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La guerra nei cieli

La guerra nei cieli

(16 Agosto 2013) Enzo Apicella
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La putrescente democrazia si getta nelle braccia del fascismo

Da "Il Partito Comunista" N. 392 - Novembre-Dicembre 2018

(28 Dicembre 2018)

il partito comunista

La favoletta che ti raccontano è che, approfittando della dabbenaggine e delle divisioni delle sinistre e dell’inerzia degli uomini di ragione, alcuni spregiudicati demagoghi, appellandosi agli istinti profondi dell’elettorato e raccolto il favore della volontà popolare, riuscivano, in forza delle regole del parlamentarismo, ad assurgere al potere dello Stato. Insediatosi nei palazzi romani, con pose scamiciate, dopo le picconate di trascorsi Presidenti e le rottamazioni di recenti, i giovanotti, davano presto piglio al “cambiamento”, a forza di quotidiane dichiarazioni politicamente scorrette, ma dimostrando una impreparazione economica e un disprezzo per le regole della diplomazia tali da far temere per la salvezza delle finanze patrie, dei risparmi dei concittadini, degli equilibri internazionali, oltre che del mantenimento delle sacre regole democratiche.

Occorre dipanare la malevolmente imbrogliata matassa.

Il potere dello Stato è un fatto prevalentemente materiale, di armi e di una gerarchia disciplinata di uomini armati. Questa complessa secolare struttura è diretta da un vertice, costituito dal governo. Ma questo è organico alla natura e alle funzioni dello Stato: la difesa degli interessi della classe sociale da cui emana. Modernamente è il grande capitale finanziario a monopolizzare ovunque il maneggio dello Stato, quello solo sceglie il personale di governo, che governa sì, ma secondo le sue direttive.

Che a scegliere siano gli elettori è solo una bufala: tutti i media di massa, che facilmente plasmano la cosiddetta opinione pubblica, sono di proprietà o controllati dal grande capitale, ne diffondono le menzogne, e se fra loro bisticciano o è per la scena o per conflitti interni ai suoi colossali gruppi di interesse. Le campagne elettorali ormai costano miliardi.

Chi realmente detiene il potere in Italia – costituito da un sistema di consolidate relazioni personali coi capi di quegli uomini armati, e non certo in forza di una volontà popolare, che come una banderuola è rivoltata di qua e di là – si è perfino inventato l’istituto della bicefala vice-presidenza, destra e sinistra assieme (un capolavoro italico), per traslocare Stanlio ed Ollio a Palazzo Chigi, a far confusione e provocare-solleticare i borghesucci con le loro zuffe.

Ma dietro ad ogni sceneggiata – fra commedia e tragedia – c’è una dura realtà: incombe il fatto materiale della crisi, che preme, in Italia più che altrove, a far saltare tutti i già consolidati equilibri interni ed internazionali. La schizofrenia e la confusione sono nelle cose. Si sta avvicinando il momento del si-salvi-chi-può, e l’annaspare di chi sta affogando non sempre assume atteggiamenti razionali, eleganti e dignitosi.

È anche vero che, se nell’avvicendamento non solo nel teatrino parlamentare ma anche nei personaggi rappresentativi del governo, la classe dominante viene a presentare individuali nullità e sempre più indecenti, è perché la guerra fra le sue frazioni è così aspra e senza sbocco da rendere impossibile alcuna stabile soluzione di compromesso. L’elezione di tipi folcloristici alla Donald è indice non della forza e della volontà di riscossa del capitalismo americano ma della profondità della sua crisi e i ridicoli clown ostentati nel circo mediatico sono lì perché la classe dominante non trova ormai di meglio. Sono quindi un segno di una oggettiva debolezza interna alla classe borghese, della quale la proletaria non ha da lamentarsi né da temere ma da far festa e rallegrarsi, senza curarsi troppo delle stravaganti o minacciose sparate del “duro”.

Contro la classe borghese, si presenti essa “dura” o “morbida”, l’unica via è la riorganizzazione e la lotta proletaria di classe.

La borghesia italica infatti, nel suo ormai tradizionale trasformismo, trova utile cambiare spesso i suoi piazzisti. Nei rapporti fra gli Stati cosa di meglio che avvicendare il personale di governo per manovrare, saggiare nuove alleanze, e poter domani, semmai, tornare alle vecchie. O far la voce grossa con l’Unione Europea, come si usa in una trattativa tra mercanti, per arrivare poi ad un miglior compromesso.

La guerra dispiegata si avvicina, intanto quella commerciale; la mutata proporzione fra le dimensioni dei giganti imperiali, con la Cina che tende a grandeggiare su tutti, viene sempre più a mettere in tensione i vecchi equilibri. Non ci sono più porti sicuri e la burrasca può rompere gli ormeggi alle varie navi nazionali, spinte al largo e alla ricerca disperata di nuovi approdi. E la schifosa borghesia italica non sarà certo l’ultima a vendersi ad un nuovo padrone; e se possibile a più di uno insieme, mentre sbraita al “sovranismo”.

All’interno invece cosa di meglio che sollevare un gran chiasso, un carosello permanente per frastornare e distogliere la classe operaia, fingendo di volerla proteggere dagli “immigrati”, dai “burocrati di Bruxelles”, dalla “casta dei politicanti disonesti”, ecc. ecc. Se potranno elargire qualche elemosina il merito andrà al governo “di destra”. Se non lo faranno sarà rinverdito il frontismo antifascista che, con il mitico “spettro del fascismo” devia la lotta della classe operaia dai suoi obbiettivi immediati e storici a quelli del mantenimento di una particolare finzione, quella democratica, del dominio borghese.

Perché la democrazia è morta. Tanto che ne sono sicuri perfino i professori delle università borghesi, i quali, quando sono sinceri, danno per esclusa anche la possibilità di rianimarla.

In realtà questo non è preciso: se per democrazia si intende un potere condiviso fra la classe dominante e la dominata, questa democrazia non può morire perché non è mai esistita: anche la più perfetta democrazia è una forma atta a nascondere il dominio sulla classe operaia. Se invece si intende la democrazia fra borghesi, fondiari, e le numerose e multiformi sotto-classi piccolo borghesi, si deve rilevare che il certificato di morte è vecchio ormai di un secolo, dall’avvento della internazionale maturazione imperialistica e monopolistica del capitalismo.

Da allora, seppure con percorsi e tempi diversi, le classi lavoratrici borghesi, urbane e contadine, mercantili, intellettuali, professionali, ecc. sono state progressivamente escluse dalla condivisione del potere statale, e i loro partiti politici o si sono dispersi o trasformati in agenzie per il consenso sociale alle dipendenze dallo Stato e con personale appositamente stipendiato.

I ceti piccolo borghesi, ridotti sempre più dalle loro funzioni di produttori a puri micro-rentier, non hanno più alcuna energia di pensiero e di azione, nemmeno per difendersi. Incapaci di darsi una propria espressione politica o di corporazione, ridotti all’impotenza e all’infamia, come clienti mendicano dallo Stato “più sicurezza” contro la “invasione” dei senza riserve, ma ben vitali, proletari del Sud del mondo. Il patriottismo, il nazionalismo sono ormai in negativo: non loro affermazione nel mondo ma vile e rancorosa chiusura. Trionfa l’individualismo dei piccolo borghesi, loro primo fondamento ideale. Dall’alto il Grande Capo, adorato-odiato, su Twitter fa piovere su di loro le sue frequenti cacchette.

Arriva, a volte, la disperazione dei piccolo borghesi ad un ribellismo spontaneo, disorganizzato, senza un programma né storico né immediato, ma deve finire sempre per sottomettersi ad una delle due uniche soluzioni che la storia ormai consente: o dittatura anti-proletaria del grande capitale, e ai suoi partiti, o dittatura anti-capitalista della classe operaia, e al suo partito.

La democrazia dei piccolo-borghesi finisce oggi così per votare contro se stessa, si suicida concedendosi volentieri ai Salvini, agli Orbán, ai Bolsonaro, ai Trump, ai Kaczynski, ai Putin... I quali, per contro, non a torto si proclamano super-democratici, ed accusano di non esserlo i “tecnici”, i “ricchi” e i “potenti del mondo” che li criticano, in patria e fuori, in quanto non votati da alcuno.

Nemmeno si può dimostrare, per esempio in Italia, che una Lega sia “più fascista” degli altri, nel senso di più anticomunista ed antioperaia. Perché fascismo e democrazia sfumano l’uno nell’altra, sono solo forme diverse, fra loro compatibili, del governo dello Stato borghese.

Tanto che solo le forme della democrazia coprono la dittatura incontrastata del capitale su tutta la società. Benché quelle della democrazia siano così consunte che anche solo come maschera non funzionano più: il richiamo ai “valori della Resistenza”, dei quali è stata fatta fare indigestione ai proletari per settant’anni, sa ormai di stantio, un’offesa all’intelligenza e all’evidenza di fronte all’incarognimento ed estrema degenerazione dei falsi partiti già socialisti, stalinisti, operai, in tutto identici, nella loro inconsistenza, alle destre deprecate.

Patiamo oggi del contrappasso dell’inganno antifascista: per la debolezza del nostro movimento, i sentimenti nel proletariato di disprezzo e rigetto della democrazia sono raccolti non ancora dal comunismo ma dai partiti “antisistema”, in realtà ugualmente capitalistici ed ugualmente schierati contro gli operai e contro i comunisti.

Si profila quindi una dittatura, un regime a partito unico, si paventa? Ma quel regime, dietro il pollaio parlamentare starnazzante a vuoto, evidentemente c’è già. Solo accade che la classe grande borghese, come licenzia una sua agenzia pubblicitaria se costa troppo e rende poco, così viene a fare talvolta con gli pseudo-partiti che la circondano, limitando la spesa per uno solo. Il “pericolo fascista” quindi non sussiste, perché il fascismo già impera ovunque, subito sotto il velo e i sempre più stanchi e drogati riti elettorali.

Con l’alibi della spietata dittatura della maggioranza il capitale, che avrà sempre la maggioranza, già riesce democraticamente a far passare tutti i suoi abomini, spesso imponendo alla società superstizioni infami e orribili vessazioni, di per sé spesso perfidamente oblique rispetto all’attacco diretto alla classe operaia: la persecuzione delle donne, o delle minoranze nazionali, razziali, religiose. In un parossismo agonico si perde ogni orientamento ideale e materiale: democrazia/fascismo, realtà/spettacolo, vero/”fake”, uomo/donna, razzismo/globalismo, nazionalismo/imperialismo, agnosticismo/ossequio alla chiesa... Unico riferimento restano gli dèi Mercato e Profitto. Nella sua catastrofica rovina esce in piena luce la disumanità del Capitale, fra gli eccessi osceni dei suoi sacerdoti.

E la nostra liberatrice Rivoluzione, condannata alla minoranza, è quindi rimandata sine die? L’ABC del nostro materialismo storico ci ha insegnato che c’è un tempo per tutte le cose: l’acuirsi della crisi del mondo borghese in svolti storici determinati consente e impone al proletariato di inquadrarsi e di ribellarsi. Ma la massa dei proletari non saprà di farla la sua rivoluzione né perché la sta facendo; nessuno avrà votato per il comunismo. Solo che una loro significativa minoranza avrà saputo stringersi attorno al partito di classe. Questo viene da lontano, ha una sua propria dottrina, confermata ed affinata dalla storia, unico veramente libero da tutti gli errori, le credenze e i pregiudizi imposti dalle millenarie società di classe, fra i quali il peggiore è quello democratico, un partito che solo per la classe può sapere, vedere e prevedere.

Il fallimento dei partiti ex socialdemocratici ed ex stalinisti e la loro resa ai partiti dichiaratamente borghesi, sciovinisti, razzisti, guerrafondai, oltre che una rivincita sulle antiche menzogne ed ipocrisie, segna un passo avanti verso la crisi mondiale del capitale e quindi, per necessità storica, un passo avanti verso la sua distruzione per le armi della rivoluzione comunista. Sarà certamente un governo antidemocratico a provare a sbarrare la strada alla nostra rivoluzione, dopo che quello democratico avrà fallito ad irretirla e a fermarla. Quello “di destra” è l’unico, vero volto del Capitale, ultima società di classe, ed è contro di esso, e contro coloro che vorrebbero nasconderlo ed imbellettarlo, che la classe operaia dovrà battersi e dovrà vincere.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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