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FEDERAZIONE CENTRO-AFRICANA E DECOLONIZZAZIONE

(6 Gennaio 2019)

Dal n. 72 di "Alternativa di Classe"

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Nel Dicembre 1953 si costituì, voluta dal Primo Ministro inglese, W. Churchill, la Federazione Centro-Africana, un'entità semi-indipendente, che comprendeva la colonia della Rhodesia Meridionale, il protettorato della Rhodesia Settentrionale ed il protettorato del Nyasaland, tre possedimenti britannici.
La Rhodesia Meridionale aveva una superficie di circa 380000 km quadrati e circa 4,5 milioni di abitanti, di cui 1/4 erano "europei", con un rapporto, tra bianchi e non, da 1 a 18; il Nyasaland aveva una superficie di circa 92000 km quadrati e circa 3,5 milioni di abitanti, di cui una sola piccola frazione erano bianchi, e infine la Rhodesia del Nord, con una superficie di circa 520000 km quadrati ed una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, di cui solo 100mila erano bianchi.
I britannici, al fine di sfruttare sistematicamente le materie prime e la forza-lavoro a buon mercato, approntarono nelle loro colonie una macchina politica adatta ai loro scopi e alle condizioni che avevano trovato, e contemporaneamente le sconvolsero.
In primo luogo, seguirono le direttive di Cecil Rhodhes (1853-1902), imprenditore e politico inglese che ebbe un ruolo importante nella storia dell'Africa coloniale britannica. Egli fondò nel 1889 la British South Africa Chartered Company e, su concessione del governo britannico, prese possesso di quelle terre a nord del Transvaal ed a ovest del Mozambico, che da lui presero il nome di Rhodesia. Secondo il Rhodes avrebbe dovuto esserci una comunità bianca autogovernantesi nell'interesse della Gran Bretagna.
Sebbene la proporzione degli europei in Rhodesia fosse piuttosto bassa (3%, in confronto, ad esempio, al 25% del Sudafrica), essi diventarono la forza sociale dominante nelle città, come proprietari terrieri e di miniere, e come aristocrazia del lavoro. La costituzione della Federazione, in una situazione di sommovimenti nazionalisti che stavano investendo tutte le colonie, mirava fondamentalmente a due mediazioni importanti e vantaggiose. Mirava, cioè, sia ad una via di compromesso fra interessi coloniali dei britannici e istanze della maggioranza nera (le cui forze politiche comunque, giustamente, la osteggiavano, considerandola una via per il mantenimento dell'egemonia della minoranza bianca nella Rhodesia del Sud), e sia tra il sistema dell'apartheid sudafricano e i governi di "tendenza socialista" dei Paesi africani, divenuti indipendenti.
La Federazione Centro Africana disilluse le timide speranze della maggioranza nera di essere inclusa paritariamente nella società e, di conseguenza, presero vigore i movimenti insurrezionali. Sebbene nel 1957 nella Rhodesia del Nord e nel 1958 nel Nyasaland furono concesse nuove costituzioni, queste non bastarono a fermare le proteste. Intanto, nel 1957 nella Rhodesia meridionale si formò una nuova organizzazione, il South Rhodesian African National Congress (SRANC), il cui leader era Joshua Nkomo, sindacalista dei ferrovieri ed unico uomo di colore ad essere stato presente alla costituzione della Federazione nel 1953.
Lo SRANC fu il primo partito di massa a nascere in Rhodesia. Dal punto di vista ideologico era molto moderato, ispirandosi ad un conservatorismo liberale anche per le questioni di cittadinanza e l'indipendenza. Il Congresso dello SRANC assicurò la sua completa lealtà alla Corona inglese, vista come il simbolo dell'unità del Paese, si dichiarò apertamente contro il tribalismo ed il razzismo e riconobbe a tutti gli abitanti del Paese, europei, asiatici e di colore, la piena cittadinanza. Lo SRANC incentrava la sua politica soprattutto nel considerare il razzismo come il vero ostacolo per la formazione di una Nazione integrata. Ma, nonostante la sua politica moderata, subì una dura repressione, che culminò nella dichiarazione dello Stato di emergenza, nella messa al bando del Partito e nella detenzione dei suoi dirigenti nel 1959.
Allo SRANC nel Gennaio 1960 succedette il National Democratic Party (NPD), un partito con una base prevalentemente rurale, a differenza dello SRANC, la cui base era prevalentemente urbana. Il nuovo partito aveva come suoi obiettivi soprattutto la lotta per l'ottenimento della libertà per la popolazione della Rhodesia Meridionale e la concessione del voto ad ogni abitante del Paese.
Nel NPD la maggioranza era composta dai nazionalisti di etnia Kalanga, che diedero subito una interpretazione etnica ai propri obiettivi, dando così un impulso ad una forte identità regionale, che portò alla scissione del partito da parte dei nazionalisti Kalanga, che formarono lo Zimbabwe National Party (ZPN), bandito nel dicembre 1961.
Al Zpn successe lo Zimbabwe African People's Union (ZAPU), che, nel settembre 1962, fu dichiarato illegale e costretto ad operare nella clandestinità. Nel luglio 1963 subì una scissione, dove nacque lo Zimbabwe African National Union (ZANU), più radicale ed aggressivo dello ZAPU, e i loro reparti militari si diedero alla guerriglia, ma la risposta della polizia e dell'esercito rhodesiani fu spietata.
Il 31 Dicembre 1963, esattamente 55 anni fa, la Federazione Centro Africana, dopo dieci anni di vita, si sciolse, e la Rhodhesia settentrionale e il Nyasaland ottennero l'indipendenza, cambiando i loro nomi rispettivamente in Zambia e Malawi, mentre la Rhodesia meridionale restò una colonia con la semplice denominazione di Rhodesia, che solo nel 1965 dichiarò la propria indipendenza dalla Gran Bretagna, proclamando la Repubblica di Rhodesia.
L'Africa è stato terreno di scontro e di conquista da parte delle potenze coloniali europee che vi hanno esercitato un duro potere, anche se ognuna in modo diverso, per potere sfruttare al massimo le sue risorse di materie prime e di forza-lavoro.
Il punto più alto del colonialismo fu raggiunto tra le due guerre mondiali, quando il Trattato di Versailles redistribuì, anche sotto forma di mandati, i possedimenti tedeschi e ottomani a Gran Bretagna, Francia e Belgio. E questo fece sì che nel 1929 le suddette potenze poterono affrontare la crisi, aumentando lo scambio economico con le colonie a favore delle rispettive madrepatrie, grazie alle attività estrattive ed alle coltivazioni intensive delle terre coloniali.
Oltre all'importanza dell'aspetto economico, le colonie diedero un importante sostegno con uomini e mezzi allo sforzo bellico delle potenze coloniali, ma i colonizzati ebbero la possibilità di confrontarsi con nuove realtà, acquistando maggior coscienza delle proprie capacità e dei propri orizzonti. Ciò soprattutto durante il secondo conflitto mondiale, grazie alla stessa propaganda di guerra, che esaltava i valori della democrazia e della libertà, nel cui nome gli Alleati dicevano di combattere, e grazie alla dichiarazione della Corte Atlantica (1941), che affermava il diritto dei popoli all'autodeterminazione.
Si può dire che il processo di decolonizzazione, in cui si inserisce anche lo scioglimento della Federazione Centro Africana, si è snodato in due distinti percorsi politici, di cui uno si è caratterizzato per il trasferimento formale e patteggiato del potere politico ad una, più o meno nuova, borghesia nazionale, che manteneva un rapporto di sudditanza con l'ex potenza coloniale, mentre l'altro è sopraggiunto al termine di una lunga guerra di liberazione nazionale, diretta da forze nazionaliste piccolo borghesi.
Il processo di decolonizzazione in Africa aveva ricevuto una forte spinta dalla sconfitta dell'8 Novembre 1956 di Francia, Gran Bretagna ed Israele nell'aggressione all'Egitto di Nasser, a seguito della nazionalizzazione del Canale di Suez, avvenuta il 26 Luglio 1956. La sconfitta delle due potenze imperialiste europee segnò un loro ridimensionamento e l'ingresso in grande stile dell'imperialismo americano in Africa. L'imperialismo statunitense era da una parte interessato, ovviamente, allo smantellamento del sistema coloniale di Francia e Gran Bretagna, ma dall'altra appoggiava gli stati africani più reazionari.
Nel corso del processo di liberazione nazionale il proletariato africano, anche se ha espresso talvolta forme di lotta e di organizzazione sindacale avanzate, non ha mantenuto un'indipendenza politica dalle forze nazionaliste borghesi. Tale subalternità politica è dovuta soprattutto alla linea politica dello stalinismo russo e di quello cinese; quest'ultimo, in particolare, si è reso responsabile del sostegno a forze apertamente controrivoluzionarie, come in Angola e Sudafrica.
Nonostante l'indipendenza ottenuta, nei vari Stati africani aleggiava e aleggia l'ombra del padrone bianco sotto forma di dipendenza economica o di occupazione militare. Dal secondo dopoguerra, come abbiamo già visto, iniziava in modo più o meno pacifico la decolonizzazione e l'indipendenza delle colonie, e i paesi imperialisti si adeguarono ai tempi, assumendo connotati più duttili e sfumati di un intervento economico massiccio, anche se "camuffato" come testimonianza di aiuti, di sostegno o di temporanea collaborazione tra Stati.
La decolonizzazione non è stata la fine del colonialismo, ma l'inizio di una sua nuova formula (neocolonialismo), in cui l'imperialismo internazionale lo volle fare sopravvivere e sviluppare, sostituendo, ad una forma superata di dominazione, dei nuovi meccanismi economico-sociali interni ai Paesi emergenti, ed orientando il mercato, le infrastrutture e la forza-lavoro locale verso gli interessi del capitale finanziario e industriale degli Stati ricchi e delle multinazionali. Il maggior problema per le potenze colonialiste è perpetuare il controllo economico, assicurandosi la complicità della borghesia locale, ed infatti, già durante la fase di decolonizzazione, erano stati messi in opera degli accordi commerciali in grado di predeterminare l'assetto e lo sviluppo della maggior parte di questi Paesi.
Uno dei principali meccanismi di controllo neocoloniale è la cosiddetta "politica degli aiuti", che spesso è un'arma di politica estera dei Paesi "donatori", destinata a mantenere o ad accrescere la loro influenza. Infatti quasi sempre questi "aiuti" si trasformano in una fonte di profitto per le imprese dei Paesi "donatori" giacché aprono facilmente mercati importanti per i loro prodotti ed incentivano, nelle ex colonie, il sistema di una “libera concorrenza”, tutto a favore delle imprese occidentali.
Tutto questo, invece di ridurre, accentua la subordinazione dei Paesi emergenti al capitale internazionale. Lo stesso costo del debito estero finisce quasi sempre per assorbire buona parte degli aiuti finanziari, e la stessa programmazione economica deve avere l'avallo del Fondo Monetario Internazionale, che condiziona l'invio degli “aiuti” al raggiungimento di una stabilità economica e politica, che tuteli gli interessi non solo dei governi e delle istituzioni, ma soprattutto degli investitori privati, dove i capitali esteri la fanno da padroni.
Laddove tutto ciò non bastasse, si passa alle armi, non con invasioni armate, ma con la vendita di armi, l'addestramento militare, il sostegno ad una delle forze in campo in caso di guerra civile, e inoltre lo spionaggio o l'intervento diretto dei servizi segreti (vedi, ad esempio, gli omicidi di P. Lumumba e di T. Sankara).
Il colonialismo e il neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, che gronda sangue nero, repressione, miseria, rapina delle materie prime, desertificazione di terre e saccheggio delle coste africane anche da parte dei pescherecci occidentali, che da una parte espellono contadini, e dall'altra affamano i pescatori locali. Se tutto questo non si ottiene con "le buone", allora si fa la guerra per procura, sfruttando le religioni o il dissidio tra le varie etnie, armando e appoggiando la componente che garantirà ai vari imperialismi di potere mantenere e difendere i propri interessi, come hanno dimostrato anche le ultime rivolte che avevano dato qualche speranza alle popolazioni.
E' chiaro che a queste masse di poveri, abbandonate a se stesse, non resta che la possibilità di emigrare, sia all'interno dei paesi africani, sia in altri continenti, soprattutto quello europeo. In questo contesto il proletariato africano dovrebbe avere un ruolo determinante per spazzare via non solo i padroni bianchi ma anche quelli neri, uniti insieme per mantenere lo status quo. Ma per far questo deve avere un'organizzazione autonoma dalla borghesia, grande e piccola, ed avere una chiara linea di classe. Inoltre deve collegarsi col proprio proletariato emigrato e col proletariato dei paesi occidentali. Ed il proletariato occidentale deve prendere coscienza che se i padroni stanno rendendo sempre più difficili e precarie le condizioni della forza-lavoro immigrata è perché poi renderanno più precarie le condizioni di tutta la forza-lavoro, emigrata e locale.
Dobbiamo sempre ricordarci che il nostro nemico non è chi ha fame, ma chi affama.

Alternativa di Classe

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