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Ventiquattro ore senza di noi

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(1 Marzo 2010) Enzo Apicella
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Potere al Popolo: la nostra battaglia contro le guerre e per i diritti degli immigrati

(28 Febbraio 2018)

un momento del dibattito alla casa del popolo di via san romano

In un clima festoso, contraddistinto da una spontanea spinta alla convivialità, domenica 25 febbraio, alla Casa del Popolo di Via San Romano, s’è svolta la presentazione della parte del programma di Potere al Popolo concernente l’immigrazione. Quando siamo arrivati, un po’ dopo le 15.00, abbiamo trovato una sala già piena di persone d’ogni provenienza, alcune delle quali hanno preso parola per presentarsi, restituendo in parole semplici i motivi della propria presenza in quel contesto. Un momento di scambio preceduto da un pranzo offerto dalle compagne e dai compagni del JVP (Fronte di Liberazione del Popolo dello Sri Lanka). Nelle iniziative di questa organizzazione cui siamo stati presenti, abbiamo sempre riscontrato una forte dimensione comunitaria, come se al marxismo-leninismo, autentico cemento teorico, si aggiungesse un qualcosa di meno immediatamente “politico”, ossia l’idea che tra compagne e compagni si condivide tutto. Questo modo di vivere la militanza, il 25 febbraio si è trasferito con estrema naturalezza in quella che è la sede romana di Potere al Popolo, concepita come luogo dove dar vita a pratiche mutualistiche, sull’esempio napoletano dell’Ex OPG Occupato Je so’ Pazzo e allo scopo di intervenire su bisogni concreti, ma anche di suscitare la creazione di nuove reti sociali in una metropoli segnata da gravi processi disgregativi. Un obiettivo che Flavio Bellone ha nitidamente esposto introducendo il dibattito vero e proprio, iniziato con puntualità attorno alle 15.30.

Nel corso della discussione, peraltro, sono stati demoliti uno ad uno i pilastri della propaganda razzista che da tempo fa la fortuna di giornalacci e di squallidi programmi televisivi. Martina De Rocco, assistente sociale che da anni lavora nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo, s’è fatta carico di quest’opera di demistificazione, partendo dalla terminologia usata dagli organi d’informazione per creare timori e generare ostilità. Per dire, il termine clandestino, dominante sulle pagine dei quotidiani di casa nostra, non si ritrova nel confronto pubblico di nessun altro paese. La stessa Legge Bossi-Fini, che pure ha introdotto quell’aberrazione giuridica che è il “reato di clandestinità”, non richiama direttamente questa figura. Che viene spesso adoperata dai politicanti per indicare coloro che, a causa di politiche dell’accoglienza inadeguate, vengono cacciati o ricacciati in una condizione d'irregolarità. Per non dire della leggenda dei 35 euro, da anni amplificata su facebook, tanto che molti si sono persuasi che, da noi, migliaia di richiedenti asilo, nullafacenti per indole, percepirebbero questa cifra giornalmente, naturalmente a carico degli onesti contribuenti italici, già vessati da tasse d’ogni tipo. Ma la realtà è che questi soldi, che certo non vanno direttamente nelle tasche degli ospiti dei Centri di accoglienza, servono a garantire quei servizi (vitto, pulizia, assistenza legale ecc.) che ogni struttura dagli standard di vivibilità decenti deve fornire. Senza contare che questi soldi non provengono “dalle nostre tasche”, bensì dal Fondo Europeo Asilo Migrazione Integrazione. Ma la bugia più grande che ci viene raccontata si riassume in una sola parole: invasione, usata con estrema disinvoltura non solo da leghisti e fascisti, ma anche, aggiungiamo noi con amarezza, da ex comunisti convertitisi al rossobrunismo come Ugo Boghetta. Le cifre riportate dall’ultimo rapporto della Caritas sulle migrazioni narrano una storia diversa: nel 2017, in Italia (paese di oltre 60 milioni di abitanti), hanno chiesto protezione 131000 persone; a fronte delle 186000 che sono giunte in Svezia (che non arriva ai 10 milioni di abitanti) e delle 478000 che si sono rivolte alla Germania (popolazione attuale: circa 83 milioni). Si tratta di numeri che non rimandano a nessuna invasione, né tantomeno a quella “sostituzione etnica” di cui parlano i giornali più allarmisti. Un sistema di accoglienza adeguato – magari, meno disturbato dalle campagne sciacallesche lanciate da certi soggetti politici – può gestire benissimo questo afflusso, distribuendolo in modo equilibrato tra i diversi Comuni, così da favorire l’integrazione e lo scambio tra i nativi e chi viene da altre parti del mondo per sfuggire a condizioni di miseria, alla guerra o alle persecuzioni politiche.

Ma nell’opporsi a certe mistificazione si deve considerare che esse non rispondono solo alla volontà di creare una guerra tra poveri. Luz Miriam Jaramillo, esponente del Comitato Immigrati in Italia, nel suo intervento s’è riferita alla strategia di criminalizzare a turno le diverse comunità. Negli anni ’90 era di moda prendersela con chi veniva dall’Albania, associando a reati commessi da pochi i tanti lavoratori provenienti da quel piccolo paese balcanico, perlopiù occupati nei cantieri edili. Poi, ci si è concentrati sui marocchini, sui rumeni ecc. Una pressione mediatica volta a rendere questi immigrati più deboli nel rapporto con i datori di lavoro, posti nella condizione di imporre paghe bassissime, presentate come “dono” offerto ai membri di comunità scomode. Ma nel suo intervento Miriam ha messo in discussione un altro aspetto nocivo dell’azione di tv e giornali: la giustificazione in chiave umanitaria e/o democratica di guerre che, distruggendo interi paesi, hanno costretto a uno spostamento forzato molte persone. Un argomento sviscerato anche da Flavio Bellone, che ha letto l’aggressione alla Libia nel segno dell’opposizione delle potenze occidentali alla volontà, espressa da Gheddafi, di potenziare l’Unione Africana, così da portare il più martoriato dei continenti a una maggiore autonomia dai diversi imperialismi. Un’interpretazione confermata Soumaila Diawara, un cittadino maliano da tre anni in Italia, responsabile della comunicazione di un partito d’opposizione del suo paese, che si è soffermato in particolare sui progetti di moneta unica del leader libico, invisi soprattutto alla Francia, che difende a spada tratta il vincolo che ancora lega ben 14 Stati africani a Parigi, attraverso quel Franco CFA la cui convertibilità è garantita dal Ministero del Tesoro d’oltralpe. Alla luce di questo atteggiamento della ex potenza coloniale europea è possibile leggere meglio le tragiche vicende che hanno interessato il Mali a partire dal 2012, iniziate con un colpo di Stato nella regione dell’Azawad, ad opera di indipendentisti perlopiù di etnia tuareg, che sono stati rapidamenti spodestati dallo stesso territorio – includente gran parte del paese - da parte di forze islamiste d’orientamento salafita. Le quali peraltro si sono rafforzate con la penetrazione continua di combattenti stranieri che sono passati attraverso i paesi confinanti: un fenomeno che non avrebbe potuto verificarsi in misura significativa, in considerazione della presenza militare, di lunga data e massiccia, dei francesi nel Sahel. E' probabile che si sia trattato di un “lassismo” calcolato per favorire, a partire dal 2013, il lancio un intervento militare in grande stile, con una coalizione multinazionale guidata da Parigi che, ufficialmente nata per restituire sovranità al Mali, in realtà mira a controllarne direttamente le ingenti risorse energetiche e minerarie. Un’ennesima conferma del fatto che i paesi che dichiarano di doversi difendere dall’afflusso di immigrati sono tra quelli che creano le condizioni affinché in tanti siano costretti a lasciare la propria terra. Un “effetto collaterale”, quest’ultimo che, come ha ricordato ancora Flavio Bellone, le potenze occidentali cercano di tenere lontano dai propri territori, attraverso accordi vergognosi come quello tra l’Ue e la Turchia, siglato il 18 marzo 2016 e denunciato anche da Amnesty International. In pratica, in cambio di un finanziamento iniziale di 3 miliardi di euro (cui se se aggiungeranno altri 3 a fine 2018), la potenza regionale guidata da Erdogan s’impegna a bloccare sul suo territorio persone che fuggono soprattutto dalla Siria, paese distrutto da una guerra per procura, nata anche dalla volontà egemonica dei principali paesi imperialisti. Tra i frutti più velenosi dell’accordo vi è il fatto che diverse migliaia di persone sono state rispedite indietro, in un contesto – quello turco – in cui non gli è garantita alcuna forma di protezione. Lo conferma il dramma dei tanti richiedenti asilo che risultano stipati in condizioni disumane in veri e propri centri di detenzione collocati nelle isole del Mar Egeo. Una scelta analoga è stata fatta dall’Italia, con il Memorandum siglato nel febbraio 2017 a Tripoli tra l’esecutivo italiano e il governo di Unità Nazionale guidato da al Serraj. L’obiettivo è quello di contrastare l’immigrazione con ogni mezzo possibile: sorvolando sul fatto che la Libia non aderisce alla Convenzione Internazionale sullo Statuto dei Rifugiati, le si chiede di bloccare i flussi dapprima nell’area desertica coincidente col suo confine meridionale e, in seconda battuta, sulle sue rive mediterranee, dove la Guardia Costiera esercita svolge questo compito armi in mano.

Le conseguenze nefaste della politica estera delle grandi potenze sono state affrontate anche da Sudath Adikari del JVP, che ha ricordato quanto l’ormai polverizzato Iraq - prima delle diverse aggressioni occidentali, tra cui l’ultima del 2003 – fosse un paese sviluppato, in cui andavano a lavorare tanti suoi connazionali. Per tacere del conflitto che per anni ha lacerato lo Sri Lanka, causando un’infinità di morti; una tragedia provocata anche da potenze esterne, desiderose di dividere il paese su basi etniche. Ma nel suo interveno Adikari s’è voluto pronunciare anche sul percorso di Potere al Popolo. Esponente di un partito che, pur non facendone una priorità assoluta, ha spesso partecipato – e con buoni esiti – alle elezioni, egli ha dichiarato di condividere il modo in cui PaP sta portando avanti la campagna elettorale. Utilizzandola per dare visibilità alle lotte che si svolgono nei territori e nei luoghi di lavoro, nonché per reintrodurre nel dibattito pubblico temi (come, appunto, l’opposizione alla guerra) che ne sono stati estromessi. A queste considerazioni si sono ricollegate le conclusioni, non prive di punte di giustificato orgoglio, di Zaria Galiano, una giovane donna di 34 anni, nata in Ecuador, ma perlopiù vissuta in Italia che, in lista con Potere al Popolo per la Camera, ama definirsi, giocando con i luoghi comuni, la “candidata extracomunitaria”. Nel suo intervento, Zaria ha segnalato che Pap presenta alle elezioni ben 19 immigrati: tutti protagonisti, come lei, militante del Comitato Immigrati in Italia, delle lotte contro leggi discriminatorie (Turco-Napolitano e Bossi-Fini) e per l'introduzione dello lo Ius Soli. Si tratta di processi di mobilitazione che vanno considerati pienamente parte dello sforzo volto a cambiare in meglio un paese desertificato da anni di politiche anti-sociali portate avanti dai governi di centrodestra come da quelli di centrosinistra. Questi ultimi, spesso, sono stati ancor più determinati nel peggiorare le condizioni di vita di chi lavora, registrando minori resistenze – per esempio da parte sindacale – rispetto a quelle incontrate dagli esecutivi berlusconiani. Completando la raffigurazione della politica italiana, Zaria ha sottolineato l’inutilità – o meglio, la funzionalità al sistema – del Movimento 5 Stelle, che pura ha intercettato molte persone deluse dai partiti tradizionali. Un’organizzazione che, oltre a ignorare le istanze dei lavoratori, non s’è fata carico neanche di battaglie sui diritti più elementari, riuscendo a fare il pesce in barile, alla Camera, sia sulle Unioni Civili che sullo Ius Soli. C’è bisogno di uan forza realmente alternativa e che, soprattutto, s’impegni a favorire l’unificazione dei conflitti. E’ grave, per dire, che alla manifestazione romana dei dipendenti della scuola, svoltasi il 23 febbraio, non fossero presenti, in segno di solidarietà, anche lavoratrici e lavoratori di altre categorie. E’ anche per superare queste separatezze, che indeboliscono le lotte, che, dal basso, è nata l’esperienza di Potere al Popolo, che non si esaurirà certo il 4 marzo.

Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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