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Caporetto

Alla disfatta del proprio paese non poté rispondere il proletario disfattismo rivoluzionario

(14 Gennaio 2018)

Il giorno 24 ottobre del 1917, sul fronte dell’Isonzo che separava l’esercito austro-ungarico da quello italiano, un attacco portato con criteri strategici del tutto nuovi per le concezioni militari dello stato maggiore cadorniano provocò un rovescio militare di amplissima portata, che arretrò il fronte bellico di quasi 150 chilometri, quando i guadagni territoriali di tre anni di offensive si misuravano, se andava bene, in qualche decina.

Questo è l’anno del “centenario”. Si rievocano le memorie di sopravvissuti e testimoni, più o meno veraci, riportate con alto senso di equilibrio storico, col distacco sobrio e scientifico ormai assodato ad un secolo di distanza. Come se a distanza temporale di quattro generazioni quei fatti, che infine dettero il via ad una ribellione dei “santi maledetti”, per dirla con Malaparte, allora il cronista più severo di una scelleratezza militare e di classe, fossero ormai relegati in un orizzonte non più attuale. Oggi non potrà più accadere, ce lo dicono tutti gli studiosi dei fatti di allora.

Il quadro viene semplificato con le ovvie considerazioni che la dimensione militare si apre e chiude in una patente dimostrazione di inconcludenza criminale sul piano strategico, sulla operatività tattica ed in generale sulla capacità di conduzione bellica da parte dell’intera catena di comando dell’esercito italiano; mentre l’aspetto sociale è ridotto ad un esercito provato e moralmente disfatto per essere stato mandato sempre al macello, trattato in modo infame, con una disciplina feroce, cieca e senza alcun diritto legale, ed infine crollato nella volontà di resistere all’offensiva austro-tedesca essenzialmente anche per l’abbandono della stessa catena di comando, preoccupata solamente della propria salvezza.

Noi comunisti la vediamo diversamente.

La “guerra rigeneratrice”, che avrebbe dovuto pareggiare tutti i “torti” tra gli Stati e ridare un nuovo e più giusto assetto alle nazioni di Europa tutta, voluta assolutamente da tutte le borghesie europee ed extraeuropee e dalle decrepite classi nobiliari, aveva messo le armi in mano ai proletari in divisa, che solo una feroce disciplina ed una martellante propaganda contro il “nemico” in altra divisa potevano tenere sotto controllo. Questa ferocia di classe degli stati maggiori degli eserciti, appoggiati dalla stampa dei regimi borghesi, dall’oppressivo apparato del consenso che nascondeva il terrore dei borghesi per la classe operaia e contadina in armi, era funzionale solo a tenere sottomesso l’avversario storico, e non a condurre in modo più efficiente lo sforzo bellico.

Ma ad ogni trauma bellico violento che allentasse la feroce disciplina, la coercizione bestiale e senza freno usata per scatenare proletari contro proletari, la realtà dello scontro di classe tornava prepotentemente alla luce. A rendere di nuovo piegate le masse una volta sbandate e liberate dalla disciplina militare, quando non bastassero plotoni di esecuzione “volanti” e mitragliatrici, intervenivano i pompieri socialdemocratici; quegli stessi partiti della Seconda Internazionale che avevano tradito spingendo i proletari sui fronti di guerra.

Quanto oggi è studiato e serenamente esposto, allora fu un disastro che nelle coscienze turbate dei borghesi democratici e degli sconvolti piccolo borghesi arrivò come un trauma fatale quanto incomprensibile.

Si scatenò poi la rabbia dei vari interventisti della prima ora a vedere come l’intero congegno dell’esercito di Cadorna e sodali avesse “tradito” lo spirito della “guerra di liberazione nazionale” maciullando nell’insipienza di concezioni sballate, di corruzione, di demenza disciplinare, di totale indifferenza alle condizioni di vita e combattimento dei soldati, centinaia di migliaia di combattenti: c’è tutto un filo continuo di borghesi illuminati e piccolo borghesi che si sentirono traditi. Tanta memorialistica dell’immediato dopoguerra lo evidenzia.

I soldati in prima linea portano il peso di questo orrore, gli imboscati del “trincerone” di Udine osservano da lontano, al sicuro, lo svilupparsi del macello, discutendo di donne, di strategia, di affari da realizzare nel dopoguerra. Poi arriva il crollo, tutti fuggono per salvare pelle ed onore.

I derelitti della trincea, quelli scampati al gas, ai bombardamenti, alla prigionia, se ne tornano indietro maledicendo la guerra, convinti di averla “fatta finita”.

L’esempio della Russia suonava a tremendo monito per le classi possidenti, e a indirizzo chiaro per i proletari in guerra. Di nuovo il terrore prende allora i capi dell’esercito ed i borghesi. Se prima dell’Ottobre Rosso del ’17 borghesi, nobili in divisa e classi possidenti avevano potuto usare una disciplina spietata e senza freni sui proletari che stavano portando le armi per combattere contro i loro fratelli di classe, ora che il terribile e caotico ripiegamento portato dalla rotta travolge ogni argine, la reazione è più violenta, isterica.

Nella Russia sconfitta militarmente il crollo sul fronte bellico si salda con il sommovimento sociale, con il partito bolscevico operante secondo una chiara e ferma teoria e pratica rivoluzionaria. Ma è il solo caso in tutti gli Stati che si sono precipitati nell’immane conflitto. Altrove il partito della rivoluzione comunista non c’era prima, non c’è ancora. Il sommovimento della truppa sconfitta e in caotica ritirata, disgustata da guerra, sacrifici, decimazioni, che non ha capito i motivi della guerra fratricida e non tollera più la disciplina, si fa man mano riportare nell’alveo della “legalità” militare, a suon di mitragliatrici e plotoni di esecuzione, piagnistei di preti e traditori del proletariato, richiami alla patria, all’onore ed ai sacri confini.

Il “salto di qualità” non può farlo, e non lo fa.

Lo stesso Stato Maggiore, Cadorna e tutta la gerarchia militare, con cinismo decide di sacrificare, nella ritirata da ed oltre il Tagliamento, la II Armata, stimata, e forse a ragione, la più infetta dal morbo del pacifismo e della ribellione; a tutto vantaggio della III, ritenuta più fedele, insieme alle divisioni dell’Agordino. Il socialtraditore Leonida Bissolati, esperto della cosa per i suoi trascorsi nel campo del proletariato, presenta quella tragedia proletaria e militare come uno “sciopero militare”, per dare a borghesi e nobiltà sabauda una spiegazione che non avesse l’infame stigma del tradimento, portato a giustificazione dal macellaio Cadorna. E non va molto lontano nella lettura del comportamento dei proletari in divisa.

Malaparte, nel suo “Viva Caporetto” va un passo oltre: la chiama “la rivoluzione sociale del popolo delle trincee”, ma Caporetto non è né una rivoluzione, né induce il proletariato in armi – Malaparte non a torto lo chiama “il popolo” – a portare in quel momento un attacco cosciente, organizzato ai suoi aguzzini.

Poi è il Piave, il monte Grappa, la battaglia “del Solstizio”, la farsa di Vittorio Veneto con i macelli del monte Asolone, dello Spinoncia. Sempre con la loro scia sanguinosa di morti sul campo e fucilati per indisciplina.

A terminare la tragedia bellica è l’ultima infamia dello sconfitto ed in via di dissoluzione Stato austro-ungarico che, per evitare la “Caporetto alla rovescia”, masse di soldati senza più capitani e comandanti che se ne tornano armati disillusi e gonfi di odio contro i loro capi nei rispettivi paesi, e per disinnescare la probabile resa dei conti sociale, preferisce farli massacrare senza speranza sulle cime davanti al Grappa, poi li mette intenzionalmente nelle mani dell’esercito italiano, che si incarica di farli morir di fame, dichiarando la fine delle ostilità prima della loro effettiva chiusura con la firma dell’armistizio a Villa Giusti; anche quello “reso effettivo” 24 ore dopo.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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