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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

Il riarmo degli imperialismi

Da "Il Partito Comunista" N. 390 - Luglio-Agosto 2018

(18 Agosto 2018)

sipri

Stockholm International Peace Research Institute

Le serie statistiche dello Stockholm International Peace Research Institute, aggiornate di anno in anno, riportano la spesa militare di oltre 100 Stati del mondo dal 1988. La spesa militare è calcolata in tre modalità: nella moneta corrente di ogni Stato, in dollari, prendendo a riferimento, per i dati del 2017, il valore del dollaro USA al 2016, e infine in percentuale sul prodotto interno lordo. L’analisi dell’evoluzione della spesa militare nel lungo periodo, il confronto della spesa dei singoli Stati fra di loro e riguardo al PIL, permettono di tracciare un quadro abbastanza realistico della evoluzione dei rapporti di forza a livello mondiale tra i vari gruppi imperialisti.

Un’altra serie si riferisce ai valori delle vendite e degli acquisti di sistemi d’arma da parte dei vari Stati, espressi in dollari costanti al 2016, ed è possibile anche risalire ad una generica tipologia delle armi scambiate (aerei, navi, mezzi corazzati, missili ecc.).

Il primo diagramma esaminato alla riunione riguardava l’andamento della spesa militare mondiale dal 1988 al 2017, da cui risulta che questa, dopo aver segnato una piccola diminuzione nel 2013, sia poi in costante aumento, nonostante la crisi economica abbia ridotto in generale le disponibilità di spesa degli Stati.

Il prolungarsi della crisi infatti determina un aumento della conflittualità tra i maggiori Stati imperialisti i cui rapporti tendono a diventare sempre più tesi rimettendo in gioco gli equilibri stabiliti alla fine della seconda guerra mondiale e poi faticosamente ritrovati dopo la caduta dell’impero russo.

Gli Stati Uniti sono lo Stato imperialista militarmente più forte, il vero gendarme del mondo, ma la loro potenza economica mostra segni di cedimento di fronte a concorrenti come la Cina e la Germania. Queste difficoltà dell’economia statunitense sono divenute evidenti quando la nuova amministrazione ha iniziato una guerra commerciale introducendo dazi su molti prodotti considerati strategici per quel Paese. Ma il fatto che gli Stati Uniti producano a prezzi più alti dei loro concorrenti, che importino più di quanto riescano ad esportare, che vivano al di sopra delle loro possibilità aumentando il loro debito estero, dimostra la loro debolezza economica e finanziaria e allo stesso tempo il fatto che solo tramite la loro potenza militare e diplomatica riescono ancora ad imporre il dollaro come moneta mondiale per la grande parte delle transazioni commerciali e finanziarie. La guerra dei dazi è solo all’inizio ma ha già determinato forti preoccupazioni in Europa ed anche in Cina.

Il governo cinese ha intrapreso da anni una decisa politica di riarmo con l’intento di portare le Forze armate di quello Stato a contrastare lo strapotere degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Pacifico. Questo sforzo di Pechino è attestato non solo da una spesa militare crescente che è passata dai 108 miliardi di dollari del 2008 ai 228 del 2017, cioè il 13,4% dell’intera spesa mondiale, ma anche dai grandi progressi tecnologici soprattutto per quanto riguarda l’aviazione e la marina. La nuova politica cinese rivolta ad estendere il controllo sul Mar Cinese meridionale e a proteggere le rotte commerciali che uniscono il Paese all’Oceano Indiano e al Mediterraneo non manca di preoccupare le altre economie rivierasche come il Giappone e la Corea del Sud e anche l’India, che teme l’attivismo della flotta militare cinese nell’Oceano Indiano.

Il confine orientale dell’Ucraina e l’annessione della Crimea alla Russia, la guerra infinita in Medio Oriente con la sua estensione allo Yemen, lo scontro nel Mar Cinese Meridionale per il controllo di una serie di isolotti strategici e i relativi tratti di mare, i contrasti crescenti in varie zone dell’Africa per l’accesso alle zone di produzione di materie prime strategiche, sono solo le situazioni di conflitto più pesanti, ma anche tra gli Stati minori crescono le tensioni, come ad esempio tra gli Stati Baltici e la Russia o tra la Turchia e la Grecia per il controllo del Mar Egeo e delle sue risorse petrolifere.

A dominare il quadro delle spese per armamenti sono un “pugno di paesi”, come scriveva Lenin, infatti i 15 Stati che spendono di più si accaparrano ben l’80% dell’intera spesa mondiale e i primi due tra questi, gli Stati Uniti e la Cina, ne costituiscono da soli il 48,6%! È questo piccolo gruppo di Stati quindi che detiene la forza militare bastevole non solo per difendere i propri interessi economici, politici, diplomatici ma per imporli agli Stati militarmente ed economicamente più deboli.

Ma sono anche questi gli Stati, tranne rare eccezioni, che producono i maggiori sistemi d’arma in uso nei loro eserciti e che vengono anche venduti ad altri. È questo un settore del commercio mondiale che ha un andamento in forte crescita fin dal 2002 e che non ha subito i contraccolpi della crisi economica.

Diamo qui di seguito un breve resoconto della spesa militare dei primi dieci Stati che nel mondo più si armano.

Gli Stati Uniti restano la massima potenza imperialista mondiale, ma il solo mantenimento del loro apparato militare, come unica superpotenza globale, con decine e decine di basi sparse nel mondo e ben 7 flotte in azione, ha un costo enorme che nel 2010 aveva registrato un aumento del 4,7%, uno dei maggiori al mondo, che negli anni successivi si è ridotto per arrivare al 3,1% del 2017. Nel suo massimo del 2010 la spesa degli USA è stata di 768 miliardi di dollari, il 45,6% della spesa mondiale mentre nel 2017 è scesa a 597 miliardi, il 35,2%. Secondo il Sipri però «le spese militari americane dovrebbero aumentare sensibilmente nel 2018 per sostenere l’aumento del personale militare e la modernizzazione delle armi classiche e nucleari».

Per gli Stati Uniti la produzione di armamenti è comunque un grande affare economico visto che si accaparrano il 34% delle esportazioni mondiali. Sono aumentate del 25% tra il quinquennio 2008-2012 e il 2013-2017. Nel 2017 sono state di 12,4 miliardi di dollari, dirette verso decine di Paesi: tra i maggiori quelli di due delle regioni più “calde” del globo: in Medio Oriente l’Arabia Saudita (ben 3.425 milioni), l’Iraq (506), Israele (515), gli Emirati (499), il Qatar (496); in Asia orientale l’Australia (1.172), il Giappone (479), la Corea del Sud (456), Taiwan (493).

La Cina, indicata dagli Stati Uniti come una delle potenze “revisioniste”, insieme alla Russia e individuata come loro principale avversario a livello globale nel medio lungo periodo, prosegue nella politica di rafforzamento e modernizzazione delle sue forze armate, soprattutto dell’aviazione e della marina, allo scopo di spezzare l’accerchiamento che subisce attualmente da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nell’Oceano Pacifico. Nel 2008 la spesa militare della Cina rappresentava il 7% della spesa mondiale; lo scorso anno è cresciuta al 13,4%. La sua spesa militare, che è passata da 108 a 228 miliardi di dollari nello stesso periodo, rappresenta solo l’1,9% del suo PIL. In compenso la bozza di bilancio di Pechino per il 2018 prevede ancora un aumento delle spese militari dell’8,1%, rispetto al 2017.

Pechino sta cercando di rendersi sempre più autonoma nella costruzione dei propri sistemi d’arma come è dimostrato dalla diminuzione costante delle sue importazioni, scese del 19% tra il quinquennio 2008-12 e il 2013-17. Mantiene comunque il quinto posto tra gli importatori di armamenti mentre accresce anche la quota delle esportazioni, soprattutto verso il Pakistan (514 milioni), il Bangladesh (204), la Thailandia (129) e il Myanmar (70) oltre che verso molti Stati dell’Africa.

L’Arabia Saudita risulta il terzo paese al mondo per bilancio militare e il secondo importatore di armi, subito dopo l’India. La sua spesa militare ha subito una brusca riduzione nel 2016 scendendo da 90 a 64 miliardi di dollari ma nel 2017 esso è risalito a circa 70. Riad destina al suo bilancio militare circa il 10% del PIL. È coinvolta apertamente, ormai da anni, nella guerra in Yemen e indirettamente nella guerra in Siria fornendo armi ed equipaggiamenti a vari gruppi islamisti. Attualmente ha stretto un’alleanza di fatto con Israele e gli Stati Uniti in funzione anti-iraniana.

Anche l’India partecipa attivamente a questa corsa al riarmo. È il quarto paese al mondo per spesa militare, passato da 41 miliardi nel 2008 a 60 nel 2017, e dal 2,6% al 3,5% della spesa mondiale. Destina al bilancio militare il 2,5% del PIL. L’India è il primo paese al mondo per importazioni di sistemi d’arma, spendendo il 12% della spesa mondiale in armamenti.

Nel quinquennio 2013-17 il primo fornitore di armi all’India, con ben il 62% del totale, è stato la Russia, ma gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno aumentato di più di cinque volte le loro esportazioni verso il Paese. L’adesione dell’India al Patto QUAD, in funzione anti-cinese, insieme a Stati Uniti, Giappone e Australia, è probabile che continui a spostare la bilancia a favore degli Stati Uniti che, contemporaneamente, hanno ridotto le loro esportazioni di armi verso il Pakistan del 76% tra il quinquennio 2008-12 e quello 2013-17.

La Francia è fra i primi per spesa militare, superando persino la Russia nel decennio 2008-17, con 56 miliardi di spesa nel 2017. La sua percentuale di spesa sul mondo è passata dal 3,5 nel 2008 al 3,3 nel 2017. Anche sul fronte delle esportazioni la Francia occupa il terzo posto, subito dopo USA e Russia, col 7% nel 2017 del totale mondiale. Si rileva notevole interventismo francese nelle crisi internazionali. La Francia esporta un po’ in tutto il mondo, come gli USA, ma tra i suoi migliori clienti troviamo l’Egitto, dove ha esportato negli ultimi due anni per ben 1.676 milioni di dollari, l’India (446), la Cina (255), Singapore (213), l’Indonesia (160).

La Russia è indicata nel breve termine come il nemico principale degli USA. Ma, se può costituire un pericolo nell’immediato per la sua politica verso l’Ucraina, la Georgia ed altri Stati che hanno fatto parte dell’ex impero russo, non ha la struttura economica per elevarsi al rango di potenza globale, nonostante la sua estensione territoriale e la recente ristrutturazione e modernizzazione dell’apparato militare. La spesa militare della Russia negli ultimi dieci anni si posiziona al sesto posto, dopo USA, Cina, Arabia Saudita, India e Francia. Ha raggiunto un massimo nel 2016 con ben 69 miliardi di dollari ma l’anno scorso si è ridotta di circa il 20% rispetto all’anno precedente, scendendo da ben il 5,5% del PIL al 4,3%. Anche le esportazioni di armi di Mosca si sono ridotte del 7% tra il quinquennio 2008-12 e quello 2013-17 nonostante i successi ottenuti dalla sua politica estera sia con l’annessione della Crimea sia con l’appoggio al regime di Assad in Siria.

Le sue esportazioni sono dirette solo verso alcuni paesi tradizionalmente legati all’ex Unione Sovietica: negli ultimi due anni ha esportato in India (4.075 milioni), Algeria (2.348), Cina (1.499), Egitto (1.288), Viet Nam (1.167).

La spesa militare della Gran Bretagna segue da presso quella di Francia e Russia. Dopo aver raggiunto un massimo nel 2009 con 58 miliardi, ha segnato una continua riduzione attestandosi negli ultimi anni attorno ai 48 miliardi. Nel decennio 2008-17 essa assomma a 522 miliardi. La spesa rispetto al PIL si è ridotta dal 2,4% del 2009 all’1,8% del 2017. Anche la percentuale rispetto alla spesa mondiale si è ridotta dal 3,7% nel 2008 al 2,7% nel 2017.

Anche la Gran Bretagna esporta soprattutto verso gli Stati sui quali esercita una tradizionale influenza: l’Arabia Saudita, (1.279 milioni nell’ultimo biennio), l’Oman (540), l’India (143).

Il Giappone, che come molti altri Stati si sente minacciato dalla nuova strategia militare “revisionista” della Cina, ha la tendenza al riarmo. Nonostante non abbia ufficialmente un esercito ma solo una “Forza di autodifesa”, dispone della flotta più potente nel Pacifico, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Il Giappone è infatti l’ottava potenza a livello mondiale per spesa militare nel decennio 2008-17. Da anni si attesta attorno ai 46 miliardi di dollari all’anno, circa l’1% del PNL, e nel 2017 ha costituito il 2,7 % della spesa militare mondiale. Recentemente il governo giapponese ha tolto gli impedimenti legislativi per le esportazioni di armi all’estero e si prevede che presto il Giappone potrà occupare un posto di primo piano anche come esportatore di sistemi d’arma visto l’alto livello tecnologico delle armi che produce, soprattutto nel settore aereo navale.

La Germania ha sempre tenuto relativamente bassa la spesa militare attestandola all’1,3% del PIL. Nel 1992 era di 54 miliardi, seconda solo a USA e Francia. Nel 2013 è scesa a 39 miliardi per poi risalire a 43, restando però sempre l’1,2% del PIL.

Negli ultimi due anni ha esportato soprattutto in Corea del Sud, (777 milioni), Algeria (613), Italia (560), Qatar (371), Egitto (340), Grecia (275), Indonesia (168), USA (150), Arabia Saudita (118). Nel periodo 2010-17 ha pareggiato la Francia con il 5,8% delle esportazioni mondiali, ma nell’ultimo anno, mentre la Francia è cresciuta al 7% la Germania è scesa al 5,3%.

La Corea del Sud è certamente uno dei paesi nell’occhio del ciclone in questo momento. Dalla fine della guerra civile il Paese è “protetto” da un forte contingente di truppe statunitensi, circa 35.000 uomini; recentemente vi è stato installato un sistema antimissile d’avanguardia, fornito dagli Stati Uniti, il Thaad, con la motivazione di proteggere il Paese da un attacco proveniente dalla Corea del Nord. In realtà quell’apparato consente di controllare i cieli della Cina meridionale e Pechino ha più volte mostrato la sua contrarietà al suo dispiegamento minacciando apertamente ritorsioni.

La Corea del Sud che nel 1992 spendeva 17 miliardi di dollari in armamenti, nel 2008 è arrivata a ben 29, cioè l’1,9% del totale mondiale, conquistando il decimo posto. La sua spesa è poi cresciuta regolarmente fino a raggiungere i 38 miliardi nel 2017, gravando per il 2,6% del PIL e rappresentando il 2,2% della spesa mondiale.

Questi investimenti sono stati dedicati soprattutto al completo rinnovamento della flotta con la sua trasformazione da marina di difesa costiera a navi in grado di difendere le linee di comunicazione marittime del Paese e, in prospettiva, di dotarsi di sottomarini a propulsione atomica.

La Corea nel 2017 risulta all’undicesimo posto tra i Paesi esportatori di armi con 587 milioni, ma le sue esportazioni sono in netto aumento e il suo attivismo nella realizzazione delle nuove navi inciderà positivamente nei prossimi anni anche sulle sue esportazioni. I tre contratti maggiori per la fornitura di navi nel 2017 sono stati quelli verso l’Indonesia (160 milioni), le Filippine (132) e la Gran Bretagna (133); nel 2016 ha venduto all’Iraq sistemi d’arma per ben 427 milioni di dollari.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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