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Un fil di fumo

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(10 Maggio 2010) Enzo Apicella
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Orari di lavoro. Il “sovranismo” uccide. L’europeismo pure … E allora?

(23 Dicembre 2018)

Proprio come in Italia col governo Lega-5 stelle, i governi “sovranisti” di Austria e Ungheria giurano che il pugno di ferro contro gli immigrati serve a portare lavoro, sicurezza etc. ai lavoratori autoctoni – il benamato “popolo”. Bene, i fatti recenti mostrano ancora una volta che non è affatto così. Né i lavoratori possono aspettarsi alcunché di buono dai governi “europeisti” … E allora?

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Sovranisti “schiavisti”

Da diversi giorni strade e piazze della bella Budapest sono animate da manifestazioni di protesta (una delle quali ha raccolto quasi ventimila persone) contro la “legge sulla schiavitù”, voluta da Orban e dal suo partito, che innalza da 250 a 400 il monte-ore di straordinario che le imprese possono chiedere agli operai e agli impiegati alle loro dipendenze. Non bastasse questo, la legge prevede che il pagamento delle ore extra possa avvenire entro 3 anni (in precedenza il termine era di un anno).

Nella vicina, e molto più ricca, Austria un altro governo “sovranista” ha introdotto dal 1° settembre una nuova disciplina degli orari che prevede quanto segue: in caso di necessità, per “consentire alle imprese di rispondere con maggiore prontezza alla domanda del mercato”, le stesse potranno chiedere ai loro dipendenti di lavorare fino a 12 ore al giorno e a 60 ore la settimana (i massimi precedenti erano di 10 e di 50 ore rispettivamente). Le ore in più non saranno pagate come ore di straordinario, saranno compensate in corso d’anno, così almeno sembra – a riguardo, infatti, c’è la più oscura indeterminatezza da parte del governo Kurz. Del resto nella generalità dei casi in cui sono state istituite delle “banche ore” aziendali sono sempre i lavoratori ad attendere compensazioni che non arrivano.

Ricorrere per queste misure al termine schiavitù è, a rigore, improprio, ci ha ricordato Dante Lepore nel suo scritto Schiavitù del terzo millennio (PonSinMor, 2017), dal momento che nel capitalismo siamo in un permanente regime di schiavitù salariata, a prescindere da questo o quello specifico provvedimento. Diciamo allora che queste leggi “sovraniste” ribadiscono e appesantiscono con altri macigni la sovranità del capitale sul lavoro salariato schiavizzato. Non si tratta di casi isolati. Nella scorsa estate lo zar dei “sovranisti” di tutto il mondo (prima dell’avvento di Trump alla Casa Bianca), Vladimir Vladimirovic Putin, ha dato mandato al governo Medvedev di innalzare di colpo l’età della pensione di 5 anni per gli uomini (da 60 a 65 anni, in un paese in cui la speranza di vita media per gli uomini è di 67 anni, per gli operai di alcuni anni in meno), di 8 anni per le donne (da 55 a 63) – un allungamento dell’orario di lavoro sull’arco della vita che neppure la Fornero…, e che in molti casi significherà l’azzeramento del diritto alla pensione per morte sopravvenuta prima della soglia. La vivacità delle proteste nelle piazze, soprattutto da parte delle donne, ha indotto Putin a un mezzo passo indietro: l’età della pensione per le donne è salita “solo” di 5 anni; resta immutata, invece, per “ragioni finanziarie” (sovrane), la soglia dei 65 per gli uomini.

Se passiamo alle Americhe, registriamo che il governo Temer, quello che ha spianato la strada all’avvento di Bolsonaro, non molto prima di cedergli il passo, ha varato un piano di “modernizzazione” della legislazione sul lavoro che ha reso normale, su scala generale, la giornata lavorativa di 12 ore, la settimana lavorativa di 48, un orario di lavoro mensile di 220 ore, e ha previsto come condizione per una pensione piena i 49 anni ininterrotti di contributi previdenziali (in un paese in cui l’attesa di vita media è di circa 66 anni). Appena eletto, il “sovranista” Bolsonaro ha giurato che non toccherà una mirabile “riforma” del genere, e gli si deve credere.

Europeisti padronali

Fin qui i governi “sovranisti”.

Ma lo scenario non cambia se ci volgiamo ai governi europeisti. Prendiamo quello dell’alto funzionario della banca Rotschild, Macron. Costui ha portato a compimento tra il 2015 e il 2017 l’attacco alle 35 ore iniziato con la legge Fillon nel gennaio 2003: i suoi provvedimenti hanno fissato a 12 ore la durata dell’orario giornaliero legale, a 60 ore quella dell’orario settimanale, allargato l’obbligo del lavoro alla domenica abbattendo la maggiorazione salariale prevista, parificato il lavoro notturno al lavoro serale. E la Medef (la Confindustria francese), che gli dà disposizioni, pretende di andare oltre… “se i lavoratori francesi vogliono avere salari più alti, devono lavorare di più”. Punto.

Del resto da decenni l’Unione europea piccona con metodo ogni regolamentazione che limiti la famigerata “flessibilità”. Anche, e anzitutto, in materia di orari di lavoro. Poco importa se si mette a rischio la stessa incolumità dei lavoratori (e dei cittadini): la Commissione UE, per esempio, ha imposto nel 2013 che per i piloti di aerei siano normali 11 ore di volo notturno, 14 ore consecutive di servizio, 22 ore di veglia prima di compiere un atterraggio: c’è da stupirsi se il 50% di loro si sente sovraffaticato, e molti ricorrano a droga e alcool per resistere?

Ancora una volta la realtà dei fatti dice che sovranismo e europeismo (o globalismo) si muovono nella stessa direzione di fondo: la massima svalorizzazione della forza-lavoro, la massima intensificazione dello sfruttamento del lavoro anche attraverso la liquidazione dell’organizzazione operaia e la massima limitazione possibile del diritto di sciopero. Dunque né sovranismo (fosse pure ammantato di finti panni “rossi”), né europeismo, due varianti, due finte alternative della sempre più spietata dittatura del capitale, nazionale, europeo, globale. Lo dicemmo due anni fa davanti alla alternativa fasulla tra Brexit e Remain: “né Brexit, né Remain“! E già si vede chiaro quanto avevamo ragione.

E allora?

Ripresa delle lotte, autonomia di classe, programma di classe: per i lavoratori e le lavoratrici non c’è altra via per fronteggiare l’attacco dei padroni e dei governi e recuperare il terreno perduto. Le piazze di Budapest, di Vienna, di San Paolo, di Pietroburgo, di Parigi, di Bruxelles ancora non l’hanno rimessa in campo. E tuttavia siamo certi che quando lo scontro di farà ancora più duro, ritornerà forte in campo la prospettiva della lotta per la riduzione drastica, generalizzata, incondizionata degli orari di lavoro, per il solo lavoro socialmente necessario, a parità di salario sociale. L’unica prospettiva liberatoria ed effettivamente ecologica, a misura che prevede la soppressione dell’immensa quantità di produzione inutile e dannosa che appesta oggi gli esseri umani e la natura.

19 dicembre 2018

pungolorosso.wordpress.com

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