizzata orizzontalmente.

Franco Astengo

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