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Marx e la scoperta del plusvalore

(19 Luglio 2018)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, questo approfondimento pubblicato sull'ultimo numero di Scintilla

Ancora Karl Marx

“Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana. […] Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell'oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti” (Federico Engels).

Argomento di questo articolo - nel quadro delle analisi che “Scintilla” sta dedicando, quest'anno, a Marx in occasione del 200° anniversario della sua nascita - è la produzione del plusvalore nell'ambito del modo di produzione capitalistico.
Il modo di produzione capitalistico non è sempre esistito nella storia. Esso ha avuto una genesi. Scrive Marx: “La circolazione delle merci è il punto di partenza del capitale. La produzione delle merci e la circolazione sviluppata delle merci, cioè il commercio, costituiscono i presupporti storici del suo nascere. Il commercio mondiale e il mercato mondiale aprono nel XVI secolo la storia moderna della vita del capitale”.(1)
Il denaro è la prima forma fenomenica del capitale. Il denaro come semplice denaro e il denaro come capitale si distinguono inizialmente solo per la loro diversa forma di circolazione. La forma immediata di circolazione delle merci è M-D-M. Trasformazione di una merce (M) in denaro (D) e ritrasformazione del denaro (D) in un'altra merce (M). Vendere per comperare. Ma accanto a questa forma ve n'è un'altra, D-M-D: trasformazione di denaro (D) in merce (M), e ritrasformazione della merce (M) in denaro (D). Comperare per vendere.
In realtà, questa differenza di forma nasconde una profonda differenza di contenuto. Nel primo caso i due estremi sono merci che hanno la stessa grandezza di valore: e che vengono scambiate perchè hanno valori d'uso diversi. Nel secondo caso i due estremi sono denaro, e l'unica ragione dello scambio non può essere che una differenza quantitativa fra il secondo denaro e il primo.
Nel mercato del lavoro capitalistico, il possessore del denaro, il capitalista, acquista – per il suo valore - una merce, il lavoro dell'operaio (così egli crede e così lo chiama) per farlo lavorare in fabbrica alla produzione di una determinata merce destinata ad essere venduta al suo valore. Ma in questo ciclo, il denaro finale ricavato dalla vendita della merce prodotta dall'operaio è superiore al denaro inizialmente sborsato dal capitalista per farla produrre. Non dunque, D-M-D, ma D-M-D', dove D' = D + Delta D (denaro con un incremento). Come è possibile questo risultato?
“Il nostro possessore di denaro – scrive Marx – che ancora esiste soltanto come bruco di capitalista, deve comperare le merci al loro valore, le deve vendere al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire nella sfera della circolazione e non deve avvenire nella sfera della circolazione. Queste sono le condizioni del problema.” (2).
Qual è la soluzione?
Che l'incremento di valore non possa scaturire dal denaro stesso è chiaro. Esso deve, quindi, verificarsi nella merce che viene comprata nel primo atto di scambio, ma non nel valore di essa, perché vengono scambiati degli equivalenti. Il cambiamento può avvenire soltanto nel valore d'uso di quella merce, cioè dal suo consumo produttivo.
Per estrarre valore dal consumo di una merce – continua Marx- il nostro possessore di denaro dovrebbe essere tanto fortunato da scoprire nella sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualità d'essere fonte di valore.[...] E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, cioè la forza-lavoro”. (3)
Quest'ultima non deve essere confusa col lavoro; essa è lavoro “in potenza”, che si distingue dal primo come, ad esempio, una macchina si distingue dalle sue prestazioni. Di questa sua forza-lavoro l'operaio è “libero” proprietario (a differenza dello schiavo e del servo della gleba in altri modi di produzione). Ma la forza-lavoro dell'operaio, dopo che egli è costretto a venderla nella sfera della circolazione delle merci per non morire di fame, non è più sua proprietà: essa appartiene al capitalista, così come sono di proprietà del capitalista i mezzi di produzione di cui l'operaio si avvarrà nel suo lavoro.
L'operaio salariato, una volta assunto, si mette all'opera nella sfera della produzione e produce - nel corso della sua giornata lavorativa - una merce il cui valore è maggiore del valore della forza-lavoro che è stata usata per produrla. A questo incremento di valore della merce Marx dà il nome di plusvalore, che è lo scopo immediato della produzione capitalistica.
La giornata lavorativa
Il plusvalore nasce dal fatto che la giornata lavorativa dell'operaio è suddivisa in due parti: in una prima parte, cioè in un certo numero di ore, il lavoro dell'operaio riproduce il valore della sua forza-lavoro, cioè il valore dei mezzi di sussistenza suoi e della sua famiglia (lavoro necessario); in una seconda parte, cioè in un ulteriore numero di ore (pluslavoro), il lavoro operaio produce un plusprodotto da cui il capitalista ricava il plusvalore. Il tempo di lavoro speso dall'operaio in una parte della sua giornata lavorativa risulta quindi non pagato. In ciò consiste lo sfruttamento della classe operaia da parte della classe ad essa antagonista. Un antagonismo inconciliabile.
Così, commenta ironicamente Marx, “tutti i termini del problema sono risolti e le leggi dello scambio delle merci non sono affatto state violate. Si è scambiato equivalente con equivalente. […] Tutto questo svolgimento, la trasformazione in capitale del denaro del nostro capitalista, avviene e non avviene nella sfera della circolazione. Avviene attraverso la mediazione della circolazione perché ha la sua condizione nella compera della forza-lavoro sul mercato delle merci; non avviene nella circolazione perché questa dà inizio al processo di valorizzazione, il quale avviene nella sfera della produzione”.(4)
E' la diversa forma in cui viene estorto il pluslavoro e accaparrato il plusprodotto che distingue storicamente le diverse forme economico-sociali che si sono succedute nella storia (la società schiavistica, la società feudale, la società capitalistica). Nel modo di produzione capitalistico la divisione fra il lavoro necessario dell'operaio e il suo lavoro eccedente produttore di plusvalore non è visibile, mentre, ad esempio, nella feudalità la corvée (cioè la prestazione gratuita di lavoro che il servo della gleba eseguiva a vantaggio del signore feudale) era nettamente separata e chiaramente visibile perché eseguita dal primo non nel proprio campo, ma sul fondo padronale.
Il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo
Marx definisce capitale costante (C) quella parte di capitale (mezzi di produzione, macchine, materie prime, combustibili, materiali accessori) che nel processo produttivo non modifica la sua grandezza. Definisce capitale variabile (V) quella parte di capitale che viene spesa per l'acquisto della forza-lavoro e che, nel corso del processo produttivo, aumenta la grandezza del suo valore per effetto della creazione da parte degli operai di un plusvalore accaparrato dal capitalista.
Come possono i capitalisti aumentare la grandezza del plusvalore che finisce nelle loro tasche e dunque il grado di sfruttamento degli operai? In due modi principali.
Un primo modo consiste nell'allungare la giornata lavorativa, dunque il numero delle ore lavorate dall'operaio; Marx definisce plusvalore assoluto quello ottenuto mediante il prolungamento dell’orario di lavoro e dunque della parte non pagata della giornata lavorativa.
Ma vi è un secondo modo per accrescere il plusvalore: restando immutato il numero delle ore lavorate dagli operai nel corso della loro giornata lavorativa, se aumenta la produttività del lavoro nei rami produttivi che forniscono merci e servizi necessari alla sussistenza e alla riproduzione della classe operaia (i cosiddetti beni-salario), il loro valore diminuirà. Diminuirà, cioè, il tempo di lavoro necessario, e, di conseguenza, aumenterà il pluslavoro dell’operaio. Questo secondo tipo di plusvalore è definito da Marx plusvalore relativo.
Marx era ben consapevole dell'importanza decisiva dell'analisi scientifica dello sfruttamento operaio da lui condotta in queste pagine del Capitale. “E' sicuramente il più terribile proiettile che sia mai stato scagliato in testa ai borghesi”, scriveva in una lettera da lui inviata nel 1867 a un artigiano tedesco, membro della Prima Internazionale.
In entrambi i campi, quello della produzione del plusvalore assoluto e quello della produzione del plusvalore relativo, è in corso – da quando è nato il modo di produzione capitalistico – un'accanita lotta di classe degli operai contro i loro padroni per la diminuzione delle ore di lavoro e l'aumento delle retribuzioni operaie. Una lotta che ha conosciuto e continuerà a conoscere alterne vicende a seconda delle diverse fasi di sviluppo del capitalismo e a seconda del modo, puramente riformista o rivoluzionario, in cui essa viene combattuta, ma che si concluderà storicamente in un solo modo: con la rivoluzione proletaria, l'espropriazione degli espropriatori e la costruzione di una nuova società senza più sfruttati e sfruttatori, la società senza classi, il comunismo.


NOTE
1. Marx, Il Capitale, Einaudi 1975, I, p. 179.
2. Op. cit., I, pp. 200-01.
3. Op. cit, I, . p. 201.
4. Op. cit, I, p. 236.

Da Scintilla n. 90, giugno 2018

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