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La guerra è una malattia

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(6 Marzo 2011) Enzo Apicella

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Grecia-Macedonia

Egoismi borghesi dietro ridicoli orgogli nazionali utili a stordire i proletari

(23 Settembre 2018)

Dopo 23 anni di contenzioso diplomatico e di molte pagliacciate nazionaliste dalle due parti, di cui ha fatto le spese soprattutto la grande ombra di Alessandro Magno, soggetto di tante statue da far invidia al compianto Stalin, finalmente nel giugno di quest’anno il governo greco a guida Siryza e il nuovo governo macedone, che si autodefiniscono ambedue “di sinistra”, hanno raggiunto un’intesa sulla nuova denominazione della Macedonia, accordandosi, senza troppa fantasia, sul nome di Repubblica della Macedonia del Nord.

La questione sorse quando, alla fine della guerra che ha smembrato la Repubblica Federativa di Jugoslavia, dando origine a diversi Stati, nel 1993 si costituì al confine con la Grecia la Repubblica di Macedonia. Quello Stato fu riconosciuto, con quel nome, da 140 Paesi dell’ONU, tra cui Russia e Stati Uniti, ma non dalla Repubblica di Grecia che dichiarò che il nome di Macedonia poteva appartenere solo alla regione greca che storicamente così si chiama e che comprende Salonicco. Dunque dalla Grecia quel nuovo Paese fu denominato, ugualmente con poca fantasia, FYROM, Former Yugoslav Repubblic of Macedonia.

La cosa non ha avuto solo una valenza nominalistica: la Grecia, membro dell’Unione Europea e della Nato, denunciando le “mene irredentiste” di Skopje, si è successivamente sempre opposta a che la Macedonia fosse integrata nell’UE e anche nella NATO. L’intralcio non era gradito né alla UE né soprattutto agli Stati Uniti, che da anni stanno cercando di rafforzare la loro presenza nei Balcani in funzione antirussa attraverso l’allargamento della Nato.

L’accordo non ha quindi riguardato solo il nome, riconoscendo la Repubblica della Macedonia del Nord la Grecia si è impegnata a non ostacolare la sua integrazione nella Unione Europea e nella NATO, il che è stato accolto con soddisfazione dall’Unione Europa e dall’ONU, presenti alla cerimonia con loro rappresentanti e subito benedetto dal Dipartimento di Stato.

Ma, sia in Macedonia “del Nord” sia in Grecia, non ha mancato di provocare le proteste delle opposizioni di destra, e anche di “sinistra”. In Grecia il partito Nuova Democrazia, di centro-destra, ha espresso la sua netta contrarietà all’accordo, nonostante ne avesse proposto uno molto simile quando era al governo; il partito filo-nazista di Alba dorata ha chiesto addirittura all’esercito di intervenire arrestando il capo del governo e il presidente della Repubblica, colpevoli di alto tradimento. Lo stesso partitino di destra Anel, che con i suoi voti assicura la sopravvivenza del governo Tsipras, ha espresso contrarietà all’accordo (ma ha dichiarato che non farà cadere il governo per questo!).

Al richiamo di questi partiti, e di simili in Macedonia, in varie occasioni decine di migliaia di nullatenenti, non altrimenti mobilitati, sono scesi in piazza inebetiti dal nazionalismo più insensato.

La mossa del governo greco riteniamo sia stata dettata dalla necessità di ottenere in cambio un maggiore sostegno da parte della Nato e dell’Europa nel suo contenzioso con la Turchia nel Mar Egeo, che si sta facendo sempre più impegnativo. Lo testimonia la sua forte spesa militare, che in percentuale sul PIL (2,5%) è la più alta nella NATO dopo quella degli USA: cinque miliardi di dollari annui. Questa funzione di pungolo della Grecia contro la Turchia, che si è manifestata anche attraverso la collaborazione con Israele e con l’Egitto, è sfruttata dalla NATO come uno degli strumenti per contrastare i giri di valzer e le aperture dello Stato turco alla Russia.

Il capitale greco inoltre vorrebbe partecipare alla spartizione del petrolio e del gas del Mediterraneo orientale e sud-orientale, e l’appoggio della NATO sull’ancora aperta questione di Cipro.

Da parte sua il primo ministro turco Erdo?an ha contribuito a gettare petrolio sul fuoco: durante la recente visita ad Atene non ha esitato a chiedere una revisione del Trattato di Losanna, l’accordo con il quale nel 1923 furono definiti i confini della Turchia moderna e divise le isole del Dodecanneso tra Grecia ed Italia (che le aveva conquistate nel 1912 durante la guerra contro l’Impero Ottomano per la conquista della Libia). Il Trattato di Losanna fu riconfermato dal Trattato di pace firmato a Parigi nel 1947 al termine della Seconda Guerra mondiale, assegnando alla sovranità greca buona parte delle isole già appartenute all’Italia, probabilmente tenendo conto della partecipazione della Grecia alla guerra a fianco degli Alleati oltreché del fatto che la grande maggioranza della popolazione delle isole era greca.

Questo atteggiamento “revisionista” della Turchia ha alzato il livello dello scontro tra le due potenze regionali, che puntano sul nazionalismo e sulla politica estera per far dimenticare i gravi problemi sociali al loro interno, dimostra una volta di più che persistendo questo sistema economico basato sullo sfruttamento del lavoro salariato, sulla sopraffazione e sulla forza, nessun governo, si definisca esso di sinistra, operaio, socialista come è il caso di quello greco, può esimersi dal condurre una politica militarista e, in ultima analisi, guerrafondaia.

Ovviamente l’atteggiamento della diplomazia greca nella questione macedone non è piaciuto alla Russia, nonostante i due paesi siano legati storicamente da relazioni di simpatia fin dalla guerra d’indipendenza del 1821, anche a causa dell’influenza della chiesa ortodossa nei due Paesi. Il governo russo ha espresso contrarietà all’accordo e pare abbia cercato anche di ostacolare l’azione della diplomazia ateniese.

Su tutta la faccenda il Partito Comunista Greco (KKE) in un suo comunicato non ha trovato di meglio che condannare l’accordo tra Grecia e Macedonia per il fatto che esso apre la strada all’adesione della Macedonia alla NATO, e dunque al suo rafforzamento nella regione balcanica a scapito della Russia. Se è vero, come afferma il documento del KKE, che «le dichiarazioni del governo greco che questo accordo tende a garantire la pace, la cooperazione e la stabilità nei Balcani e nella regione sono assolutamente false, erronee e antistoriche», è altrettanto vero che la Russia con la sua azione nei Balcani, in Europa Orientale e in Medio oriente sta difendendo i suoi interessi imperialistici proprio come gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

Continua il comunicato del KKE: «Il governo Syriza-Anel è diventato il miglior portabandiera dei piani della NATO e dell’UE nella regione, in favore di quelle parti del capitale greco che chiedono maggiori profitti dalla nuova divisione della regione, con la rapina e lo sfruttamento dei popoli». Evidentemente secondo questi pseudo-comunisti ci sarebbero altre “parti del capitale greco” che non vogliono aumentare i loro profitti! Ecco che il KKE si trova a fianco della destra. Ma, schierandosi con l’altro imperialismo, quello del Cremlino, accusa i destri di non opporsi alla NATO e dell’UE!

Il proletariato greco come quello di tutta la regione, deve ben guardarsi dallo schierarsi su uno qualunque dei fronti dell’imperialismo. Il proletariato non ha nazione e non ha alleati. Il nazionalismo, l’irredentismo, il patriottismo, il razzismo sono bestie immonde usate dal politicantume borghese nella sua decadenza; sono l’ultimo appiglio di una classe dominante che non ha più niente di progressivo da proporre all’umanità ma solo instillare odio per impedire l’unità del proletariato come classe e per preparare nuove guerre.

Non si combattono contrapponendo ad esse le parole borghesi impotenti ed ipocrite della pace e della fratellanza universale perché sono prodotti necessari del regime del capitale e della sua democrazia: è solo abbattendo questo regime che il proletariato potrà davvero liberare se stesso e l’umanità intera.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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