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L'angoscia dell'anguria

L'angoscia dell'anguria

(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

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Primo Maggio 2018

Contro le guerre del Capitale
Organizzazione e lotta di classe
Fino alla Rivoluzione e al Comunismo

(30 Aprile 2018)

Nonostante lo sviluppo di gigantesche capacità tecniche e la enorme quantità di mezzi e di macchinari che permettono una forsennata produzione di merci, l’infame società del capitale immiserisce la gran parte dell’umanità e costringe il proletariato di tutti i paesi ad una vita sempre più insicura.

Il perpetuarsi e l’aggravarsi della crisi capitalistica mondiale ha demolito l’illusione di progresso per il proletariato e l’inganno riformista di un pacifico e graduale passaggio ad una società meno disumana.

Il Capitale ne approfitta per attaccare le condizioni di esistenza dei lavoratori, che si vedono schiacciati nel loro ruolo sociale di proletari senza riserve e senza alcuna certezza nel futuro. In tutti i paesi, di vecchio o recente capitalismo, gli Stati, con la complicità di organizzazioni sindacali asservite al regime dei padroni, impongono la sottomissione degli operai agli interessi nazionali, cioè dei borghesi.

Mentre aumenta la disoccupazione, politiche di austerità colpiscono il proletariato, diminuendo i salari ed imponendo ogni forma di lavoro precario e sottopagato.

I borghesi sperano che la classe operaia, senza direzione e disorganizzata, priva del suo vero partito e di suoi combattivi sindacati, non reagisca e si abbandoni alla più feroce concorrenza al suo interno.

* * *

La seconda guerra mondiale, che con le sue massicce distruzioni ha immolato sull’altare della patria borghese decine di milioni di proletari, e una serie continua di atroci conflitti “regionali”, Corea, Algeria, Vietnam, Medio Oriente... hanno permesso al capitalismo mondiale un ciclo di accumulazione quasi senza crisi fino al 1975, quando il capitalismo è entrato in una nuova crisi di sovrapproduzione che da allora si aggrava attraverso cicli periodici di 7-10 anni.

La "globalizzazione", vale a dire il dirompere del capitalismo in nuove grandi nazioni, in particolare in Asia e soprattutto in Cina, ha contribuito a rimandare la crisi generale per almeno 30 anni, ma allo stesso tempo ne ha aumentato il potenziale, travolgendo stavolta tutti i grandi paesi del mondo intero, nei quali tutti domina il modo di produzione capitalistico e governa la classe borghese.

Oggi ogni angolo del mondo rigurgita di troppe merci che non riescono ad essere vendute. Questa generale crisi di sovrapproduzione nel capitalismo è la prima causa di nuove guerre. Il loro scopo è solo distruggere, distruggere merci, distruggere forza lavoro, rendendo possibile, dopo un decennio di massacri, un nuovo ciclo di infernale accumulazione capitalistica e di feroce sottomissione della classe operaia. La guerra è quindi l’unica soluzione borghese alla crisi mortale, economica e sociale, del modo di produzione capitalistico.

Perché le guerre servono anche a distogliere il proletariato dal suo obiettivo storico, il superamento rivoluzionario della società del capitale, allontanando nell’ubriacatura nazionalista il pericolo della rivolta sociale.

Oggi lo scontro fra le potenze seguito al crollo del capitalismo di Stato in Russia e all’ingigantirsi del capitalismo cinese si fa sempre più dirompente. Le zone di crisi e d’urto tra le diverse concentrazioni di capitali si moltiplicano facendo prevedere come non sia ormai molto lontano lo scoppio di un terzo conflitto imperialistico mondiale.

La guerra in Siria sta entrando nel suo ottavo anno e non accenna a finire, alimentata da entrambi i fronti imperialisti. Con l’ipocrita pretesto di combattere il terrorismo tutti gli Stati che hanno interessi economici e militari in quella regione, dannata dalle sue ricchezze e dalla sua importanza strategica, vi si gettano come avvoltoi e poco importa se questo scontro sta provocando centinaia di migliaia di vittime, milioni di fuggiaschi, immani distruzioni. Da una parte Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Israele e Arabia Saudita, dall’altra Russia, Iran e poi Turchia. Anche la Cina ha colto l’occasione per mostrare i muscoli.

Tutti gli Stati a parole si dichiarano difensori della pace, dei “diritti umani” e del progresso civile, ma la spesa militare mondiale sta aumentando di anno in anno e sfiora l’astronomica cifra di 1.800 miliardi di dollari: un’immensa quantità di lavoro impiegata a costruire strumenti di distruzione e di morte. Tutti gli Stati stanno preparando la guerra, dalla quale tutti contano di uscirne vincitori: vincitori sulla classe operaia e sulla rivoluzione comunista.

Già, per il progredire della crisi del capitale mondiale, si infrange lo storico mito del libero commercio e si alzano nuovi muri.

Ogni Stato, per dividere la classe operaia e spingerla verso il militarismo, diffonde i veleni del nazionalismo, del patriottismo, del razzismo, delle guerre di religione. Ma il proletariato respingerà questa infamia: i proletari non hanno patria e non hanno nulla da difendere nella società borghese né da attendersi dallo Stato dei padroni. Non è loro la fabbrica, il cantiere o la terra su cui lavorano, e loro nemica è tutta la struttura amministrativa, burocratica, giudiziaria, militare dello Stato, che è al servizio esclusivo della classe borghese.

Il modo di produzione capitalistico, ormai irrimediabilmente reazionario e condannato, non ha più motivo di esistere, vive solo per inerzia e per la temporanea passività della classe operaia mondiale, la sola che può e deve combattere questa ripugnante “civiltà”, che troverà fine solo con la sua rivoluzione politica di classe.

Il capitalismo ha adempiuto al suo ruolo storico, socializzare le forze produttive, cioè sviluppare la base economica del comunismo. Rimane oggi solo un compito da assolvere, difficile ma necessario: rovesciare con la forza la borghesia e il suo Stato, espropriarla e passare a una gestione comunista della produzione e della distribuzione, abolendo i rapporti di produzione capitalistici, il lavoro salariato e la produzione di merci.

Per fare ciò è necessario che il proletariato si presenti ben schierato sulla scena dello scontro sociale. Le sue organizzazioni di battaglia economica sono i sindacati, veri sindacati di classe, per difendere con la forza del numero e con l’arma dello sciopero le proprie condizioni di vita e di lavoro. Ma questo movimento deve essere diretto, sul più elevato piano politico, dal partito coscienza storica della rivoluzione comunista: il partito comunista internazionale!

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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