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Il capitalismo non è acqua!

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BREXIT:
Anche per la borghesia inglese non c’è una via di uscita

(8 Febbraio 2019)

Dal Partito Comunista N.393 Gennaio-Febbraio 2019

L’accordo sulla separazione stipulato tra il governo conservatore di Teresa May e l’Unione Europea non sembra offrire alcuna soluzione al groviglio di questioni che la Brexit comporta.

È significativo che sia il Partito Conservatore sia il Laburista non siano riusciti a prendere una posizione interna univoca sulla rilevante questione! Ma non perderemo qui tempo sulla volgare aritmetica parlamentare, che rende apparentemente impossibile qualsiasi soluzione, né ci perderemo nei dibattiti su un possibile ulteriore referendum, sulle dispute legali e costituzionali, ecc.

Di maggior interesse sono i fattori economici che hanno portato a questa impasse. Una parte significativa della classe dominante britannica credeva che uscire dall’Unione fosse facile come passare da una porta aperta lasciandosi dietro quelle regolamentazioni che ritenevano frenassero la competitività della loro economia. Questo punto di vista, benché falso, è un riflesso del crescente contrasto e rivalità fra il Regno Unito e la gran parte dell’Europa continentale, a guida tedesca, e il disallineamento delle economie provocato dal permanere della Gran Bretagna fuori dall’eurozona.

Di fatto però il Regno Unito non ha varcato una porta verso un futuro migliore ma si è infilato in un intricato labirinto di difficoltà privo di alcuna facile via di uscita.

Da quando negli anni Ottanta la Gran Bretagna ha smantellato il grosso della sua poco profittevole industria pesante, mantenuta dagli aiuti statali, gli investimenti sono passati al settore dei servizi, largamente dipendente dalle esportazioni. Trasformazione questa che è stata resa possibile soltanto infliggendo una dura sconfitta alla classe operaia, notoriamente ai siderurgici nel 1980 e ai minatori nel 1984-1985.

Questa evoluzione ha facilitato il capitalismo inglese nell’attrarre investimenti esteri, specialmente grandi aziende globali interessate a vendere all’interno dell’Unione Europea. Ma proprio per questo diventa difficile assai l’operazione di uscita della Gran Bretagna dall’UE, in presenza di una forte resistenza delle grandi aziende ad una qualunque Brexit che restringa l’accesso al mercato unico europeo o agli altri mercati stranieri che si rendano accessibili attraverso accordi di libero scambio stretti con l’Unione.

Ironicamente fu Margaret Thatcher a premere risolutamente per il mercato unico, anche se oggi la sua retorica nazionalista viene spesso evocata dai sostenitori della Brexit per lamentare che dal mercato unico trarrebbe più vantaggi la Germania che la Gran Bretagna.

Gran parte dell’economia inglese è intrinsecamente legata all’Unione Europea. Prendiamo un esempio spesso riportato dalla stampa britannica: l’albero motore montato sulla Mini, l’iconico marchio “britannico”, oggi di proprietà della tedesca BMW, attraversa la Manica ben tre volte percorrendo 2.000 miglia prima che l’automobile finita possa uscire dalla linea di produzione. Lo stesso è per altri componenti della Mini e per altri impianti di produzione di componenti automobilistici in Gran Bretagna.

Il Regno Unito è il secondo paese in quanto a investimenti diretti giapponesi all’estero, costituendo un importante partner economico per il Giappone. Nel settore dell’auto produttori giapponesi come Nissan e Toyota costituiscono più del 40% della produzione britannica e danno occupazione a 140.000 lavoratori. Ma tutto ciò dipende dalla possibilità di effettuare consegne secondo il just-in-time, con scambi liberi in un mercato unico e senza impicci doganali.

Altri settori come l’aerospaziale, la ricerca scientifica e il settore farmaceutico hanno un’altrettanto forte dimensione pan-europea. Se la Gran Bretagna dovesse lasciare l’Unione Europa senza un accordo, affidandosi all’Organizzazione Mondiale del Commercio (quindi alle regole dell’OMC), come vorrebbero i sostenitori della Brexit, le aziende di questi settori potrebbero scegliere di dirottare gli investimenti verso altri paesi europei.

Nel frattempo il capitale francese e tedesco, al fine di proteggere “l’integrità del mercato unico” (cioè gli interessi delle rispettive borghesie nazionali) hanno minacciato misure di ritorsione qualora il Regno Unito provasse ad opporsi o a danneggiare il capitalismo dell’Unione. Per esempio la Francia ha ripetutamente minacciato di dispiegare un sistema di controlli di frontiera al fine di turbare i traffici commerciali, il che, potenzialmente, potrebbe trasformare le autostrade del Kent e del Sud-Est dell’Inghilterra in immensi parcheggi. Il Presidente Macron ha anche detto che la Francia potrebbe ignorare qualsiasi regolamento sull’accesso alle acque costiere: il settore della pesca, benché quota insignificante del PIL britannico, ha assunto un grande peso fra le emozioni suscitate dai più combattivi sostenitori della Brexit. Nel frattempo Irlanda e Francia hanno progettato l’apertura di nuove linee marittime per evitare di utilizzare il Regno Unito come ponte per il continente.

E questa è la situazione solo per l’industria manifatturiera e lo scambio di merci materiali. Ma si pongono interrogativi anche sul futuro del settore dei servizi, in particolare quello finanziario. Benché costituisca solo il 6,5% della produzione totale, interessa 1,1 milioni di posti di lavoro. Il 44% dei servizi finanziari esportati e il 39% di quelli importati sono legati all’Unione Europea. Questo business inoltre dipende dall’osservanza del pacchetto normativo dell’Unione Europea.

Immigrazione capro espiatorio

Queste sono le considerazioni che stanno dietro alla proposta della May, che di fatto lega il Regno Unito al mercato unico dell’Unione Europea e alle regole doganali per il futuro prossimo, pur concedendo qualcosa alle rivendicazioni dei sostenitori della Brexit, in particolare in merito alla libera circolazione dei lavoratori.

L’immigrazione è stato un elemento chiave nella campagna politica per la Brexit, condotta da populisti quali Nigel Farage e sostenuta dai capitalisti poco o per nulla interessati all’Unione Europea.

Effettivamente pare che ci sia stato un “effetto Brexit” sull’immigrazione. I numeri pubblicati a fine novembre dall’Office for National Statistics mostrano che l’immigrazione netta dall’Unione Europea è tornata al minimo degli ultimi 6 anni, mentre l’immigrazione non europea è al massimo da più di un decennio. Vi sono stati 74.000 cittadini europei immigrati dall’UE più di quanti siano partiti dal Regno Unito verso altri paesi dell’UE, il valore questo più basso dal 2012. Per contro l’immigrazione non europea netta è ai livelli massimi dal 2004, contando 248.000 cittadini non europei in più di quanti ne siano partiti.

La verità ovviamente è che l’immigrazione è guidata soprattutto dal mercato del lavoro. Il fare degli immigrati un capro espiatorio, con le annesse argomentazioni populiste, è solo espressione dell’incapacità del modo di produzione capitalistico di offrire soluzioni al suo disfacimento economico.

Il confine con l’Irlanda

L’attuale bozza di accordo di uscita è quindi un confuso compromesso atto a far guadagnare tempo al Regno Unito, un periodo di transizione durante il quale negoziare un trattato di libero scambio con l’Unione Europea, dandole nel frattempo mano libera per stringere patti commerciali con altri paesi e blocchi economici, come gli Stati Uniti (benché il presidente Trump abbia già chiarito di non voler concedere al Regno Unito trattamenti di favore se accetta la bozza di accordo con l’UE).

Dunque il meglio che possono sperare i borghesi del Regno Unito al momento è di aggrapparsi agli esistenti accordi di libero scambio con l’Unione Europea.

Anche il cosiddetto backstop del confine irlandese potrebbe tenere il Regno Unito legato al mercato unico e ai regolamenti doganali dell’Unione per il prossimo futuro. Il che costituisce un anatema per gli unionisti dell’Ulster e per i sostenitori della Brexit.

Secondo l’accordo, l’Unione Europea e il Regno Unito stabiliscono di “adoperarsi al meglio” per siglare un trattato di libero scambio nei sei mesi che precedono il termine del periodo di transizione nel dicembre del 2020; ma se non sarà così l’Unione Europea e il Regno Unito potrebbero di comune accordo estendere lo scadere del periodo di transizione a data non specificata. Altrimenti entrerebbe in azione la soluzione del backstop per il confine fra Irlanda e Irlanda del Nord, atta a prevenire squilibri nella zona di confine. Il backstop costituirebbe «un territorio a regime doganale unico fra l’Unione e il Regno Unito», con applicazione a partire dalla fine del periodo di transizione, «a meno che e fintantoché (...) un ulteriore accordo diventi applicabile».

Il territorio a regime unico doganale riguarderebbe tutti i tipi di merci, esclusi i prodotti ittici, con «adeguata osservanza degli accordi e degli appropriati meccanismi di esecuzione al fine di assicurare una equa competizione fra il Regno Unito e il mercato della comunità allargata (UE27)».

Ci saranno necessariamente dei controlli in più di tipo non doganale su alcuni tipi di merci in transito fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, il che non sarà gradito al Partito Unionista Democratico che si è recentemente opposto a qualsiasi tipo di trattamento differenziato per l’Irlanda del Nord.

Quanto alla possibilità di recedere dal backstop, l’accordo afferma che «quando una parte considerasse il backstop non più necessario, lo può notificare all’altra» esponendo le proprie ragioni. A quel punto una commissione mista dovrà essere convocata entro sei mesi ed entrambe le parti dovranno sottoscrivere un accordo di recessione.

I sostenitori della Brexit hanno coerentemente argomentato che la Gran Bretagna dovrebbe poter uscire quando e come vuole da qualsiasi regolamento doganale che interessi i territori del Regno Unito, se e quando volesse stipulare accordi di libero commercio nel restante mondo.

La necessaria risposta di classe

Dunque al momento nessuna delle opzioni può soddisfare la borghesia inglese.

L’accordo della May ha ricevuto un tiepido sostegno dalla City di Londra e dall’organizzazione padronale, la CBI, come soluzione “la meno peggio”. Pochi desiderano uscire dall’Unione Europea senza aver raggiunto un accordo.

Un altro referendum creerebbe ulteriore scompiglio politico, mentre una drastica inversione di rotta sulla Brexit consegnerebbe la Gran Bretagna in mano ai rivali economici: i termini per ritornare nell’Unione Europea potrebbero essere peggiori degli attuali.

Tutte queste “scelte” devono ovviamente essere viste nel contesto della crisi globale del capitalismo e delle sue crescenti rivalità nazionali.

Quel che è certo è che nessuno dei partiti borghesi (siano essi dell’establishment tradizionale o populisti) può offrire una soluzione in qualche modo minimamente vantaggiosa per la classe operaia. Qualsiasi tesi volta a sostenere che l’integrazione economica o l’unificazione dell’Europa attraverso la costruzione di istituzioni statali europee possa essere una base per il socialismo, o in alternativa, che possa esserci una “Brexit socialista”, altro non è che opportunismo di basso rango.

Ora più che mai la classe operaia britannica deve perseguire una propria prospettiva di classe, solidale alla classe lavoratrice di Europa e oltre il continente europeo. Soltanto allora potrà trarre beneficio dalla confusione e discordia fra i suoi nostri nemici.

L’unica via di uscita dal labirinto della Brexit è gettare a mare europeisti ed anti-europeisti, assieme al resto del capitalismo!

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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