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Hiroshima

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(7 Agosto 2012) Enzo Apicella
Il 6 agosto 1945 alle 8:16 gli USA sganciano su Hiroshima la prima bomba atomica utilizzata in un conflitto militare

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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

Corea del Nord: tensione crescente nelle faglie fra i massimi imperialismi mondiali

(15 Dicembre 2017)

nuke test

Gli ultimi test nucleari e missilistici nord-coreani hanno fatto salire la tensione nell’area Asia-Pacifico, nel contesto del confronto imperialistico fra Cina e Stati Uniti, nel quale sono coinvolti altri Stati con peso considerevole nell’area come Giappone e Russia, e forze regionali come la Corea del Sud. Il quadro generale è quello di un riarmo che coinvolge non solo le maggiori potenze imperialistiche ma anche gli attori regionali, facendo dell’Asia (secondo i dati del SIPRI riferiti al 2016) la regione del mondo che ha registrato nello scorso anno il maggiore incremento delle spese militari: +4,6%.

Lo scorso 15 settembre la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico che ha sorvolato il Nord del Giappone, prima di inabissarsi nelle acque a est dell’isola di Hokkaido. Ha percorso 3.700 chilometri, nessuno dei precedenti era arrivato così lontano, dimostrando la capacità di colpire l’isola statunitense di Guam, che ospita importanti basi aeree e di sottomarini nucleari d’attacco. Si tratta del 23° lancio missilistico compiuto dal Nord Corea nel 2017, preceduto da un altro del 28 agosto con un missile caduto nel Mar del Giappone dopo aver percorso 2.700 chilometri.

Tra i due ultimi lanci la Corea del Nord ha effettuato il 3 settembre la sua sesta prova nucleare facendo esplodere in un tunnel sotterraneo una testata di una potenza valutata di 100/120 chilotoni, circa 5 volte la bomba sganciata dagli Stati Uniti su Nagasaki il 9 agosto 1945. L’ordigno è il più potente finora approntato dalla Corea del Nord, 5 o 6 volte maggiore di quello del precedente quinto esperimento, del 9 settembre 2016, in cui i nordcoreani affermano di aver provato una bomba H miniaturizzata.

Quindi P’yongyang prosegue a potenziare il proprio arsenale, ritenendo la deterrenza atomica necessaria ad assicurare la sopravvivenza dello Stato.

Anche i servizi statunitensi ad inizio agosto erano arrivati alla conclusione che la Corea del Nord avrebbe potuto armare con una testata atomica miniaturizzata un missile in grado di colpire l’isola di Guam e stimano che avrebbe la capacità di raggiungere le città statunitensi della West Coast.

Tutto ciò ha messo in moto i pennivendoli della borghesia pronti a diffondere sui media l’epidemia della paura atomica.

Non è una novità. Non è la prima volta che la stampa sforna rappresentazioni apocalittiche di guerra e la paura per una catastrofe dovuta ad attacchi atomici è stata una costante, fomentata nei decenni, di quella che hanno chiamato Guerra Fredda. Tutto questo allarmismo ha il deliberato proposito di spaventare il mondo. Ma il terrore che si cerca di suscitare non è nient’altro che il riflesso della disperazione della borghesia di tutti i paesi.

La Guerra Fredda aveva affidato agli Stati Uniti il compito reazionario di salvaguardare i propri interessi di classe contro la possibilità della planetaria rivoluzione proletaria.

Però l’imperialismo statunitense, che dalla fine della Seconda Guerra mondiale ha sostituito la Gran Bretagna nel ruolo di gendarme dell’ordine mondiale, con sempre maggiore difficoltà riesce a garantire questo compito reazionario. Nel mondo la sua forza è seriamente messa in discussione dalla crescita della potenza di altri briganti imperialisti. Lo si è visto chiaramente nelle vicende mediorientali, e la stessa questione coreana ne è testimone. Gli Stati Uniti, ad esempio, non possono utilizzare contro il regime di P’yongyang gli stessi mezzi usati contro quello di Saddam Hussein in Iraq ai tempi delle guerre del Golfo. Non solo per paura di una rappresaglia dei nordcoreani, che potrebbe infliggere gravi perdite ai vicini Giappone e Corea del Sud, ma principalmente perché in Corea non si gioca una partita a due tra gli Stati Uniti ed il regime di Kim Jong-un, ma una ben più vasta che riguarda tutta l’area Asia-Pacifico.

Gli equilibri in quest’area dipendono principalmente dal confronto con la Cina. Una possibile operazione militare degli USA contro la Corea del Nord deve prevedere la reazione cinese, che sebbene manifesti, in questo momento, disapprovazione nei confronti delle iniziative del vicino nordcoreano, non può permettere un crollo della Corea del Nord, col rischio di ritrovarsi i soldati USA ai confini. Né tanto meno gli Stati Uniti possono spingere la Cina ad attuare sanzioni troppo dure contro la Corea del Nord. Per mettere in difficoltà P’yongyang Pechino potrebbe interrompere la fornitura di petrolio, ma il governo cinese non ha nessun interesse a provocare il collasso economico del paese vicino e del suo regime. La Cina non può fare a meno della Corea del Nord sul piano strategico.

Gli Stati Uniti che con la vittoria nella Seconda Guerra mondiale hanno imposto il loro dominio anche sul Pacifico, ora vedono la prospettiva che questa loro posizione sia messa in discussione, in primis dall’imperialismo cinese. Lo scontro inter-imperialistico, che, oltre alla Cina, coinvolge la Russia, le potenze europee, il Giappone ecc., minaccia il primato USA dappertutto. Dalla Siria all’Ucraina gli Stati Uniti si trovano a scontrarsi con altre potenze imperialiste che, anche se di secondo rango, contendono loro il primato, almeno su scala regionale.

Gli Stati Uniti non sono più l’unico gigante economico e militare in un mondo di pigmei. L’estensione del capitalismo a quelle che erano state le vecchie colonie delle borghesie europee e le lotte per l’indipendenza nazionale che si sono sviluppate in questi Paesi hanno radicalmente cambiato l’equilibrio internazionale. Dai Paesi che una volta erano assoggettati a potenze straniere sono sorti degli Stati nazionali che oggi reclamano un proprio ruolo internazionale e alcuni di loro, come la Cina, hanno raggiunto i primi posti nel mondo e vogliono rimettere in discussione la spartizione dei mercati scaturita dagli accordi inter-imperialistici alla fine del secondo conflitto mondiale. Ovunque è all’ordine del giorno questa nuova spartizione imperialistica, il vecchio equilibrio è saltato e nessuno può prevedere su quali basi sorgerà il nuovo.

Ne risulta sconvolto il meccanismo della conservazione mondiale, imperniato su alcune potenze imperialistiche, ieri sulla Gran Bretagna, poi sugli Stati Uniti e sul condominio di questi con la Russia. E la borghesia internazionale guarda con terrore alla confusione che regna nel mondo. La perdita di prestigio e di forza dell’imperialismo statunitense pone a tutti gli Stati borghesi un grave problema: a chi si potranno affidare contro la rivoluzione proletaria?

La paura della borghesia è lo stato d’animo di una classe che vede in pericolo l’ordine che le garantisce il mantenimento dei propri privilegi.

Scrivevamo in quegli anni: «La borghesia guarda con terrore alla confusione che regna nel mondo. Era logico che gli Stati Uniti, i quali centralizzano le forze e i sentimenti della borghesia internazionale, compreso il folle terrore della rivoluzione comunista, si buttassero sull’arma del terrorismo atomico. La conservazione capitalistica si illude di guarire dal proprio terrore iniettandolo nel nemico. Ma il suo gioco non riesce nei confronti delle avanguardie rivoluzionarie del proletariato. Diciamolo alto e forte: le minacce dei gangster dell’atomo non ci spaventano (…) Diffondendo raccapriccianti anticipazioni sulla guerra nucleare (…) vantandosi di esser pronta a bruciare il pianeta pur di difendere la propria esistenza, la classe dominante si illude di inchiodare la classe operaia mondiale sulla croce di questo dilemma: o accettazione indefinita del capitalismo o distruzione di ogni forma di vita sul pianeta» (Diffondendo l’epidemia della paura e l’ossessione atomica, il capitalismo tenta di immobilizzare i suoi becchini, 1958)

Il ricatto è chiaro. La borghesia si illude che la rivoluzione proletaria si possa arrestare con i classici mezzi dei “gangster”. Alle minacce di ieri e a quelle di oggi il Partito risponde allo stesso modo: «Alle minacce di diluvio atomico, che tanto terrorizzano la gente, noi non crediamo. Non crediamo alle minacce di suicidio della classe dominante. Non vi crediamo perché siamo certi che la rivoluzione impedirà all’imperialismo di assassinare il mondo».

Noi siamo certi della fine del capitalismo e siamo certi che esso perirà senza trascinare con sé nella tomba tutto il genere umano in una immane distruzione atomica. Nella storia non c’è un solo esempio di classe dominante che si sia suicidata, liberando la rivoluzione dal compito di eliminarla. Non certo lo farà la vile borghesia.

«L’apocalisse atomica è l’estrema minaccia di una classe dominante che ha esperito tutti i mezzi per spezzare il movimento rivoluzionario. Ma questo è una forza insopprimibile finché dura la società di classe. La borghesia capitalista non intende deporre il potere, ma il movimento rivoluzionario non si distrugge. Di qui la disperazione dei furiosi nemici del proletariato e del comunismo; di qui il ricorso al terrorismo atomico; di qui il tentativo di scaricare la propria tormentosa paura sull’odiato nemico che, cento volte battuto, rialza la testa. Di qui, infine, il gigantesco bluff del suicidio atomico».

Sappiamo bene di quali crimini sono capaci di macchiarsi le classi dominanti per fermare la rivoluzione avanzante, e conosciamo la ferocia sanguinaria con cui la borghesia ha finora schiacciato il movimento rivoluzionario del proletariato. Ogni classe dominante, non solo tenta di fermare l’avanzata rivoluzionaria con la minaccia di distruzione, ma si dota anche dei mezzi per poterlo fare.

«Ogni classe dominante, trovatasi a tu per tu con le classi soggette, ha posseduto, nello scorrere dei secoli, la propria terrificante minaccia di distruzione come alternativa all’insorgere dei propri nemici di classe. Proprio nel bel mezzo della Parigi rivoluzionaria, sorgeva la Bastiglia, formidabilmente munita, imprendibile dal punto di vista militare, armata di cannoni e munizioni, di quanto bastava a fulminare l’abitato, dove trovavano rifugio i sanculotti. Ma la Bastiglia non fu presa dalla folla insorta a seguito di una regolare azione militare, con assedio ecc. Cadde dall’interno, simboleggiando la frana che si verificava nella compagine della società: coloro che avrebbero dovuto adoperare la terribile arma contro le masse insorte furono essi stessi fulminati dalla ben più terribile minaccia che la Rivoluzione faceva pesare sul capo della sbigottita classe dominante» (Bomba H contro rivoluzione, 1952).

Siamo sicuri che, come nel caso della Bastiglia, lo stesso avverrà per qualunque terribile arma la borghesia vorrà usare per fermare la rivoluzione proletaria.

Uno Stato che volesse usare le armi atomiche dovrebbe temere non solo la possibile rappresaglia del nemico di guerra, ma soprattutto le reazioni della popolazione al suo interno e dello stesso esercito. Dopo aver seminato per anni il terrore dovuto al potere distruttivo delle armi atomiche il loro utilizzo potrebbe scatenare una terribile ondata di follia collettiva. Come potrà la borghesia minacciare il mondo di sterminio atomico e, nello stesso tempo, impedire che masse cariche di paura per la terribile prospettiva non facciano saltare i gangli vitali del suo stesso ordinamento sociale? Il terrore atomico che la propaganda borghese diffonde tra le masse contagia tutti gli strati sociali e va ad indebolire la stessa struttura dello Stato borghese, perché si diffonde anche tra i suoi servitori e le strutture repressive che assicurano la conservazione dell’ordine borghese. La contraddizione insanabile in cui si trova la borghesia è che non può evitare che il terrore della guerra nucleare diffuso tra le masse penetri nella stessa macchina che tale guerra deve condurre.

Propagandare la paura per le conseguenze catastrofiche di una guerra ha il solo obiettivo di immobilizzare il proletariato per condurlo all’adesione alla guerra e alla difesa della patria. Si cerca di inculcare nelle menti dei proletari l’idea ossessiva che ogni ribellione verso l’ordine costituito comporterebbe la rappresaglia atomica del capitalismo, la “fine del mondo”.

La borghesia non può raggiungere l’obiettivo di immobilizzare infinitamente il proletariato, le sue minacce non possono fermare la rivoluzione. «Anzi sono proprio l’orrore e il ribrezzo ispirati dalle infamie senza nome dello sfruttamento che rendono le masse rivoluzionarie sprezzanti del pericolo e le scagliano contro i meccanismi di potere della classe dominante».

E anche se volessero dar seguito alle loro minacce di sterminio, le classi dominanti si accorgerebbero di non poterlo fare, per la paura che si è infilata e ha scardinato la loro stessa macchina repressiva. «Al momento della resa dei conti, allo scatenarsi del terremoto sociale, che travolgerà le basi dello Stato borghese, la bomba H farà cilecca come, nel 1789, la parigina Bastiglia».

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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