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Ventiquattro ore senza di noi

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Perché più diritti per gli immigrati e i loro figli, vuol dire più diritti per tutti

(3 Luglio 2017)

cub immigrazione roma

Il Disegno di legge sullo ius soli, in discussione al Senato, ha suscitato un dibattito a un tempo teso e articolato, che i grandi organi d'informazione rilanciano di continuo. Per quanto variegato sia il novero delle posizioni, si avverte che qualcosa manca. Ossia, che vi è un'omissione che accomuna sia coloro che difendono l'introduzione dello ius soli, nella versione "temperata" oggi in agenda, sia coloro che la rifiutano. I primi, giustamente, vedono in questo passaggio un segno di maturità democratica, i secondo agitano il fantasma della perdita dell'identità.

Entrambi gli schieramenti, però, disconoscono un dato: il fatto che oggi, con diversi anni di ritardo, discutiamo di ius soli, non si deve alla bontà di qualche esponente politico. La rivendicazione della cittadinanza per i figli d'immigrati nati in Italia, rimanda a non meno di 20 anni di battaglie, condotte dalle associazioni di immigrati e dalle forze del sindacalismo di base; non a caso, la Cub immigrazione ha inserito questo punto nel suo Statuto. Si tratta, in effetti di un nodo cruciale, tale da qualificare il modo in cui un paese si rapporta alla sua mutata composizione etnica e culturale. Per questo, tante sono state, nel corso degli anni, le manifestazioni e le iniziative che hanno ribadito la necessità di superare il sistema fondato sullo ius sanguinis, non solo anacronistico ma allusivo di quell'idea di comunità fondata sul sangue che è bene liquidare definitivamente, in un paese che ha conosciuto la barbarie del totalitarismo fascista.

Ora, per quanto in Italia il ceto politico e i luoghi della rappresentanza tendano ad essere sordi, a non considerare le voci che si levano dalla società, in genere la perseveranza paga. I lunghi anni di mobilitazione attorno allo ius soli hanno sicuramente contribuito a inserirlo nella discussione politica. Poi, certo, i vari partiti perseguono i propri obiettivi, immediati o di lungo termine, che non sempre risultano ispirati da nobili ideali. C'è chi dice che il Pd voglia assicurarsi, per il futuro prossimo, un buon pacchetto di voti: non siamo - per fortuna - nella testa dei suoi dirigenti e non possiamo escluderlo, anche se, a ben vedere, la mossa in questione potrebbe pure portare a perdere consensi nei settori più retrogradi del suo bacino elettorale, che non è tutto "illuminato" e "antirazzista".

Di certo, noi nel Pd non riponiamo alcuna fiducia: troppo spesso i sindaci afferenti a quest'organizzazione hanno indossato i panni dello sceriffo per affrontare problemi sociali, legati alla povertà e al disagio abitativo di tante persone, native o immigrate. Ma il fatto che il Parlamento italiano finalmente si stia confrontando con un tema a noi caro rimane un segnale positivo, quale che sia la forza politica che - anche in virtù di calcoli di vario tipo - ha presentato il testo di legge. Si tratta di una conquista civile che rende oggettivamente meno fragile la condizione sociale di milioni di persone. Non parliamo solo dei figli degli immigrati che, almeno a livello giuridico, saranno meno soggetti a discriminazioni e si troveranno in una situazione di minor disparità rispetto ai loro coetanei, "italiani al 100%". Qualche vantaggio si avrà pure per i loro genitori, che non essendo più madri e padri di "paria" saranno un po' meno "paria" anch'essi.

Certo, il testo di cui si sta discutendo in Senato, e che potrebbe anche peggiorare in corso d'opera, pur costituendo un avanzamento rispetto al passato, non corrisponde del tutto alla nostra visione. A dispetto della propaganda di destra, che parla di un'acquisizione automatica della cittadinanza, le limitazioni non mancano in nessuno dei due meccanismi previsti per diventare italiani e non sono di poco conto. Ad esempio, il cosiddetto ius soli "temperato" prevede che almeno uno dei genitori abbia una permesso di soggiorno Ue di lungo periodo, ossia un documento che si può ottenere solo in base a determinate condizioni: risiedere legalmente in Italia da almeno 5 anni, aver superato un test di conoscenza della lingua italiana, avere un'abitazione consona ai requisiti di legge, disporre di un reddito annuo non inferiore all'importo dell'assegno sociale Inps.

Per quanto concerne lo ius culturae, il minore straniero nato qui - o che è entrato nella penisola entro il dodicesimo anno di età - diventa italiano se frequenta con regolarità uno o più cicli scolastici per non meno di 5 anni. Oppure, se ha fatto ingresso in Italia prima del compimento dei 18 anni, se vi risiede legalmente da almeno 6 anni e ha conseguito un titolo di studio in un corso scolastico svolto nella penisola. Dunque, vi sono delle distanze non irrisorie rispetto ai paesi che - come gli Stati Uniti, il Canada e l'Ecuador - consentono l'acquisizione automatica della cittadinanza. Distanze che, dal nostro punto di vista, debbono essere prima o poi ridotte. Anzitutto perché, per quanto attiene allo ius soli temperato, la quotidiana esperienza come Cub immigrazione ci ha fatto capire che l'ottenimento del permesso di soggiorno Ue di lungo periodo è veramente difficile: troppi i requisiti richiesti, che spesso cozzano con quella realtà materiale per cui, solo per fare un esempio, nelle metropoli è raro avere un'abitazione idonea ai sensi della legge. Per quanto riguarda lo ius culturae, ci sentiamo di ribaltare l'osservazione di chi - come il giornalista Marco Travaglio - ritiene un ciclo scolastico insufficiente a "fare di un giovane un vero italiano". Perché, questo non è forse vero anche per i figli dei nativi? L'italianità non può essere concepita come un'identità immobile e data una volta per tutte, da inculcare esclusivamente a chi non ha il "sangue giusto" (è questo, in fondo, l'implicito di un certo modo, restrittivo, di concepire lo ius culturae: un ritorno, sotto mentite spoglie, dei concetti alla base dello ius sanguinis).

Nelle diverse fasi in cui la penisola ha prodotto una cultura guardata con ammirazione nel mondo intero, non vi era questo arroccamento e non si aveva paura della contaminazione con le identità altrui. Del resto, l'Italia è un mélange etnico da millenni ed ben strano che lo si dimentichi proprio adesso, in un periodo in cui il mondo s'è veramente fatto più piccolo e le ibridazioni culturali sono all'ordine del giorno ovunque. E' giusto che i figli degli immigrati siano considerati alla stregua dei piccoli dei nativi: in entrambi i casi, il percorso di acquisizione d'una coscienza civica sarà lungo, man non dipenderà da formalismi, per giunta imposti solo ai primi. E' ragionevole che quelli che vengono da altre tradizioni culturali si "adeguino" ai costumi vigenti, a patto di riconoscere che anche loro, in una certa misura, concorrono a formare l'identità e il sentire comune - a un tempo radicati nel passato e in costante evoluzione - del paese. Su queste basi, se la legge dovesse passare in entrambi i rami del Parlamento, così com'è stata proposta o con modifiche in chiave peggiorativa, non escludiamo, come Cub Immigrazione d'intraprendere una battaglia affinché nel futuro prossimo vengano meno alcune delle limitazioni che abbiamo poc'anzi descritto. Lo sappiamo, ci sarà chi obietterà che così si aprono le porte all'invasione dell'Italia, che sarà "presa di mira" da orde di immigrati attratti dalla prospettiva della cittadinanza facile, nonché dalla possibilità di esser mantenuti senza far nulla, per giunta manifestando ingratitudine verso le comode sistemazioni "alberghiere" rappresentate dai Cara e dai Cie...

Insomma, avremo di fronte, rafforzato, tutto l'armamentario propagandistico d'infimo livello che attraversa le trasmissioni televisive spazzatura dei vari Gerardo Greco e Maurizio Belpietro. A cui risponderemo con vigore, ricordano le vere cause dell'immigrazione, che non rimandano al presunto fascino che l'Europa-Eldorado eserciterebbe su persone che sognano una vita agiata e senza fatiche, ma alle guerre per il controllo delle risorse energetiche e al saccheggio delle materie prime di cui tutti i grandi paesi occidentali - Italia inclusa - sono in varia misura responsabili. Certo, non sarà facile contrastare certe parole d'ordine razzistoidi, che oggi sono lanciate con inedita ferocia da una formazione politica, la Lega, che ha assunto gli inquietanti connotati del "partito monotematico". Intendiamoci, questa organizzazione è sempre stata contraria all'espansione dei diritti degli immigrati, in ossequio alle spinte delle piccole e medie imprese del nord est, che nelle persone provenienti da altri paesi hanno sempre visto una manodopera da spremere senza pietà, quindi possibilmente sprovvista di qualsivoglia tutela giuridica. Tuttavia, l'ossessiva insistenza degli ultimi tempi circa una presunta invasione del paese va ben oltre il messaggio della Lega originaria. Il fatto è che, spinto dall'establishment a rinunciare agli ambiziosi ma velleitari progetti degli inizi (come la devolution e il federalismo fiscale), il partito oggi guidato da Salvini ha dovuto concentrarsi sulle campagne permanenti contro gli immigrati. Una scelta gradita alla classe dirigente del paese, lieta che vi sia qualcuno intento a dirottare verso gli immigrati il malessere diffuso: è in questa chiave, a ben vedere, che va collocata l'impressionante copertura mediatica di cui hanno sin qui goduto le nauseanti esternazioni di Salvini e dei suoi.

D'altronde, slogan truffaldini come "prima gli italiani" servono anzitutto a occultare che viviamo in una società divisa in classe e che, oggi, la classe che vive del proprio lavoro è soggetta ad un attacco forsennato. Lo dimostra la reintroduzione, attraverso un emendamento alla manovra 2017, di quei voucher che rappresentano uno degli strumenti della precarizzazione del lavoro: un passaggio che ha visto organizzazioni formalmente avversarie come Lega e Pd allineate sul medesimo fronte filo-padronale. Se le fandonie del partito di Salvini, amplificate da quasi tutti i giornali, si fanno ancora largo tra la popolazione, non è detto che sarà sempre così. Come Cub Immigrazione non ci faremo paralizzare da chi fomenta l'odio e siamo pronti a rilanciare battaglie come quella per uno ius soli con meno limitazioni, collegandole con le lotte di chi vuole vedere meno umiliato il lavoro e meno sfigurato dalla logica del profitto il territorio. Più diritti per gli immigrati e per i loro figli, dal nostro punto di vista vuol dire più diritti per tutti: sviluppare concreti momenti di solidarietà tra persone che vivono i medesimi problemi, native o straniere che siano, è il maggior antidoto alla retorica di chi crea contrapposizioni tra poveri per nascondere le responsabilità di quei poteri forti che, perseguendo il proprio tornaconto, hanno messo questo paese in ginocchio.

Cub Immigrazione Roma

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