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Finanze d'alto bordo

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(27 Novembre 2011) Enzo Apicella

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simbolo dell'UVW

Il simbolo dell'United Voices of the World

«Succedeva che se in un posto ti trattavano come uno schiavo si andava da un’altra parte. Siamo ora arrivati al punto che non c’è più nessun posto dove andare. Siamo ad un punto di svolta. Riceviamo il salario minimo, con contratti a zero ore garantite. Gli straordinari non esistono più e adesso stanno iniziando ad appropriarsi anche delle mance. Non possiamo davvero più tollerare questa condizione».

Con queste parole un giovane lavoratore inglese del settore della ristorazione descrive la condizione sua e di molti altri sfruttati alla vigilia di un’importante ed inedita azione diretta. Il 6 ottobre i lavoratori dei fast-food appartenenti alle catene McDonald’s, TGI Fridays e Wetherspoons hanno dato vita ad uno sciopero coordinato a conclusione, o forse a nuovo inizio, delle lotte particolari di cui si erano avuti diversi episodi l’anno scorso.

I casi di molestie sessuali presso i McDonald’s o le discussioni sulle mance alla TGI Fridays sono stati solo i soprusi che hanno innescato la protesta: farla finita con paghe misere e contratti a zero ore, nonché alla disparità di retribuzione che colpisce i giovani sotto i 25 anni. Da iniziative di sciopero isolate e sparse nel tempo si è fatta strada la consapevolezza che è necessaria un’azione coordinata di lotta.

Per lo più giovani senza sostegno familiare, senza alcuna prospettiva di avanzamento, schiacciati da un mercato della forza lavoro che preme solo al ribasso, questi lavoratori hanno formato o aderito a dei Grassroots Trade Unions, sindacati di base, impermeabili a burocrati e a politiche collaborazioniste di ogni sorta, e che sono per la maggior parte dirette dai lavoratori stessi per la difesa dei loro interessi immediati, inconciliabili con quelli dei loro padroni. Inizia anche a serpeggiare la consapevolezza che la loro situazione potrà difficilmente migliorare rimanendo tali gli attuali rapporti di produzione.

Lo sciopero è stato promosso principalmente dal sindacato Bakers, Food and Allied Workers Union ma anche GMB Union ed il più grande Unite the Union hanno chiamato all’azione gli iscritti.

Evidentemente però il malessere non sta solo nella ristorazione: quando lo sciopero era già deciso, i lavoratori della “gig economy”, gli addetti alla consegna dei pasti a domicilio, hanno presto deciso di partecipare anch’essi. Accomunati da una condizione assai simile, con paghe bassissime e ore di lavoro non garantite, hanno visto nell’unità dei lavoratori l’unica possibilità di riscatto.

Questo segmento di lavoratori vive una condizione al limite della sopravvivenza, negati anche i diritti elementari. Anche se nella maggior parte dei casi si tratta di veri e propri impieghi a tempo pieno, nonché unica fonte di sostentamento, questi fattorini si sentono dire che sono gli “imprenditori di se stessi”, che lavorano “quando e come vogliono”, che sono “padroni del proprio tempo”. La realtà invece è che non hanno altra scelta che subire uno sfruttamento selvaggio con la perenne incertezza di non poter stare al passo con affitto e bollette, lavorando senza ferie, cassa malattie né compenso in caso di condizioni atmosferiche avverse.

Ben 9 le città nel Regno Unito hanno visto la mobilitazione congiunta di lavoratori di UberEats e Deliveroo, con una manifestazione molto partecipata nel centro città di Cardiff. Questi lavoratori sono organizzati quasi interamente da altri due importanti sindacati di base, UWGB e IWW in un’unica rete (Couriers Network).

Parlare della costituzione di un fronte unico sindacale sembra di certo alquanto prematuro in questa fase, ma sorprende la facilità e rapidità con cui questi sindacati giungano ad un totale accordo sull’unità d’azione, in modo da infliggere il massimo danno possibile all’avversario per mezzo dello sciopero. In un settore molto precario in cui è sempre stato difficile organizzare la forza lavoro per via della sua frammentazione, ben 5 sindacati sono riusciti a congiungere i propri sforzi in un tempo relativamente breve.


Nelle pulizie a Londra

Ma questo non è stato l’unico episodio di lotta coraggiosa che ha attraversato il Regno negli ultimi mesi. Merita attenzione la genuina esperienza organizzativa dei lavoratori delle pulizie londinesi tramite il sindacato United Voices of the World (UVW). Per la quasi totalità proletari immigrati, questi lavoratori sgobbano presso i più smaglianti uffici della città per percepire la miseria del salario minimo nazionale di 7,83 sterline l’ora. Se questo, forse, può bastare ad una misera vita fuori di Londra, nella capitale finanziaria basta per pagare il fitto e poco più, tanto che il salario minimo per Londra, il “London living wage”, è fissato in 10,20 sterline.

Con il 100% dei voti per lo sciopero, i lavoratori delle pulizie presso il Ministero della Giustizia e il Quartiere di Kensington e Chelsea (RBKC) hanno deciso di incrociare le braccia per tre giorni dal 6 al 8 agosto. Le principali richieste sono un innalzamento della retribuzione a 10.20 sterline l’ora per tutti, più la fine della disparità di trattamento e di diritti tra lavoratori interni ed esternalizzati. L’azione è sembrata sin dall’inizio decisamente energica e chiassosa: oltre ai picchetti i cleaners sono entrati in entrambi gli edifici interrompendo il regolare svolgimento delle attività. Ad una iniziale accettazione di dialogo espressa da un portavoce del RBKC è seguito un rifiuto di ascoltare le richieste dei lavoratori.

Ma la miccia era ormai accesa. Lavoratori delle pulizie presso altri edifici della città, tra cui gli ospedali privati di lusso e cliniche specialistiche (London’s Luxury Private Hospitals) hanno aderito all’UVW in massa e subito organizzato una votazione per decidere se scioperare o meno. Alla notizia di prossime possibili azioni di sciopero, l’azienda che impiega questi lavoratori ha offerto loro un aumento della paga da 7,83 a 9,18 sterline, ovvero il 17% di incremento. Una mossa che avrebbe potuto far sì che la lotta ripiegasse e si appiattisse su una conquista parziale. Ma che non ha invece sortito gli effetti sperati, visto che i lavoratori sono andati avanti per la loro strada e con un altro importante plebiscito hanno deciso di continuare a scioperare fino all’ottenimento di tutte le loro richieste. Pochissimi giorni dopo arriva la notizia: il Quartiere di Kensington riconosce a partire da dicembre 2018, e con effetto retroattivo da ottobre, un aumento del salario a 10,20 sterline l´ora. Per di più il contratto precario sarà rivisto con la soppressione della possibilità di risoluzione anticipata da parte della ditta appaltatrice.

Ma già prima di questa vittoria, e nei giorni seguenti, anche altri segmenti della forza lavoro impiegata presso il Ministero della Giustizia hanno aderito all’UVW. Le guardie di sicurezza e gli addetti all’accoglienza, entrambi con paga inferiore al “London Living Wage”, hanno deciso di battersi al fianco degli addetti alle pulizie e proseguire con nuovi scioperi nei prossimi mesi. Anche presso gli ospedali privati la battaglia continuerà.

Sulla pagina Facebook del sindacato UVW leggiamo un messaggio chiaro: «la vostra lotta è la nostra lotta e abbiamo bisogno della massima unità e solidarietà tra noi per crescere in forza». È proprio il caso di dire che il maggior risultato della lotta è il miglioramento dell’organizzazione e la sua estensione.

Allo stesso tempo il maggior partito che con molto coraggio riesce ancora a dirsi riformista, il Labour Party, ha spedito i propri parlamentari e i suoi candidati a ministri a farsi riprendere davanti a qualche picchetto mostrando d’essere a favore degli scioperanti e di una legislazione che assicuri un salario minimo nazionale di 10 sterline. Non abbiamo dubbi che si tratti dell’ennesimo inganno: come ovunque le sinistre borghesi inizialmente sbandierano davanti alla classe operaia rivendicazioni radicali per bassi scopi di raggiro ed elettorali, per poi ripiegare su politiche perfettamente funzionali alla conservazione dello sfruttamento. In questo momento il Labour Party e i sindacati di regime ostentano un falso appoggio ma restano sempre la maggiore forza contraria e per la pacificazione del movimento. Sono in attesa della prima occasione per imbrigliarlo ed incanalarlo nell’alveo della collaborazione, del sacrificio e della sottomissione all’interesse nazionale, che si pretende, in mala fede, comune. Anche la classe lavoratrice inglese ha dunque un compito: non prestare ascolto a chi vuole darle in pasto delle briciole per impedire che continui sulla sua strada di lotta coraggiosa.


PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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