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Libano: via dal Codice Penale il matrimonio riparatore in caso di stupro

Dopo un’estenuante battaglia in parlamento, l’art. 522 è stato abolito ma la strada per le donne libanesi resta ancora lunga

(18 Agosto 2017)

Tramite Nena News

abaad

Ci sono voluti mesi per ottenere la modifica definitiva dell’articolo 522 del codice penale. Il Parlamento è stato occupato a lungo a discutere della nuova legge elettorale, ma alla fine ci siamo riuscite». Saja Michael, della ong Abaad di Beirut, che si batte per i diritti delle donne e contro la violenza di genere, tira un sospiro di sollievo rispondendo alle nostre domande.

Mercoledì, finalmente, i deputati libanesi hanno eliminato l’immunità che l’articolo 522 garantiva agli stupratori che sposavano le loro vittime. «A dicembre in commissione sembrava fatta e ma in questi otto mesi abbiamo dovuto insistere ogni giorno affinchè l’abolizione di quell’articolo fosse ratificata dall’assemblea parlamentare. È stato un impegno quotidiano, incessante contro il matrimonio riparatore dello stupro. E pensiamo che da oggi la dignità delle donne libanesi ora sia più salvaguardata che in passato. La strada da percorrere però è sempre lunga».

Lo scorso anno e nei mesi passati le attiviste di Abaad sono scese più volte nelle strade del centro di Beirut per informare l’opinione pubblica della loro campagna, indossando abiti da sposa insaguinati ed issando cartelli con la scritta «Il matrimonio non può cancellare lo stupro».

Iniziative che hanno riscosso l’approvazione di tanti libanesi ma anche attirato l’ira dei settori più conservatori della società. Ieri tutto Abaad era in piazza Riad al Sohl a celebrare assieme a centinaia di persone il traguardo raggiunto in Parlamento. Saja Michael è felice ma getta acqua sull’entusiasmo.

«Il lavoro da fare è enorme – ci dice – modificare o cancellare una legge non ha un impatto immediato sulla società e non garantisce un’uguaglianza reale alle donne. Dobbiamo impegnarci per modificare l’atteggiamento delle famiglie delle donne stuprate e per spingere le vittime della violenza sessuale a denunciare i loro aggressori e a non accettare un matrimonio riparatore».

Il Libano non è l’area tra Hamra e Achrafieh, il centro di Beirut aperto e cosmopolita, dove le donne godono di libertà, almeno in confronto a quelle di altri Paesi della regione.
La famiglia patriarcale è sempre dominante specialmente nelle zone rurali. Inoltre il degrado, la disoccupazione e la povertà contribuiscono a tenere in piedi tradizioni e regole di comportamento vecchie di secoli che vanno ben oltre le restrizioni imposte dalle varie fedi religiose alle donne.

La protezione del cosiddetto “onore della famiglia” troppo volte impone il silenzio alle vittime di uno stupro e la società spesso attribuisce la responsabilità della violenza al comportamento in pubblico delle vittime e non all’aggressore. «Per questo – sottolinea Saja Michael – l’abolizione dell’articolo 522 non basta. La soluzione preferita dalle famiglie resta quella del matrimonio che salva l’aggressore e l’onore della famiglia piuttosto che la denuncia alla polizia dell’avvenuta violenza. Nei prossimi due-tre anni il nostro compito, come quello delle altre associazioni e ong impegnate su questo fronte, sarà quello di lavorare nella società».

Da quando è stata fondata Abaad ha portato avanti diversi progetti a protezione delle donne libanesi e dei loro diritti. Come l’apertura di shelter, appartamenti a disposizione delle vittime di violenze, e un numero d’emergenza, che risponde 24 ore su 24, che garantisce aiuto immediato e consulenza alle donne in pericolo o che hanno già subito abusi. Tra il 2013 e il 2015 Abaad ha fornito un riparo protetto a 317 libanesi in situazioni di pericolo di vita. E ha avviato un programma per aumentare la consapevolezza degli uomini sulla violenza di genere.

Michele Giorgio – Il Manifesto

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