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Guerra e pace

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(25 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

Contro l'Onu e i "signori della pace"

(19 Luglio 2005)

La settimana prossima – martedì 19 Luglio – il Parlamento vota un nuovo finanziamento economico alle truppe d’occupazione italiane in Irak.

Per quella giornata le reti di movimento, già promotori della giornata nazionale di lotta del 19 Marzo, nonché del Corteo/Parade del 2 Giugno a Roma scorso, attaccato dalla polizia di Pisanu, hanno indetto una mobilitazione per far sentire la protesta contro la guerra, per il ritiro delle truppe dall’Irak, dall’Afghanistan e per la cacciata delle basi USA e NATO dai nostri territori.

Non ci nascondiamo le difficoltà di una mobilitazione di questo tipo, all’indomani dei fatti di Londra, nel pieno di una ipocrita campagna di esecrazione all’insegna dell’Union Sacree Antiterroristica e nel mentre le istituzioni varano un ulteriore giro di vite legislativo, pesantemente, autoritario e liberticida.

Inoltre – ed è questo un dato su cui chiamiamo i compagni e gli attivisti no/war ad un confronto chiaro e leale – è in atto un tentativo, da parte anche di pezzi e consorterie dell’arcipelago pacifista, di mettere la sordina alle ragioni di lotta più radicali del movimento producendo una, sostanziale, moratoria delle forme di lotta e degli obiettivi politici più, conseguentemente, schierati contro il complesso delle aggressioni imperialistiche, contro la dottrina della guerra preventiva, contro le missioni di “pace e di guerra” del nostro governo e per la piena legittimità della Resistenza e dell’Autodeterminazione del popolo Irakeno.

Un ampio arco di forze critico verso queste derive e che rifiuta la fuorviante e paralizzante equazione “Guerra/Terrorismo” ha ritenuto di non accodarsi a questa vera e propria operazione di depotenziamento del movimento di lotta rifiutando, ancora prima dei recenti fatti di Londra, l’Appello del Tavolo della Pace di sfilare, nella Marcia Perugia-Assisi, nel giorno simbolico del prossimo 11 Settembre, con al centro l’equivoca parola d’ordine dell’ONU dei Popoli e del “Riprendiamoci l’ONU” .

Anzi l’impostazione programmatica e l’intera gestione politica di questa edizione della Marcia Perugia-Assisi ci confermano la validità della nostra scelta di costruire una mobilitazione che ribadisca l’alterità degli obiettivi di sempre e l’autonomia del movimento da ogni sirena compatibilizzante.

A questo proposito – anche in risposta ad alcune mistificazioni circolate nelle ultime settimane – alleghiamo un nostro contributo sul tema “Guerra/ONU/Diritto Internazionale” in preparazione ai prossimi appuntamenti di lotta.

RED LINK

UN CONVEGNO IL 10 SETTEMBRE: mettiamo a nudo l’Onu e “i signori della pace”.

E’ stato convocato dal comitato che ha organizzato la manifestazione nazionale a Roma il 19 marzo 2005, alla quale hanno partecipato circa 100 mila persone per chiedere il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq.

E’ una scelta coraggiosa non solo perché si propone di dissacrare uno dei più osannati miti del XX secolo, ma anche perché cade il 10 settembre, lo stesso giorno in cui “il tavolo della pace” ha indetto, con la partecipazione di settori della sinistra istituzionale, un convegno dal titolo ambizioso “riprendiamoci l’Onu”, e alla vigilia dell’11 settembre, giorno in cui i pacifisti cattolici hanno emblematicamente scelto di tenere l’annuale marcia Perugia/Assisi.

E’ coraggiosa, perché il manuale della “buona” politica impone che, quando il nostro peggiore nemico cerca di sbarazzarsi di una struttura, da noi pure ritenuta “insoddisfacente”, bisognerebbe quantomeno sospendere la nostra critica a tale struttura; come pure impone che ad ogni manifestazione di vaste masse sarebbe sempre opportuno partecipare sia pure con la più grande severità critica. Che cosa ha invece suggerito questa trasgressione del rito?

Quanto all’Onu –a parte gli argomenti di merito a sostegno di una sua radicale delegittimazione “da sinistra”- non sarà sfuggito a nessuno che negli ultimi anni la sua invocazione è sempre servita a moderare e ostacolare il movimento che si è opposto alle aggressioni e alle occupazioni militari di determinate aree. Questa invocazione, tutta strumentale, non si è lasciata scoraggiare neppure dal fatto che l’Onu sia apparsa sempre più clamorosamente come una delle più iattanti espressioni di organizzazione autocratica e dispotica, che si esaurisce nel suo Consiglio Permanente di Sicurezza, autoeletto una volta per tutte, cui fanno da corollario un Maggiordomo/Presidente, un’Assemblea di diplomatici incaricati dai governi e un carrozzone di migliaia di funzionari, con paghe superiori perfino a quelle dei deputati italiani e incaricati in missioni di accertato scandaloso malaffare. A maggior ragione è apparsa nel modo predetto, quando qualche suo eccezionale ispettore è stato trattato alla stregua di un quattro di coppe. Ma, pur di aggirare o attenuare la richiesta di ritiro delle truppe, superando ogni pudore intellettuale, si è fatto perfino appello ad una Onu riformanda (o a frazioni irreali dell’Onu) a sostituzione delle più vergognose occupazioni militari. L’importante è mettere la sordina alla liberazione “senza se e senza ma” di un territorio occupato. Come tutti hanno modo di leggere –per capire quanto sia strumentale detta invocazione-, non si ha neppure la cautela di precisare che l’intervento dell’Onu sarebbe legittimo alla conditio sine qua non della sua effettiva riforma in senso popolare.

A questa logica non sfugge “il tavolo della pace”, che per dare un minimo di credibilità all’illusione che vuole seminare, arriva ad inventare, con la disinvoltura di chi non deve rendere conto a nessuno, una vera e propria menzogna storica, che perfino molti viventi possono facilmente verificare come tale senza fare ricorso ai libri di storia. Invitando a mobilitarci per “riprenderci l’Onu”, questa associazione vorrebbe farci intendere che l’Onu in qualche tempo sia stata nostra o dei popoli.

Temendo per scrupolo di non poter fare sempre affidamento sulla nostra memoria, siamo andati a consultare qualche testo specializzato sulla materia (di Conforti e perfino del più condiscendente onuista Cassese), ma, al di là di qualche opinabile valutazione soggettiva, ci è stato confermato dalla esposizione dei fatti che i padri fondatori dell’Onu sono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e la Cina nazionalista, a cui è stata associata la titubante Unione Sovietica, che ha dovuto superare la precedente e ben nota tesi del “covo dei briganti”. Peraltro, all’atto di fondazione ufficiale, il 26 giugno 1945, l’Onu non si coprì neppure con la foglia di fico rappresentata dalla partecipazione di tutti gli Stati del mondo. Ne erano presenti solo 51 e per lo più occidentali. La nuova organizzazione, di cui si è tanto decantata la spinta alla decolonizzazione, tenne fuori la maggior parte degli Stati, perché non riconosciuti sovrani, in punto di diritto, in quanto parti di colonie e di amministrazioni controllate. E per sovrappiù di “democrazia”, i padri fondatori ritennero opportuno e più efficiente autoeleggersi perennemente come membri del Consiglio di Sicurezza, avocando a sé tutti i maggiori poteri e precisando, per togliere ogni dubbio, che, durante le sue riunioni, l’Assemblea Generale non doveva disturbare neanche con suggerimenti (cioè con l’unico potere ad essa “illuminatamente” concesso). Né l’Onu diventò un’organizzazione universale successivamente, magari forzatamente, quando si scatenarono tutte le lotte di liberazione anticoloniale. Sfogliando i due autori sopra menzionati, veniamo a ripassarci che la Cina proclamatasi popolare con più di 600 milioni di abitanti (praticamente buona parte dell’umanità) non solo fu tenuta fuori, ma subì anche un lunghissimo embargo. Al suo posto fu oltraggiosamente tenuta la piccola e servizievole Formosa, che, per di più, fu confermata provocatoriamente anche nel Consiglio di Sicurezza.

Né l’Onu fu riformata dall’ingresso di tutti i paesi decolonizzati. Sempre se ricordiamo bene, in questo periodo Lumumba fu consegnato con la complicità dell’Onu ai suoi assassini; l’Onu non mosse un dito contro la Francia che massacrava e torturava in Algeria; né diede segni di vita in occasione delle provocazioni statunitensi nella Baia dei Porci a Cuba. O forse i popoli si appropriarono dell’Onu, perché questo organismo fu costretto ad adottare, tramite le “cortesi votazioni” per consensus, un linguaggio politicamente corretto, e a fare finta di condannare le massime infamità del sionismo a danno dei palestinesi? Ma siamo sicuri, tanto per fare un esempio, che un razzista smetta di essere tale, perché non parla più di differenze biologiche ma solo di quelle “culturali”?

Tutte le volte che abbiamo rammentato questi aspetti e fatti in contraddizione con il mito, i nostri interlocutori hanno voluto evidenziare che comunque l’Onu avrebbe operato una svolta storica simile a quella iniziata con il tabù dell’incesto, recependo nella sua Carta il ripudio assoluto della guerra. Ora, mentre il pericolo delle grandi guerre si ripresenta più attuale che mai, ci viene spiegato che ciò dipende dal fatto che l’Onu sarebbe sfuggito dalle mani dei popoli, sottintendendo ancora una volta che quel ripudio così come formulato e sancito (e non altro) ebbe a funzionare come freno alla guerra, almeno all’inizio e per alcuni decenni. Anche al riguardo, senza alcuna pedanteria ma sottolineando fatti ultranotori, è il caso di fare alcune precisazioni.

Tanto per cominciare, viene subito da dubitare sulla volontà pacifista assoluta di alcuni “signori” che, pochi mesi prima di fare approvare la Carta dell’Onu, decidono senza battere ciglio di annientare una città come Dresda (esempio di un lungo e lugubre elenco), a Germania praticamente già sconfitta. Quando a Churchill fu fatto notare che, peraltro, in quella città risiedevano solo donne, bambini, vecchi e invalidi, egli rispose cinicamente di esserne al corrente e che era sua intenzione punire proprio il popolo nemico tedesco reo di essere stato consenziente con il nazismo (dimenticando i suoi consensi). Il risultato del feroce bombardamento, durato 3 giorni, furono 202.000 morti: più di quelli di Hiroshima! Ma una volta approvata la Carta, i “signori della pace” furono dalla sua “sacralità” almeno moderati nella loro ferocia? Se qualcuno l’ha dimenticato, facciamo notare che una quarantina di giorni dopo l’assemblea di San Francisco (tenuta significativamente negli Stati Uniti e non più in un paese neutrale), il maggiore azionista del Consiglio di Sicurezza decise di annientare ben due città giapponesi con le bombe atomiche, sempre a Giappone già sconfitto. Nessuno chiese poi, a Norimberga, di mettere sul banco degli accusati anche Truman (democratico). Al dubbio, che ora sempre più affiora, che fosse doveroso farlo, anche a sinistra qualcuno si è precipitato a chiarire che questo “orrendo massacro” sarebbe comunque incommensurabile con l’Olocausto, perché non ispirato da un razzismo totale e perché circoscritto nel tempo e nello spazio. Dubitiamo che lo stesso massacro sarebbe stato sostenibile, se le vittime non fossero state degli “sporchi musi gialli”, come allora venivano definiti i giapponesi, oggi eletti a “bianchi onorari”. Ad ogni modo, solo un cortigiano può cercare di occultare il fatto che le bombe di Hiroshima e Nagasaki abbiano travalicato abbondantemente i luoghi e i tempi della loro esplosione: non alludiamo solo ai prevedibili effetti radioattivi, ma anche alla minaccia nucleare che tuttora incombe sull’umanità con il suo ricatto criminale, questo sì, davvero incommensurabile a qualsiasi altra nefandezza.

Finita la guerra, e prima delle succitate gesta anticoloniali, l’Onu si distinse per due scelte altamente significative: la prima fu il suo sostegno alla nascita dello Stato d’Israele…e alla cacciata dei palestinesi dalle loro terre; la seconda quella di dare la sua bandiera all’intervento militare statunitense in Corea. Quanto è successo dal 1991 ad oggi non ha bisogno neppure di accenni.

Non aderire (neppure criticamente) all’iniziativa cattolica di questo settembre non può essere, quindi, inteso come disprezzo per le grandi “masse” ed in particolare per quelle cattoliche; ma la segnalazione a queste ultime che i loro dirigenti “di movimento” sono a tal punto oggi succubi della stretta conservatrice delle alte sfere vaticane da aver di nuovo imboccato una china pericolosa. Su questa china non è possibile dialogare; da essa anzi bisogna tenersi a debita distanza sia pure con il braccio teso verso quelli che sono ancora indecisi.

A tanto non ci spinge alcun preconcetto comunista. Non abbiamo mai avuto remore “ideologiche” in occasione di iniziative che vedevano una forte presenza di cattolici, soprattutto nella opposizione alla cosiddetta guerra. Il parametro di riferimento è stato ed è sempre e solo politico, di merito, non astratto, concreto, non ignorando peraltro che dietro il termine cattolico si muove una variegata galassia che va dall’irricevibile Ruini al “disubbidiente” Zanottelli, assieme al quale ultimo quelli come noi si sono trovati a denunciare la giunta Iervolino per la privatizzazione dell’acqua.

In tale ottica, ci sentiamo costretti a criticare aspramente la scelta, non sappiamo ancora quanto condivisa da tutto il pacifismo cattolico, di tenere la marcia Perugia/Assisi proprio l’11 settembre prossimo e un convegno a ridosso della stessa dal titolo tragicomico –se non lo vogliamo vedere come malizioso- “riprendiamoci l’Onu”.

Ci si potrà obiettare –da destra e sinistra- che la nostra indignazione è fuori luogo, perché i cattolici –anche più radicali- non hanno mai nascosto di mettere sullo stesso piano aggressori occidentali e terrorismo, e non hanno mai cessato di criticare l’estremismo comunista per la sua propensione ad opporsi solo all’imperialismo. Ma, dopo quanto si è visto nelle mobilitazioni degli ultimi due anni, questa obiezione è fuori luogo. In questo periodo, i cattolici hanno sempre di più disertato le mobilitazioni di piazza, con il pretesto del loro (peraltro, inesistente) carattere violento, apparendo solo in qualche raduno per chiedere ai “terroristi” il rilascio dei sequestrati. “Contro la guerra e contro il terrorismo”, dicono i cartelli cattolici, ma “contro la guerra” sono diventati sempre più pochi e più evasivi! Con la scelta dell’11 settembre, ove non criticati aspramente, potrebbero finire per suggellare ufficialmente la loro propensione a lottare solo contro il “terrorismo”. Significa questo che sono diventati comprensivi verso l’occupazione militare dell’Iraq, tanto per fare un esempio? Pare proprio di sì, se si considera che la marcia di quest’anno è preceduta da un’aggravata mistificazione sulla riforma dell’Onu, che, ben oltre le loro speranze fideistiche sulla riforma dell’irriformabile, si va ad inserire invece nella ricorrente iniziativa politicista che, con singolare tempismo, appare nell’agenda delle opposizioni costruttive: cioè nel tentativo di prospettare la possibilità di correggere un’occupazione militare “unilaterale” con un accampamento di più “garbati” furfanti. Al riguardo, i promotori non esitano –come sopra si diceva- ad utilizzare perfino una plateale menzogna, che dovrebbe far inorridire un vero cristiano: sarebbe anzi il caso, parafrasando il filologo cattolico Giovanni Semeraro, di parlare di un ennesima“insolente fandonia” occidentale. Facendo affidamento sul fatto che negli ultimi anni si è cercato di cancellare la memoria dei fatti perfino più notori, il loro convegno propone disinvoltamente che la riforma dell’Onu è possibile perché questo organismo sarebbe stato all’origine già nostro.

Ci sarebbe anche da scoppiare laicamente dal ridere, a maggior ragione osservando la faccia seria e supponente di chi si fa portatore di simili discorsi, a meno che non ci si venga a rivelare che “noi” e i fondatori veri dell’Onu eravamo la stessa cosa: cioè noi “gente comune” eravamo padroni dell’Onu assieme a quei signori che non esitarono ieri e non esitano oggi a sterminare milioni di persone indifese con la pretesa di non essere terroristi perché, a parte che in occasione di qualche matrimonio, essi preavvertono prima di bombardare. Purtroppo, la situazione è seria soprattutto dopo che anche nelle nostre file si ci è dati da fare nel cancellare la memoria storica, screditandola come inutile narrazione.

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