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The tea party

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(3 Novembre 2010) Enzo Apicella
Alle elezioni di mid-term americane vincono i repubblicani trascinati dal movimento ultraconservatore Tea-Party

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TRIPOLARISMO E AVANZATA DEI POPULISMI

(11 Marzo 2018)

nuovo di maio

Il voto del 4 marzo conferma la presenza di uno scenario politico tripolare. Nessun polo è in grado, da solo, di esprimere una maggioranza di Governo. Per la borghesia italiana la governabilità del proprio Stato, questo buio oltre le urne già ampiamente preannunciato, risulta così un vero e proprio dramma, nonché un dilemma cui trovare soluzioni o correttivi. Quella nostrana non è però la sola democrazia imperialista a sperimentare difficoltà nel realizzare una efficace e rapida sintesi politica, così come nel riprodurre la storica alternanza tra sinistra e destra. Ciò è dovuto, come altrove, all’emersione del fenomeno populista, di terze forze che fuoriescono dalla tradizionale divisione delle famiglie politiche borghesi. Queste elezioni segnano infatti il trionfo del populismo, o meglio dei populismi, poiché i veri vincitori sono i Cinque Stelle e la Lega, i quali, in forte crescita, raccolgono assieme la metà dei voti assoluti. I tre poli, che già erano emersi nelle scorse elezioni del 2013, vedono così mutare i rapporti di forza tra loro e ancor più sensibilmente i pesi specifici dei soggetti politici interni alle coalizioni. Avanzano i Cinque Stelle, ma ancora di più la Lega di Matteo Salvini, ora completamente trasformata in senso lepenista, che ribalta gli equilibri del centrodestra con il sorpasso su una Forza Italia ridotta ai minimi termini. Ma oltre a Silvio Berlusconi, il grande sconfitto delle urne è Matteo Renzi, il cui Partito Democratico scivola, oltre le previsioni, sotto la soglia del 20%. L’intera sinistra parlamentare è in crisi agonica e la carta socialdemocratica è quasi scomparsa dal mazzo della grande borghesia, che perde in questo modo sempre più il controllo politico ed elettorale della classe operaia. Anche in virtù della parabola declinante della socialdemocrazia, collegata alla lunga fase di passività della nostra classe, si spiega come mai gli strati proletari o sono disincantati o per lo più incantati dalle sirene piccolo borghesi degli strilloni del populismo.

Con il 32,7% alla Camera e quasi 10,7 milioni di voti assoluti (+2 milioni di voti sulla scorsa tornata) il Movimento Cinque Stelle è ampiamente il primo partito italiano. Riesce nel suo primo intento: impedire una saldatura tra Renzi e Berlusconi, la possibilità per questi di creare, con l’eventuale appoggio dei centristi, un’ipotetica grossa coalizione post elettorale, sul modello tedesco. Pur non disponendo dei numeri per governare in autonomia, si può dire riuscito il passaggio ad una fase più matura e moderata del movimento, con la consacrazione della leadership di Luigi Di Maio e la messa nell’ombra del fondatore Grillo. Inevitabilmente anche i grillini hanno dovuto assumere alcune delle caratteristiche dei classici partiti, come la formazione di strutture più rigide, la disciplina interna, la centralizzazione della linea (per quanto oscillante su certi temi) e l’utilizzo di modalità politiche più usuali (volantinaggi e gazebi nel luoghi di transito si sono affiancati alla propaganda sulla rete e i social network). Addirittura sono stati l’unico soggetto politico di peso a concludere la campagna elettorale con un comizio in piazza. La capitalizzazione del voto di protesta non è stata pregiudicata dal manifesto sforzo di mostrarsi concilianti, disponibili a trattative e intese, in una parola responsabili agli occhi di frange borghesi più importanti. Numerose sono state le iniziative per collegarsi alla classe dirigente, alle associazioni imprenditoriali e di professionisti, come la convention a Ivrea, tenutasi nella vecchia fabbrica della Olivetti, che è stata una sorta di Leopolda grillina. Perfino il rapporto con stampa e televisione ha radicalmente cambiato registro, esemplare a proposito l’incontro con l’intera redazione de La Stampa da parte di Di Maio, così come le numerose presenze nei talk show del nuovo leader dai modi pacati, quando solo alle scorse elezioni Grillo lanciava strali e insulti contro tutti i giornalisti. Il candidato premier grillino, affiancato in questo da Davide Casaleggio, si è prodigato anche nell’accreditare il movimento all’estero con i viaggi a Washington e a Londra. Quest’aspetto del populismo va tenuto presente, perché accomuna anche la Lega: quando si tratta di raccattare voti di operai, impiegati, precari, disoccupati, frange di piccola borghesia a rischio proletarizzazione, alzano i toni e si lanciano in promesse mirabolanti e irrealistiche, quando invece parlano ai poteri forti, alle classi dominanti, sfoderano ben altro volto e tengono il cappello in mano. Al meeting di Cernobbio, Di Maio ha affermato che il suo modello è il Governo Rajoy in Spagna e ha assicurato: «Non siamo né antieuroepeisti, né estremisti, né populisti» ed il referendum sull’euro è stato definito solo come «extrema ratio che ci servirà per avere peso contrattuale se le richieste dei Paesi del Mediterraneo [come la possibilità di sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil, N.d.r.] non verranno prese in considerazione dall’Ue». Nella stessa assise Salvini, il cui partito rivendica invece l’uscita dalla moneta unica, ha smorzato la posizione definendola una «exit strategy da studiare». Mario Monti, a latere, si è detto stupito dalla nuova veste di Lega e Cinque Stelle, entrambi «annacquatori del calice euroscettico». Insomma, un conto è protestare e prendere voti, un conto è legiferare e governare, anche a fronte di pressioni enormi che si possono presentare al momento delle decisioni cruciali, come il partito di Tsipras in Grecia ha ben dimostrato alla prova dei fatti. Se invece determinate linee forti prendessero corpo, come ad esempio sembra stia avvenendo con Trump negli Stati Uniti, relativamente a dazi doganali, deciso taglio delle tasse e rimessa in discussione di accordi internazionali, allora significa che frazioni grandi borghesi stanno effettivamente appoggiando delle svolte nelle mosse strategiche del proprio imperialismo. Ad oggi però i salotti buoni della grande borghesia non stanno puntando ancora sui Cinque Stelle, anche se li guardano forse con meno diffidenza e cominciano a prenderli in considerazione nell’eventualità che possa prendere avvio, se non oggi in un domani prossimo, un Governo da loro presieduto. La squadra dei ministri presentata da Di Maio è tuttavia, come prevedibile, priva di nomi di spessore. Spiccano per lo più giovani professori universitari, tra cui si segnala il potenziale ministro dell’Economia per il suo richiamo al keynesismo. L’inadeguatezza della classe dirigente grillina, date anche le difficoltà che porta con sé la guida di uno Stato imperialista, è ancora marcata. Le prove tecniche amministrative di Roma e Torino suonano per loro più di un campanello d’allarme. Oltre alla giovane età del frontman - 31 anni sono pochi anagraficamente e ancor di più a livello politico (specie in periodi di bassa conflittualità sociale come l’attuale) - a pesare come un macigno è la loro concezione per la quale basta essere onesti amministratori per gestire la cosa pubblica. La politica, che è lotta di classe e per la borghesia è anche lotta e sintesi tra frazioni borghesi, richiede capacità professionali e formazione di quadri, non basta il “non rubare”. Inoltre la figura dell’amministratore è profondamente diversa da quella del politico, tant’è vero che nella Prima repubblica quasi nessuno dei leader politici ai vertici dello Stato e dei maggiori partiti aveva nel suo curriculum un passato da amministratore locale. Un Paese, in sostanza, non è una città in grande. Si pensi solo alle sfide che comporta la gestione della politica estera. Renzi stesso ha avuto, prima di diventare premier non ancora quarantenne, la sola esperienza della guida di Firenze e i passi falsi nella sua parabola triennale non sono infatti mancati. Anche questo problema non è circoscrivibile alla sola borghesia italiana: Sebastian Kurtz è appena diventato, a 31 anni, primo ministro dell’Austria; Charles Michel è stato nominato premier del Belgio nel 2014 all’età di 38 anni; in Francia Emmanuel Macron ha vinto a soli 39 anni; Alexis Tsipras è stato eletto nel 2015 ed aveva quarant’anni esatti. Ovvio che la grande borghesia prova a condizionare, affiancare, supportare per influenzare i giovani leader e le nuove formazioni politiche che riescono a imporsi nelle campagne elettorali, sebbene queste abbiano tratto il loro successo da una base piccolo borghese. Ma proprio questo per ora manca ai Cinque Stelle ed anche, aggiungiamo, alla Lega di Salvini. In gran parte quello dei Cinque Stelle è ancora un voto di protesta, come sembra comprovato dalla stessa geografia politica del Movimento, che non è per altro rimasta inalterata rispetto al 2013. Il M5S diventa egemone al Sud, come non lo era in passato. Se prendiamo i dati del Senato, la media della sue percentuali al meridione si attesta al 43,4%, con punte del 48,7% in Campania, percentuali di consenso doppie rispetto al settentrione. Nelle isole c’è stato l’en plein: in Sicilia i Cinque Stelle vincono 28 a zero all’uninominale, 9 a zero in Sardegna. Vittoria schiacciante in alcune periferie, come quelle di Napoli (tra il 60 e 65%) un tempo roccaforte del PCI, ma anche in zone operaie come quelle del Sulcis dove il Movimento arriva al 45%. A pesare è stata certamente la questione economica - le diseguaglianze crescenti, il problema della disoccupazione e dei disagi sociali - che ha portato a premiare in senso protestatario il cavallo di battaglia grillino del reddito di cittadinanza, il quale è percepito come un sussidio statale, una forma di assistenzialismo. Secondo l’editoriale de Il Sole 24 Ore (Guido Gentili, “Italia First, su ripresa ed euro siamo seri”, 6 marzo) «al Sud, [...] si è consumata una sorta di Brexit all’italiana, frutto di anni di abbandono e dove la promessa di un reddito di cittadinanza ha attecchito nel deserto di programmi credibili». La proposta del reddito di cittadinanza non è ovviamente solo osteggiata dalle frazioni borghesi industriali, che non possono non percepirla come pura spesa parassitaria, ma non è nemmeno fatta propria dall’altra forza populista, la Lega, più radicata al Nord e legata ai ceti produttivi e proprietari. In questo senso è opportuno parlare di populismi per il caso italiano. Se per entrambi è stato fondamentale lo slogan identitario del “prima gli italiani”, delineando un comune approccio contro gli immigrati e la condivisione della campagna di legge ed ordine, la Lega di Salvini, trascinandosi a rimorchio Forza Italia, ha fatto sognare la piccola borghesia con la promessa della Flat Tax, seguendo il canovaccio trumpiano, ripreso anche con la promessa dei dazi. «Impresa privata senza catene da una parte, cassaforte pubblica dall’altra. Il fisco amico contrapposto a un assistenzialismo sostitutivo del welfare sempre più fragile. Sono le due calamite che garantiscono un voto su due al nuovo pervasivo potere nazional-populista», così ha commentato Andrea Malaguti su La Stampa (6 marzo, “Reddito di cittadinanza al Sud e la flat tax per il Nord. Il segreto dell’onda No Global”). Il Giornale coglie invece l’occasione per conteggiare quanto incide il Pil delle regioni dove vince il centrodestra rispetto a quelle in cui prevalgono i Cinque Stelle: 916 miliardi di euro contro 420 (6 marzo, Marcello Zacché, “Il doppio del Pil dove vincono i moderati”). A confermare il diverso radicamento territoriale è curioso come la cartina geografica di affermazione dei Cinque Stelle sia in pratica sovrapponibile al Regno delle due Sicilie, con l’aggiunta della Sardegna. Nel centro Nord prevale invece ampiamente il centrodestra e in particolare la Lega di Salvini. La Lega è il partito che avanza più di tutti. Passa dal 4,1% al 17,4%, crescendo in termini di voti assoluti da 1,4 a 5,7 (+3,3 milioni, che significa aver quadruplicato). Il PDL nel 2013 prendeva 7,3 milioni di voti, ora Forza Italia arriva a 4,6 (-2,7 milioni). Nei voti per il Senato in Lombardia la Lega ha esattamente il doppio delle percentuali di Forza Italia: 28% contro 14%. Il centrodestra è la coalizione vincente di queste elezioni, con il 37% delle preferenze: Forza Italia si ferma al 14%, Fratelli d’Italia cresce al 4,3% e Noi con l’Italia-Udc arriva all’1,3%. Ma questa coalizione, federata fino ad oggi dal mediatore Berlusconi, si ritrova di colpo a trazione leghista. Può Salvini esserne un efficace federatore? Più di un dubbio è lecito. Molti voti del bacino elettorale che era del Popolo della Libertà si sono orientati sulla Lega, che ha attratto anche voti di Cinque Stelle delusi, in particolare grazie al baluardo sicurezza, dove si sarebbe mostrata più dura e convincente. L’aver brandito così efficacemente, come una clava, i temi della sicurezza e dell’immigrazione ha premiato la Lega anche al Sud. Nella circoscrizione Lazio 1, quella di Roma, la Lega è all’11,5%, in Lazio 2 al 16,9%, nella circoscrizione Campania 2 al 5,9%, in Puglia al 6,2%, in Sicilia oltre il 5%. Sono percentuali di molto inferiori a quelle ottenute dai Cinque Stelle al Nord, ma sono sintomo della radicale metamorfosi della Lega, ora sovranista e nazionalista, ormai solo lontana parente di quella di Umberto Bossi. È rivelatore come a Macerata (nella ex regione rossa delle Marche), dopo le violenze di matrice razzista, il partito di Salvini sia balzato dallo 0,7% al 21,4%. Qui è emblematico come sia stata la Lega a capitalizzare in chiave securitaria i pericoli e le suggestioni evocati anche da formazioni interpreti di un presunto ritorno sul larga scala del fascismo. Casa Pound e Forza Nuova sommati superano difatti di poco l’1% e il loro risultato è stato semmai di aver contribuito a tirare la volata alla Lega. Anche in regioni in passato ostiche continua l’avanzata della Lega a scapito soprattutto dei partiti di sinistra: in Liguria è al 20%, in Emilia Romagna al 19,3% e in Toscana al 17,4%. L’altro grande sconfitto oltre a Berlusconi è però Renzi e la sua strategia di sfondamento al centro. Il tracollo del Partito Democratico è notevole. Passa da 8,6 a 6,1 milioni di voti (-2,5 milioni, una enormità), arrivando al 18,7% (era al 25,4 nel 2013). Il contributo degli alleati è misero: +Europa di Emma Bonino non arriva a superare la soglia di sbarramento del 3%, ma si arresta al 2,5%; Italia Europa Insieme, appoggiata esplicitamente da Romano Prodi che quindi non ha dato l’endorsement al PD renziano, segna appena lo 0,6%; la lista Civica Popolare Lorenzin è allo 0,5% (ed SVP in Trentino ha uno 0,4% su scala nazionale). L’insieme della coalizione raccoglie uno scarno 22,8%, pari a 7,5 milioni di voti. Su queste cifre elettorali o poco più - si possono sommare altri partiti centristi e alcune frange di Forza Italia - è stimabile ad oggi il consenso elettorale, comunque minoritario, di una linea chiaramente filo-europeista e di appoggio incondizionato alla moneta unica. Anche questo è un mutamento degno di attenzione. Si conferma invece la frammentarietà dell’influenza della Chiesa sui partiti politici: anche in questa coalizione, come per il centrodestra, le formazioni di aperta ispirazione cattolica ottengono dei pessimi risultati. L’elettorato PD è stato quello più volatile, infatti gli elettori in fuga sono stati addirittura 5 milioni. Di questi 1,6 milioni, secondo l’Istituto Cattaneo, si perdono nell’astensione, ben 1,88 milioni ha scelto di dare fiducia ai Cinque Stelle (ecco che si spiega come Di Maio corteggi la sinistra Dem) ed una quota minore si è orientata sui radicali e addirittura per il centrodestra, mentre solo 450 mila voti scarsi hanno seguito gli scissionisti che hanno dato vita a Liberi ed Uguali, guidati da Pietro Grasso. Il PD renziano è stato quello maggiormente danneggiato dalla disaffezione politica con conseguente rifiuto del voto, anche per il fatto di essere stato identificato come il partito al Governo: complessivamente infatti la partecipazione al voto è stata del 72,9%, di non molto inferiore rispetto al 75,2 del 2013, quando si votava in due giorni invece che uno solamente. É stato però il PD a vedersi eroso più degli altri dal fenomeno dell’astensione, che, proporzionalmente, si riduce al Sud. Addirittura in Basilicata, Calabria e Campania i votanti assoluti crescono e il Sud nel suo insieme accorcia di cinque punti percentuali la divisione nel tasso di partecipazione che lo separa storicamente dal Centro-Nord (da quasi 20 punti a circa 15). Un dato che segna un cambiamento epocale è poi la scomparsa delle cosiddette regioni rosse. Il PD tiene solo la Romagna e una fascia della Toscana che va da Livorno agli Appennini, passando per Firenze. Tutto il resto del centro Italia, inclusa Emilia ed Umbria, passa in sostanza al centrodestra. I Dem riescono a strappare collegi solo nei centri urbani. Ciò è evidente in Lazio e Lombardia (sono il primo partito a Milano), ma è un dato piuttosto generalizzabile. Si conferma la fisionomia che sempre più ha assunto il PD renziano, che non a caso ha ereditato molto del bacino elettorale che fu centralizzato da Scelta Civica di Mario Monti: quella di provare ad incarnare le istanze del grande capitale. Quello che manca all’orizzonte è il rilancio dell’ipotesi socialdemocratica di alleanza tra grande capitale e classe lavoratrice. La grande borghesia infatti non controlla più elettoralmente la classe operaia che si rivolge principalmente a Lega e Cinque Stelle, due forze populiste diverse ma intrise fino al midollo di ideologia piccola borghese. Il PD renziano è la negazione di questa strada, che ha invece provato a intraprendere, timidamente, Liberi e Uguali arrivando a un - per loro - deludente 3,4%, con poco più di un milione di voti assoluti. Il richiamo al mondo del lavoro, all’esempio di Corbyn, non ha fatto breccia tra i salariati. Il risultato del cartello guidato da Grasso, ma promosso da Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, andrebbe per rigore confrontato con quello dei Democratici di Sinistra, ma per rendere giustizia alla misura della débâcle menzioniamo solo che la Sinistra Arcobaleno di Bertinotti nel 2008 prese più voti di loro e Rifondazione Comunista nel 2006 ne raccolse addirittura il doppio. Con questi ultimi andrebbe piuttosto confrontato l’esito di Potere al Popolo a cui i resti di Rifondazione hanno dato supporto: questi hanno ottenuto l’1,1% con 370 mila preferenze. Piccole, disastrose cifre che li rendono irrilevanti per gli equilibri borghesi, così come lo sono Liberi e Uguali, ma, a differenza di questi sembrano animati da maggiore vitalità, da una presenza giovanile e da una maggiore attività sul territorio (in pochi mesi, soprattutto dai centri sociali, sono state create oltre 160 assemblee promotrici in altrettante città). Tali realtà potrebbero costituire un ambito di ripresa di forme di militanza, nella più totale confusione ideologica e negli afflati massimalisti, nei fatti riformisti per quanto spontaneisti. Potrebbero insomma, se permangono e si sviluppano, diventare l’ambito di una prima esperienza politica per una leva giovanile che torna a interessarsi alla politica con un taglio più simile a quello più tipico dell’opportunismo. La nostra militanza leninista ha ben altre caratteristiche, si basa innanzitutto sulla formazione teorica marxista ed è orientata, non al movimentismo fine a se stesso, ma al costante lavoro di costruzione del partito rivoluzionario. Questo lavoro contro corrente è ancora più ostico e richiede infinita pazienza dato il perdurare di un inedito livello ai minimi termini della lotta e della conflittualità di classe. Il clima, la situazione oggettiva è data, non dipende dalla volontà dei singoli gruppi politici. Fa riflettere come la stessa vicenda degli operai della Embraco non sia diventata oggetto di campagna elettorale. Registriamo anzi che a livello sociale continua l’imbarbarimento e il degrado dell’imperialismo nella sua fase senile, con episodi di razzismo e inciviltà sempre più frequenti e ormai accettati quasi come normali. Manca il lievito, il fermento per l’intero mondo sociale, ed anche culturale, che solo la lotta della nostra classe può fornire ed anche la borghesia e i suoi rappresentanti politici, per opposizione dialettica, ne risentono. Ciò detto esistono frange minoritarie di classe che compiono le loro prime esperienze di lotta, ci sono ambiti, per quanto ristretti, in cui poter intervenire e sempre esisteranno minoranze che, per quanto esigue, di fronte alle contraddizioni del capitalismo, non accettano l’esistente e hanno bisogno della chiarezza teorica e della guida politica che solo il metodo marxista può fornire.

Prospettiva Marxista

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