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UNGHERIA: IL FANTASMA DELL'ISLAMIZZAZIONE
E LA REALTA' DELLO SFRUTTAMENTO

(28 Maggio 2018)

Dal n. 65 di "Alternativa di Classe"

viktor orban

Viktor Orban

L' 8 Aprile scorso gli ungheresi hanno votato per eleggere il nuovo Parlamento. E' stato rieletto, per il terzo mandato consecutivo, il premier nazionalista uscente Viktor Orban alla guida del Paese magiaro. Fidesz, il partito di Orban ha ottenuto il 49,5% dei voti e 133 seggi nell'Assemblea Nazionale su un totale di 199 membri. Secondo partito: Jobbik, nazionalista, razzista e xenofobo. Ha ottenuto il 20% dei voti e 26 seggi. I socialisti hanno ottenuto il 12,35% dei voti con 20 seggi, ne perdono 9 rispetto al 2014. I centristi europeisti (DK) hanno ottenuto il 5,5% dei voti con 9 seggi. Lmp, il principale partito ecologista del Paese, ha preso il 7% dei voti. L'affluenza alle urne è stata del 70%, contro una partecipazione al voto del 61,73% nel 2014.
Queste le parole di Orban a commento delle elezioni: 'Abbiamo vinto, questa è una vittoria decisiva; in futuro saremo in grado di difendere la nostra madrepatria. L'Ungheria non è ancora dove vorremmo che fosse, ma c'è un movimento in atto per portarla lì'. Il leader della Lega, Matteo Salvini, si è subito congratulato su Twitter per il risultato ottenuto da Orban: 'Spero di incontrarla presto da Presidente del Consiglio'.
Dal 2010 l'Ungheria è guidata da Viktor Orban, capo indiscusso degli ”arancioni” della Magyar Polgàri Szovetsèg (Fidesz), un partito che negli anni novanta si è fatto strada tra gli elettori magiari mostrando un volto liberale e “progressista”. Oggi la Fidesz è membro del Partito popolare europeo (Ppe). Questo partito da alcuni anni persegue con tenacia il suo esperimento di “rivoluzione nazionale”. Di cosa si tratta? Una serie di modifiche alla costituzione, tra il 2011 ed il 2012, hanno decisamente cambiato l'assetto istituzionale del Paese. E' stato inserito nella legge fondamentale dello Stato il principio che riconosce 'il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione magiara'.
Orban chiama gli immigrati musulmani ”invasori”, e li paragona al “veleno”: secondo lui la convivenza tra le comunità islamiche e quelle cristiane è impossibile. Questo bisogno di “difendere” i valori cristiani dalla minaccia dell'islam è abbastanza singolare, considerato che gli ungheresi non sono un popolo particolarmente religioso. La campagna elettorale di Fidesz era stata costruita sulla difesa dell'omogeneità etnica del Paese, contro quella che viene definita “l'invasione dei migranti”. Fidesz, in un passato recente, si è mossa su un doppio binario: politica identitaria da un lato e riduzione degli spazi politici dall'altro.
L'Ungheria è stato uno dei primi Stati europei ad essere contagiato dalla crisi capitalistica scoppiata oltreoceano nel 2007-2008. Il Paese, allora governato dai socialisti, per evitare la bancarotta si rivolse al Fondo monetario internazionale ed all'Unione europea, con i quali pattuì, in cambio di misure di rigore, un piano di aiuti da 20 miliardi di dollari.
E' vero che il governo ungherese guidato da Orban ha ripagato in anticipo (un anno prima) il debito che aveva con il Fondo monetario internazionale. Si è parlato a lungo di “mistero” a proposito della provenienza dei capitali che hanno consentito di estinguere anticipatamente quel debito. E' quasi certo che Orban i soldi li abbia avuti da una finanziaria americana, ad un tasso superiore di quello praticato dal Fondo monetario internazionale.
Crisi capitalistica e austerità hanno fatto da brodo di cultura per un populismo razzista e reazionario. Furono adottate drastiche misure di austerità, che, sommate ai sacrifici chiesti ai lavoratori, finirono per peggiorare ulteriormente le condizioni materiali di vita dei proletari. Partì il tentativo del partito della borghesia ungherese di uscire dal pantano in cui si trovava immerso il Paese, mescolando liberismo economico, nazionalismo, razzismo, e politiche repressive.
Su alcuni media europei si continua a parlare con insistenza di un presunto “miracolo” ungherese. Tanto che, da parte delle correnti “sovraniste” e anti-euro del continente, questo Paese viene elevato al rango di modello. I contenuti della narrazione sono questi: l'Ungheria ha cacciato il Fondo Monetario Internazionale e recuperato la sua Sovranità Monetaria; così facendo, ha rilanciato la sua economia.
Che Orban, al di là della retorica, non abbia alcuna intenzione di sganciarsi dall'Unione europea, lo dimostrano peraltro tutte le sue scelte in materia fiscale ed economica, che, sebbene abbiano destato qualche preoccupazione iniziale presso la Bce, sono tutte orientate a far rispettare al proprio Paese i parametri imposti dai trattati, compreso quello che fissa la soglia del rapporto tra deficit e Pil al 3% (Dal 4,2 per cento del 2010 si è giunti all'attuale 1,9 per cento).
Oggi l'Ungheria è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere costituzionalizzato il principio della tassazione” piatta”, senza scaglioni di reddito. Il risultato è stato che più della metà dei cittadini ungheresi oggi vive in condizioni economiche disagiate, con netto vantaggio per i redditi elevati. Chi ci ha guadagnato da questa riforma fiscale sono stati certamente i grandi gruppi industriali, che si sono visti innalzare la soglia per la tassazione agevolata degli utili da 50 milioni di fiorini (180 mila euro) a 500 milioni di fiorini (circa 1,8 milioni di euro).
A tutto ciò si deve aggiungere che, tra le “riforme” fatte dal governo Orban in nome della “rivoluzione nazionale”, ci sono anche quelle sul mercato del lavoro, con le quali sono stati resi più facili i licenziamenti, soprattutto a danno di chi fa politica e di chi è impegnato nella lotta sindacale, ma anche delle donne in gravidanza e delle madri.
La borghesia ungherese ricorda ancora il trattato del Trianon, firmato nel 1920 con i vincitori della prima guerra mondiale. Alla fine del primo conflitto mondiale, l'Ungheria perse più di due terzi del suo territorio; oggi la borghesia sogna di tornare alla grandezza imperiale del passato, contando sul nazionalismo delle popolazioni magiare che vivono nei territori perduti. E 62 anni dopo la rivolta operaia che scosse l'Ungheria nel 1956, la stampa borghese “celebra” la resistenza eroica del “popolo ungherese per l'indipendenza nazionale e contro gli orrori del comunismo”. Queste celebrazioni, in realtà, ne mascherano e distorcono il significato reale.
La rivolta operaia nel 1956 in Ungheria non è stata l'espressione della “volontà del popolo di riformare il “comunismo” stalinista e conquistare l'indipendenza nazionale”. E' stata il risultato diretto delle contraddizioni insolubili del capitalismo in Europa dell'Est e nel mondo intero. In Ungheria, i lavoratori subivano un regime di super-sfruttamento, grazie alla ricetta stalinista dello stakanovismo, ed il piano economico del 1950 avrebbe fatto quintuplicare la produzione di armamenti. Nel periodo 1948-1953, le condizioni di vita dei lavoratori in tutto il blocco dei Paesi dell'Est caddero al di sotto del livello d'anteguerra.
Nel '49, infatti, J. Stalin aveva fondato il “Consiglio di Mutua Assistenza Economica (COMECON)”, che abbinava alle formalità “socialiste” calate dall'alto nei Paesi dell'Est, il primato economico di indirizzo da parte dell'URSS. Pure se i singoli scambi economici tra “partner” interni al blocco divennero finanche, negli anni '70-'80, svantaggiosi per la Russia, furono compensati dai vantaggi politici e, soprattutto, militari, da essa ricavati dalla complementarietà produttiva imposta all'intero blocco e dalla omogeneità risultante del “Patto di Varsavia”: il livello militare era allora essenziale per tenere in piedi la difficile competizione dell'atipico imperialismo russo con quello USA.
Dopo il Giugno dell'89 Viktor Orban si impegnò a dare vita a una formazione ”progressista”, la stessa che ora è autoritaria, antiproletaria, xenofoba e razzista. Alla crisi delle privatizzazioni, che hanno ricostituito vere e proprie oligarchie economiche, si risponde con la riscoperta dell'intervento dello Stato. Si insiste sul rilancio del capitalismo ungherese, con una sorta di “prima la tua nazione, poi gli altri”.
Bisogna, secondo il partito di Orban, “lasciare fuori” i migranti, pena il declino della civiltà occidentale, pure quelli in fuga dalle guerre, visto che il Governo ungherese ha sempre dichiarato di essere incolpevole, per non avere partecipato ai conflitti in corso, come in Siria. Una menzogna! Al conflitto in Iraq, l'Ungheria si arruolò subito nella coalizione imperialista nel 2003.
Oggi il salario medio ungherese continua ad essere uno dei più bassi all'interno della UE. Secondo i dati dell'Istituto di statistica ungherese (KSH), lo stipendio medio netto in Ungheria è pari a 649 euro al mese, con un costo della vita che in alcune aree ha raggiunto livelli quasi da “Europa occidentale”. Uno stipendio medio che pone l'Ungheria al terzultimo posto tra i Paesi aderenti alla Unione europea. Sopra solo a Romania e Bulgaria.
La forte crescita economica ungherese rende evidente, ogni giorno di più, come all'aumento del Pil non corrisponda un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, bensì una divaricazione sociale e di classe sempre più marcata tra una borghesia, che può godersi standard di vita sempre più elevati, e i lavoratori, sempre più sfruttati, che faticano per arrivare a fine mese, dovendo in numerosi casi affrontare un secondo o un terzo lavoro.
L'attuale contesto di crisi internazionale del sistema capitalistico potrebbe favorire le lotte dei lavoratori, a partire dal concreto rifiuto di pagarne i costi (come è naturale che avvenga nel sistema capitalistico). Bisogna porre le premesse per la costruzione dell'alternativa di sistema, in primo luogo lasciando fallire padroni e banche, gestendo con priorità diverse da quelle del mercato capitalistico le risorse così “liberate”. A tali favorevoli condizioni oggettive dovrebbero, comunque, corrispondere quelle soggettive dell'organizzazione comunista, per uno sviluppo positivo della transizione.

Alternativa di Classe

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