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LA QUESTIONE CATALANA TRA FORZE REALI, SLANCI EMOTIVI E FORMULETTE

(17 Ottobre 2017)

catalogna antica

Il fatto che il marxismo possa diventare, in talune mani, non ciò che è effettivamente – un insuperato metodo per comprendere la realtà sociale e poter esprimere in essa un coerente impegno rivoluzionario – ma una scorciatoia, un serbatoio di formulette per evitare lo sforzo di comprendere la realtà, limitandosi ad applicare ad essa schemi e “soluzioni” già pronti alla bisogna, è un problema che nasce con il marxismo stesso.
È una volgarizzazione e una falsificazione del metodo materialistico del marxismo con cui dovettero fare i conti già Marx ed Engels. Un risvolto particolarmente grave e insidioso di questo riduzionismo è costituito dal fatto che dalla cassetta degli attrezzi “marxista” si possono facilmente prelevare le parole d’ordine, i ragionamenti, in altri contesti e momenti, corretti, coerenti ed adeguati, e imporli come criterio immediatamente risolutore in una situazione non solo complessa e non capita, ma in cui si agitano anche suggestioni, richiami ideologici, influenze della classe avversa. Ecco allora che l’applicazione schematica ed errata di una linea politica, in altri momenti correttamente impostata in termini marxisti, diventare il viatico, in un contesto profondamente differente, per consegnarsi all’azione di forze borghesi, per subordinare gli interessi proletari a manovre e lotte del tutto inscritte nel quadro borghese. Da questo punto di vista, la velocità e l’avventatezza con cui taluni ambiti politici si sono schierati a favore delle rivendicazioni indipendentiste catalane, intorno a cui si è aperta la recente crisi politica in Spagna, devono suscitare alcune considerazioni. È evidente che dalla situazione catalana si sprigionano storiche suggestioni: Barcellona capitale del movimento operaio spagnolo e dell’anarco-sindacalismo, i ricordi della guerra civile e dell’energia rivoluzionaria espressa dalle masse proletarie in Catalogna, il fascino cosmopolita di Barcellona etc. etc. È altrettanto evidente che, se nello schieramento indipendentista sono presenti questi richiami, il fronte unionista è apertamente legato a ben altre memorie: il nazionalismo spagnolo con tutte le sue anime reazionarie, il franchismo, la vicenda storica di uno Stato centrale la cui autorità è stata imposta schiacciando anche esperienze e identità politiche, culturali, linguistiche. Ma cedere sic et simpliciter alle sirene del secessionismo “buono” e di “sinistra” non è certo una soluzione all’altezza di un’azione politica che ambisca ad essere rivoluzionaria. Ecco, allora, l’utilizzo sbrigativo della formula del diritto all’autodeterminazione, del riconoscimento della questione nazionale, non ovviamente come aperta negazione dei caratteri di classe, borghesi, di un eventuale Stato indipendente catalano, ma come passaggio necessario sulla strada di una futura e più definita – perché liberata dall’ostacolo dell’irrisolta questione nazionale – contrapposizione di classe. Ma Lenin ci ha insegnato l’importanza cruciale dello studio e della comprensione di una realtà sociale e politica nella sua concretezza, nella sua specificità. Il marxismo è il metodo poderoso per questo studio e questa comprensione, per poter arrivare ad individuare come concretamente si possano perseguire al meglio gli interessi proletari in una determinata situazione. 
Troppo spesso in taluni ambiti sono sufficienti le vibrazioni provenienti dal quadro politico borghese per perdere la bussola di classe, per accodarsi dietro ai miti che la stampa borghese rapidamente costruisce e altrettanto rapidamente demolisce e abbandona. Nel giro di qualche giorno giornali e televisioni sono passati dalla narrazione della Catalogna saldata come un blocco monolitico intorno alla rivendicazione dell’indipendenza, unita nel considerare le forze di polizia dello Stato spagnolo come truppe di occupazione, alla disinvolta scoperta che non solo nel resto della Spagna erano mobilitabili piazze non meno oceaniche a favore dell’unità nazionale, ma che anche nel popolo catalano non mancavano ampi settori per nulla convinti della scelta indipendentista delle autorità di Barcellona. La stessa borghesia catalana ha mostrato, a mano a mano che il confronto con Madrid si faceva più aspro, profonde divisioni e quello che doveva essere, il 10 ottobre, lo storico proclama d’indipendenza del presidente della Generalitat è diventato l’ambiguo barcamenarsi dell’esponente di un mondo politico borghese a cui forse il gioco della trattativa con l’autorità centrale è sfuggito di mano. Più che di fronte ad una questione nazionale aperta, derivante da un’oppressione paragonabile a quella esercitata dal nazionalismo granderusso sui cosiddetti popoli allogeni, da risolvere in quanto effettivo intralcio sulla strada della lotta di classe proletaria, non siamo invece sostanzialmente di fronte ad una partita, ad una dura trattativa tra frazioni borghesi catalane e lo Stato centrale della borghesia spagnola, in cui il richiamo all’indipendenza nazionale ha in buona parte la funzione di rendere utilizzabili per l’azione di queste frazioni borghesi catalane fasce sociali popolari e proletarie quale massa di manovra e di pressione? Il dubbio è legittimo. La prudenza, di fronte all’imperativo di tutelare l’autonomia politica di classe del proletariato, è doverosa. Non che si possa negare l’esistenza di un’identità catalana e il fatto che esistono diffuse aspirazioni ad un suo ancor più pieno riconoscimento. Ma queste aspirazioni, oggi, nel quadro di uno stadio di avanzatissimo sviluppo imperialistico, in cui non è più sul tavolo la questione di una nuova forma politica in cui possa realizzarsi la maturazione capitalistica, valgono nel concreto il prezzo di un proletariato spagnolo subordinato al nazionalismo catalano e stretto nella morsa tra gli opposti nazionalismi di Madrid e Barcellona, un proletariato ancora una volta arruolato sotto bandiere altrui? Ma, si può obiettare, senza la separazione della Catalogna, rimarrà nel proletariato catalano la frenante convinzione che i suoi problemi di classe e le contraddizioni capitalistiche che subisce abbiano origine nell’irrisolta questione nazionale. Ma è proprio questo il punto: quanto concretamente esiste questa questione nazionale come effettiva oppressione e negazione di una identità che per profonde ragioni storiche tende a costituirsi in Stato nazionale e quanto tale questione nazionale è in realtà il prodotto di un confronto tra frazioni borghesi, nell’era dell’imperialismo, intorno alle forme politiche con cui mirano a perseguire al meglio i propri interessi? Il nodo della formulazione di un’indicazione politica davvero impostata sul marxismo risiede nel quanto la crisi catalana è contenuta in una o nell’altra delle risposte. Non possiamo nascondere la preoccupazione nel vedere lo sbrigativo, schematico, meccanico ricorso a formule, che nell’impostazione marxista non possono essere passe-partout buoni per ogni situazione storica, come viatico per il cedimento a suggestioni, attrazioni ideologiche su cui è impossibile fondare una strategia autenticamente rivoluzionaria. Eppure il tempo e le esperienze dovrebbero aiutare. Coprire i propri fremiti ideologici indisciplinati con superficiali richiami a mutilati elementi della strategia marxista non è servito – e non poteva servire – a sfuggire al dibattito su quale posizione assumere, dopo la guerra del 2003, di fronte alla resistenza irachena. Dibattere se appoggiare o meno la cosiddetta resistenza irachena, senza lo sforzo di comprendere cos’era nel concreto questo fenomeno, ha significato scivolare nella grottesca sovrapposizione dei propri sogni e miti ad una realtà in cui il tratto fondamentale non era dato da una significativa lotta armata diretta essenzialmente ad espellere la presenza armata statunitense – obiettivo nel concreto non perseguibile dalle forze effettivamente in campo – ma dallo scontro per la ridefinizione degli equilibri di potere nell’Iraq del dopo Saddam e sotto l’egida del dispositivo militare americano che, solo contingentemente e strumentalmente poteva essere attaccato. In tempi ancora più recenti c’è persino chi si è interrogato, ponendo una realtà di fatto trascurata e raffigurata solo attraverso il filtro dei propri desideri al vaglio dell’elaborazione marxista ridotta a prontuario, se l’azione dell’Isis, prodotto di una fase specifica della contesa imperialistica e le cui fortune sono dipese dagli sviluppi di questo stesso confronto tra potenze, potesse essere considerata come una manifestazione di rivolta anti-imperialista capace di mettere in discussione i piani e le sfere di influenza delle centrali dell’imperialismo. Il sonno della ragione – e a maggior ragione se si tratta della ragione scientifica, marxista, l’unica ragione di classe del proletariato – genera mostri. E oggi ecco tornare i mostri del nazionalismo “progressista”, quello che risulta, per motivi più o meno articolati ma sempre distanti dalla lezione di concretezza teorica di Lenin, propedeutico all’internazionalismo e alla rivoluzione proletaria. Può essere il romantico afflato per la ribelle – ma sempre borghese – patria catalana o il tifo a favore, nel nome dei presunti vantaggi strategici per la classe sfruttata, di un’Unione politica europea nell’era dell’imperialismo.

Prospettiva Marxista

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