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Ventiquattro ore senza di noi

Ventiquattro ore senza di noi

(1 Marzo 2010) Enzo Apicella
Sciopero generale dei lavoratori migranti

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Nella fogna del “cambiamento”

(5 Giugno 2018)

Poco più di otto anni sono passati dall’aggressione a fucilate a un gruppo di braccianti immigrati nei pressi di Rosarno, in Calabria – e solo per caso non fu un massacro. Oggi, mentre l’attacco anti-proletario si dispiega ovunque e in tutti i modi, legali e illegali (e inoltre cresce, fra lo sconcerto delle anime belle, il numero dei veri e propri assassini di operai sul posto di lavoro), ecco il bis, questa volta con esito ben più tragico: Soumaila Sacko, migrante maliano di 29 anni, in prima fila nelle lotte sindacali in difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti, è stato ucciso a colpi di fucile da uno “sconosciuto” (!?), e altri due suoi compagni sono rimasti feriti – un autentico tiro al bersaglio. Tutti e tre vivevano nell'area di San Ferdinando, una delle tante in cui sono ammassati, in baracche come bestie al macello, 4000 braccianti,impiegati sotto caporalato nella raccolta di arance, clementine, kiwi, nella piana di Gioia Tauro.
I “nuovi architetti del cambiamento” hanno strillato che si deve “passare ai fatti”, cioè alla repressione della parte migrante e più debole della nostra classe, come lezione preventiva: “è finita la pacchia”, annuncia a gran voce il Ministro della polizia d’Italia. Ed ecco che i “fatti” non hanno perso tempo. Mentre miseria, disoccupazione e precarietà stremano l’esercito proletario, attivo e di riserva, nazionale e immigrato, e le lotte di difesa incontrano enormi ostacoli, la canaglia è uscita dalle fogne. L’organizzazione sindacale USB manda a dire che non dimenticheranno, che l’organizzazione si schiera compatta con i migranti della piana di Gioia Tauro, con tutti i migranti in fuga da guerre e miseria e con i proletari di tutti i paesi; lo sciopero compatto dei braccianti del 4 giugno, indetto con assemblee in tutti i posti di lavoro, deve essere un avvertimento all’omicida e ai suoi complici; gli “organismi territoriali di lottaproletaria” si stringono compatti intorno alla famiglia di Soumaila e agli altri suoi compagni di lavoro e di lotta. Ma non basta: bisogna essere consapevoli che la
situazione odierna si presenta sempre più pericolosa per il proletariato, sia quello immigrato sia quello “indigeno”; che è urgente porsi su un piano di aperto e vigoroso conflitto con padronato, sindacati di regime, partiti “dell’arco costituzionale”, pseudo-sovversivi e sedicenti anti-sistema e Stato; che tutti i Comitati di base, indistintamente, debbono uscire dalla polverizzazione in singoli settori e categorie e riconoscere la
necessità di allacciare rapporti più ampi con altre associazioni e organismi di lotta,
nell’obiettivo per lo meno di gettare le basi di un Sindacato unitario intercategoriale.
Nel commentare, a caldo, l’aggressione del 2010, noi scrivevamo: “I proletari di Rosarno l’hanno urlato: i problemi sono gli stessi, urge che anche le risposte siano le stesse – fronte unico proletario, difesa
intransigente delle proprie condizioni di vita e di lavoro, consapevolezza che nel regime del capitale non può esserci vita degna d’essere vissuta, volontà di combattere questo regime fino a
distruggerlo. E soprattutto, perché tutto ciò non rimanga vuota parola, riconoscimento della necessità urgente del radicamento e dell’estensione del partito comunista internazionale” (“Viva i proletari di Rosarno!”, Il programma comunista, n.1/2010).
Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto scrivevamo allora. Sono i fatti, i nostri fatti, che debbono ora parlare.

4/6/2018

Partito comunista internazionale
(Il programma comunista – Kommunistisches Programm – The
Internationalist)

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