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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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LA POLITICA COME DESTINO: ANCORA "DEI COMUNISTI"

(31 Dicembre 2017)

alla ricerca di un altro comunismo

Oso collocarmi all’insegna di “La politica come destino” usata per molto tempo da un raffinato teorico come Antonio Peduzzi per tornare a parlare dei comunisti, prendendo spunto da un altro antico motto “ veniamo da lontano e andiamo lontano”.
La brutalità del quotidiano ci indicherebbe che non è più così: pur tuttavia è il caso di insistere, non per ostinazione ma per convincimento, anzi per continuare a esercitare il “dovere del dubbio” nel divenire della storia.
E’ il caso di porci ancora quell’interrogativo e per giustificare questo convincimento prendo a prestito e qui riproduco addirittura una poesia.
Il testo è di Pietro Ingrao (a proposito di “dubbio”) ed è compresa nella post – fazione di Alberto Olivetti (“Oltre i comunismi del ‘900”) pubblicata all’interno del volume “Memoria” recentemente uscito a cura della Fondazione del Centro di Riforma dello Stato.
“Oltre i comunismi del ‘900” potrebbe fare il paio, tanto per ricordare qualche riferimento, con “Alla ricerca di un altro comunismo” che un paio d’anni fa Luciana Castellina, Aldo Garzia e Famiano Crucianelli dedicarono a una raccolta dei principali testi di Lucio Magri: non siamo, beninteso, nel campo dell’eresia ma bensì della ricerca. Una ricerca ancora viva, intensa, alla quale è necessario fornire ancora un contributo.

Scriveva dunque Ingrao:
“ Apprendemmo
Ad invocare il sangue e la strage
Per salvarci dai roghi e dai forni
Dalla purificazione della razza
Generosamente spaccata
In quel risorgere della guerra
Sull’acerba domanda nostra
Pesava l’amaro silenzio
Dei padri silenti e sconfitti. E partì l’acerba
Iniziazione
(…)
Nell’interrogazione febbrile sull’epoca
Incontrammo l’Ottobre
E le teologie delle classi
Verificate negli incunaboli
Delle università carcerarie, nelle carte proibite
E dolenti dei vinti.
E fummo
Reclute
Nel mito sacrale
Del soggetto salvifico che compie la storia
(…)
Si consumava così
La chiesa dei padri, scattava il favoloso
Mito dell’insorgere, che poi decadde
A grigio disporsi di sacerdoti
Chiusi nelle tirannie
Che leggemmo
E non denunciammo
(…)
Così fui
Figlio della guerra,
dilagando il conflitto
nelle ricche doventi
dell’industria che modulava
i poteri del secolo
incendiava
i presidi
degli sfruttati ribelli
vestiva di sangue le piazze”

Scrive al proposito Olivetti e non si può non concordare : Nulla è stato tralasciato dalle acquisizioni formali conseguite nelle prove politiche precedenti”.
Risiede qui a mio avviso l’interrogativo cui continuare a pensare per fornire risposte: risposte ancor a necessarie alla storia.
Questo di oggi, ultimo giorno del 2017, è un appello a proseguire, a non fermarsi: il momento è il meno idoneo considerato che sono alle viste ludi elettorali che nella politica di oggi bruciano tutti i margini dell’essere per costringere a dedicarsi completamente all’apparire.
Ludi elettorali che finiranno, con ogni probabilità, a rimarcare un distacco ormai incolmabile tra la realtà quotidiana composta nella fatica drammatica dell’esistere e la vacuità dell’autonomia del politico esasperata totalmente nella “fiera delle vanità”.
Non dispongo, nel merito del quesito posto, di proposte efficaci.
Mi limito, in conclusione, a riprodurre semplicemente un testo elaborato qualche tempo fa come semplice indicazione, punto di orientamento: chissà se, attraverso queste semplici esortazioni si potrà contribuire a porre in circolo idee e propositi:

IDEE PER UNA SINISTRA DI ISPIRAZIONE GRAMSCIANA
Ci troviamo al centro della temperie di una delle situazioni più drammatiche affrontate, a livello globale, dalla classe subalterna: gli epigoni del capitalismo dell’oggi stanno gestendo il ciclo con una ferocia senza pari rispetto anche a loro lontani predecessori, impoverendo le masse, restringendo i margini di agibilità della stessa democrazia liberale, agitando gli eterni spettri della guerra, della fame e della paura.
Per la prima volta, a memoria di diverse generazioni (e forse anche rileggendo la storia di secoli) si verifica un vero e proprio arretramento nella qualità della vita culturale, politica, economica e sociale: un fenomeno che si può ben definire di vera e propria regressione.
A fronte di questo stato di cose la sinistra italiana (per quel che valgono, ovviamente, le vicende politiche di un paese come l’Italia: che pure, però, rivestono la loro importanza ben oltre lo stato reale delle condizioni materiali e politiche del suo proletariato) è praticamente sparita, nella sua capacità d’incidenza anche a livello istituzionale e non semplicemente sociale, di mobilitazione dal basso, di aggregazione culturale e politica.
Si cerca, allora, di indicare di seguito una semplice scaletta di lavoro sulla base della quale sviluppare un dibattito, il più possibile allargato nella sua prospettiva di partecipazione, per la (ri)costruzione di una sinistra di classe, anticapitalista al riguardo della quale deve essere cercata ispirazione nell’opera del più grande pensatore marxista che ha avuto il nostro Paese. Antonio Gramsci.
Gli assunti di fondo sulla base dei quali va sviluppata questa discussione sono, essenzialmente, tre:
1) L’affermazione dell’attualità del conflitto, sociale e politico;
2) L’idea della politica intesa come lotta per il “potere” e non semplicemente per il “governo”, o peggio alla riduzione di questo alla mera “governabilità”;
3) L’obiettivo della formazione di un “intellettuale collettivo”.
I punti sui quali sviluppare la riflessione, promuovere lo studio, costruire il confronto per poi pervenire, in tempi rapidi ad elaborare delle proposte concrete sulla base delle quali rivoluzionare davvero l’agire politico della sinistra italiana, nel contesto mondiale ed europeo, possono allora essere così riassunti (a semplice livello di titolo):
Attorno al tema dell’unità tra teoria e prassi, ineccepibile fondamento filosofico dell’intero impianto, occorre rivisitare con chiarezza ciò che è mutato, nel corso degli ultimi anni. Anche e soprattutto per via di una tumultuosa trasformazione tecnologica, nel rapporto tra struttura e sovrastruttura: si tratta di una revisione indispensabile al fine di comprendere al meglio qualità e dislocazione sociale delle “fratture” sulle quali operare in modo che i soggetti politici possano misurare i loro programmi e le loro azioni attorno all’attualità di contraddizioni realmente operanti nella società.
Deve essere sviluppata un’analisi mirata a comprendere la realtà della fase: ci si trova, almeno questa è l’opinione contenuta in questa nota, in una fase di fortissima – ed anche inedita per qualità e intensità – “rivoluzione passiva” all’interno della quale è possibile condurre soltanto una “guerra di posizione” la cui durata non è, ovviamente, ipotizzabile a questo punto ma che sicuramente non traguarderà semplicemente il “breve periodo”.
All’interno di questa fase di “rivoluzione passiva” si dovranno sviluppare due elementi di fondamentale importanza: la ricostruzione, sul piano teorico, di un “senso comune” opposto a quello dominante a partire dalla complessità delle contraddizioni operanti nel concreto sviluppandone gli elementi fondativi sul terreno culturale e sociale (verrebbe quasi da usare l’antico termine di “controcultura” intendendo il termine cultura nel senso della “kultur” nell’interezza del significato di questo termine che si trova nella lingua di Hegel, Kant e Marx); la messa in opera di un’adeguata soggettività politica .
Una soggettività politica richiede la presenza di un’élite dirigente della quale è necessario, indispensabile ed urgente procedere alla formazione partendo dalle tante avanguardie sparse in una pluralità di situazioni e attualmente prive di riferimento politico nelle fabbriche, nelle Università, nei nuovi movimenti sociali e che deve essere unificata all’interno di un’organica visione del ruolo intellettuale e politico.
Temi difficili, tutti questi appena elencati, al riguardo dei quali va sviluppata un’opera di riconoscimento intellettuale e di proposta di azione politica: nel segno, proprio, dell’intreccio necessario tra teoria e prassi.
Sotto quest’aspetto lettura ed ispirazione gramsciana rappresentano ancora e sempre un valore inalienabile per tutti coloro che ancora intendono proporsi a sinistra.
Sia consentito allora in chiusura di richiamare (scontando tutti i richiami d’inattualità) la concezione del partito in Gramsci, intendendo questa pubblicazione un semplice omaggio da lontano all’autore che più di tutti ha dato al pensiero della sinistra e del movimento operaio nella storia d’Italia.
Gramsci, anticipando Duverger, individuava tra gruppi di appartenenza in un partito politico, giudicando l’esistenza di un partito, soggetto essenziale per la vita politica:

1) Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche “solamente” con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. Non si nega che ognuno di questi elementi possa diventare una delle forze coesive, ma di essi si parla appunto nel momento che non lo sono e non sono in condizioni di esserlo, o se lo sono lo sono solo in una cerchia ristretta, politicamente inefficiente e senza conseguenza.
2) L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se s’intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, certe premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che non il primo elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto vero che un esercito [già esistente] è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste.
3) Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto, non solo “fisico” ma morale e intellettuale
Antonio Gramsci[Q 1733-34]

Franco Astengo

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