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Egitto, storie d’infamia ordinaria

(6 Gennaio 2019)

interno carcere Tora

E’ qui che cercano di sopravvivere i sepolti vivi nell’Egitto di al-Sisi. Tora, una decina di chilometri dal Cairo, sezione al-Aqrab (lo scorpione), dove c’è di tutto, dai detenuti comuni, ai criminali incalliti e, dopo il golpe bianco del luglio 2013, tanti politici d’ogni levatura. Qui c’è il Gotha della Fratellanza Musulmana, dal presidente deposto Mohamed Morsi, alla guida spirituale Muhammad Badi, e l’imprenditore islamista Khayrat al-Shater. Scrittori come Ahmed Nagi, attivisti noti e sconosciuti. Più si è sconosciuti più una sparizione, un decesso diventano insignificanti. Nessuno cercherà quelle matricole, i nomi risulteranno solo a familiari e amici, le cui rimostranze verranno scoraggiate a suon di accuse peggiori: terrorismo su tutte. La legge sulla sicurezza nazionale impedisce di fatto un percorso di conoscenza e verità se rivolto contro militari, forze dell’ordine e qualsiasi ganglio dell’apparato repressivo statale. Ne sanno qualcosa i legali che difendono gli interessi della famiglia Regeni. Indagando sull’omicidio del ricercatore friulano, l’avvocato egiziano Ibrahim Metwaly, è risultato da oltre un anno scomparso poi incarcerato e ora non si sa. La legale italiana Alessandra Ballerini ha più volte ricordato la frustrazione dei genitori di Giulio, e quante difficoltà hanno incontrato gli stessi procuratore e vice Pignatone e Colaiocco sia nelle indagini svolte a Roma, sia nelle trasferte compiute nella capitale egiziana.

Accanto a casi eclatanti e sanguinari, egualmente penose sono le vicende che soffocano le vite di tanti giovani che finiscono intimoriti e tenuti sospesi con arresti reiterati, minacce, pestaggi, rilasci tendenziosi e costellati di pedinamenti, con lo scopo di far cadere nella rete poliziesca loro amici, che possono essere accusati d’un non nulla e che avranno anch’essi l’esistenza sottoposta al giogo d’una prostrazione ideale e morale, con l’inframmezzo di quella fisica. Simile alla vicenda narrata alcuni giorni addietro di Sayed Elmanse ce ne sono mille, mutano i nomi, ma il meccanismo si ripete, perché il laboratorio della paura messo a punto dallo staff di Sisi oltre a punire, divulga l’asfissìa del terrore. L’ossimoro è definirlo sicurezza. Ciò che viene spacciato per ‘sicurezza del Paese’ contro oppositori politici, infiltrati, spie, ovviamente giornalisti interni e stranieri e legali dei diritti, è un senso di paura diffuso con le esperienze che tanti giovani si trovano a vivere già da minorenni. Basta essere per via, in qualche maidan o awha, incappare in una retata o peggio venire fermati per sospetti di antagonismo o addirittura, peggio del peggio, per uno sciopero, una protesta, fosse pure un semplice sit-in. Può accade quello che la madre di Saad Mouhamed Saad racconta del figliolo.

In una calda serata dello scorso giugno il giovane era fermo davanti a una palestra nella cittadina di Khanka, governatorato di Qalyubia nel Basso Egitto. Viene circondato da un manipolo di uomini mascherati. Capisce che si tratta d’una squadra della Sicurezza nazionale, lo prelevano, lo conducono in una località a lui sconosciuta. Saad, oggi ventenne, non è nuovo a simili trattamenti. Il primo arresto lo subì quattro anni fa, mentre camminava con un gruppetto di amici. Allora venne accusato di manifestazione non autorizzata. Una legge emanata durante il primo mandato di Sisi, poi resa ancor più restrittiva, considera sedizioso un raggruppamento di cinque persone. Ovviamente tutto resta a discrezione della potenziale accusa che viene diretta su chi si vuole, poiché qualsiasi assembramento nel suq e nelle piazze potrebbe rientrare in quella casistica. Per il raduno “sedizioso” Saad si fa sei mesi di galera, sebbene non s’occupasse per nulla di politica. Una volta fuori subisce un sequestro, si ritrova in un commissariato quindi davanti a un giudice che gli rifila due anni di detenzione in base a un dossier poliziesco che l’accusava falsamente. Nei primi giorni di prigione i secondini gli intimano d’inginocchiarsi al loro cospetto. Lui si rifiuta e subisce di peggio: periodicamente gli mettono la faccia nella latrina e lo umiliano. Ma in fondo è fortunato. Ad altri gli hanno cercato l’anima a forza di botte.
6 gennaio 2019

articolo pubblicato su enricocampofreda.blogspot.com

Enrico Campofreda

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