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Permanente funzione contro-rivoluzionaria dello stalinismo

A consesso ad Atene i partiti “comunisti e operai”

(21 Febbraio 2019)

L’esistenza dei vecchi partiti figli dell’opportunismo staliniano, che abusivamente si insigniscono del nome di “comunisti”, viene descritta spesso dalla stampa borghese come un fatto del tutto residuale, oltre i limiti del folkloristico, se non del grottesco.

Il punto di vista della nostra corrente, anche su questo tema è diverso da quello che può avere qualsiasi scribacchino impiegato nei mass-media al servizio del capitale. Tali partiti infatti, anche se nella maggior parte dei paesi hanno perso un seguito di massa, continuano ad assolvere a un compito importante dal punto di vista della borghesia: quello di rendere il comunismo poco attraente ai lavoratori, oltre che irriconoscibile, presentando come tale un guazzabuglio di luoghi comuni e di pregiudizi del tutto interni ai motivi e agli stilemi dell’ideologia dominante. Sia che permangano al potere, come è il caso di quelli di Cina, Vietnam, Cuba e Corea del Nord, sia che si trovino all’opposizione con un seguito esiguo, ma talora non del tutto trascurabile come in Grecia, Francia o in Portogallo, essi offrono l’estremo tributo alla controrivoluzione demoralizzando e disorientando il proletariato.

Nel novembre scorso, presso la sede di Atene del Partito Comunista di Grecia (KKE), si è tenuto il “20° Incontro internazionale dei Partiti Comunisti e Operai”. Vi hanno partecipato 90 partiti di 72 diversi paesi, assai diversi fra loro per linea politica, storia e consistenza, i quali hanno tuttavia in comune, insieme a una fraseologia opportunista, l’appartenenza al campo del politicantismo borghese.

Nella convocazione dell’incontro si leggono passaggi assai significativi e rivelatori di quanto, dietro al preteso carattere internazionalista dell’evento, vi si nasconda il più vieto sciovinismo, caratteristica secolare dell’opportunismo. «I partiti comunisti e operai salutano le lotte degli operai e dei popoli di tutto il mondo contro l’attacco dell’imperialismo, contro l’occupazione, la minaccia ai diritti alla sovranità e all’indipendenza, per la pace, la difesa e l’ampliamento dei diritti sociali e democratici. L’esperienza accumulata in molti paesi contro i piani imperialisti e la politica degli Stati Uniti, della Nato e dei suoi alleati è preziosa». I sedicenti partiti comunisti qualificano quindi di “imperialista” una sola potenza, gli Stati Uniti d’America. D’altronde un insieme così eterogeneo di formazioni politiche come avrebbe potuto trovare un comune denominatore se vi fa parte il partito al potere di una potenza imperialista di prima grandezza come la Cina?

Ecco allora che per questi pretesi “comunisti” diventa agevole fare appello, a fini non soltanto di propaganda, a concetti alla moda. Rivendicare “sovranità” e “indipendenza”, cercando il “consenso popolare” con le destre populiste e fasciste, ha senz’altro un “valore politico”, benché ben lontano da quello proclamato. Sovranità e indipendenza nazionali nel mondo d’oggi non significano la reale possibilità per un paese di compiere una politica autonoma sulla scena internazionale. In un pianeta così interconnesso la nazione è solo l’estrema trincea dietro la quale la borghesia, classe quanto mai internazionale esattamente quanto l’opposta proletaria, si schiera per difendere il proprio dominio. Dunque nulla sarà ad essa più gradito dello sventolio della logora bandiera della “sovranità nazionale” da parte di false sinistre e di pretesi comunisti, mentre in realtà spacciano per “antimperialismo” l’appoggio ad un fronte imperialista contro l’altro.

Come sugli stalli lignei del coro di un’antica cattedrale, abbiamo sui due lati schiere di sguaiati cantori che intonano la stessa berciante melodia: a destra i “rossobruni”, figli della cosiddetta “destra sociale”, del sansepolcrismo italico e del nazionalsocialismo germanico, a sinistra i campioni della controrivoluzione staliniana russa e internazionale, da quasi un secolo capofila del falso comunismo. Alla borghesia oggi fa assai comodo che accanto a quello delle destre xenofobe e fasciste si faccia strada anche un “sovranismo di sinistra” e falso operaio.

Ma torniamo alla convocazione dell’incontro di Atene dove troviamo altri concetti privi di qualsiasi coerenza logica, purtuttavia assai efficaci a confondere le acque: «La lotta per la pace, il rispetto della sovranità popolare, per la soluzione dei problemi popolari e il soddisfacimento delle necessità popolari è indubbiamente vincolata alla lotta per il rovesciamento della barbarie capitalista, per il socialismo».

Se è vero che la pace è possibile a patto di “rovesciare la barbarie capitalista”, questo implicherà necessariamente la negazione di ogni “rispetto della sovranità popolare”, dacché la sussistenza di quest’ultima implicherebbe la sopravvivenza del popolo, congerie di classi distinte e antagoniste, e dello Stato “popolare”, cioè non proletario, cioè borghese. E in tale caso la “lotta per la pace” sarebbe in ogni caso impossibile: all’esterno contro gli altri Stati “sovrani”, e all’interno per la guerra contro il proletariato, se non sottomesso altrimenti alla violenta dominazione borghese. In realtà la “pace” cui alludono costoro non è altro che la pace sociale, che impera anche in quei paesi in cui partiti pretesi comunisti sono al potere, garanti della feroce dittatura del capitale.

Quanto poi alla ignobile pretesa di conciliare l’internazionalismo proletario con la menzogna della “sovranità nazionale”, possiamo ribattere con le parole che il nostro partito ebbe a scrivere a commento della Conferenza dei Partiti Comunisti e Operai tenutasi a Mosca nel novembre del 1960 e di cui l’evento di Atene 58 anni dopo non è che una puntuale fotocopia, a riprova, se ce ne fosse bisogno, della capacità dell’opportunismo di restare uguale a se stesso attraverso i decenni e i secoli. «La pretesa reazionaria dell’opportunismo di unificare “l’internazionalismo e il patriottismo”, due caratteristiche contraddittorie pertinenti l’una al proletariato e l’altra alla borghesia, testimonia a quale grado di corruzione borghese esso sia giunto. Si vorrebbero conciliare due classi irriducibilmente nemiche della società. Il socialismo sarà la conseguenza non di un pateracchio fra classi quali che siano, ma della vittoria del proletariato internazionale» (“Replica all’ignobile manifesto degli 81 partiti cosiddetti operai e comunisti”, “Il Programma Comunista”, n° 5-6 del 1961).

A introdurre i lavori dell’”Incontro internazionale” è stato il segretario generale del Partito Comunista di Grecia, Dimitrios Koutsoumpas il quale, dietro accenni apparentemente marxisti e ad appelli all’internazionalismo e alla lotta della classe operaia, ha nascosto il totale tradimento della nostra teoria richiamandosi agli errori di sempre dei partiti stalinisti, fra cui il da tempo trapassato PCI togliattiano. Dalla “lotta dei ceti medi popolari” a quella “contro i monopoli” lo stesso deviare dal comunismo, la stessa demagogia di Palmiro Togliatti che già nell’aprile del 1944, all’epoca della “Svolta di Salerno”, inneggiò alla «libertà della piccola e media proprietà di svilupparsi senza essere schiacciata dai gruppi del capitale monopolistico».

Il nesso fra la cosiddetta “lotta contro i monopoli” e il costante vezzeggiamento delle mezze classi per favorire una pretesa “alleanza” con la classe operaia è ribadito nella risoluzione politica conclusiva del XX congresso del Partito Comunista di Grecia, tenutosi fra marzo e aprile del 2017. Vi si nega che, secondo Marx, nella società borghese ciascuna classe si distingue dal tipo di reddito: salario per i proletari, profitto per i capitalisti, rendita per i proprietari terrieri. Anche la maggioranza numerica dei capitalisti e dei fondiari “lotta contro i monopoli”, ma non è anti-capitalista. Solo un proletariato realmente rivoluzionario, che non si limiti a “lottare contro i monopoli” ma tenda alla sua dittatura di classe, si può tirare dietro le mezze classi.

Ma la “teoria” per gli stalinisti è solo l’alibi per giustificare i loro pateracchi interclassisti. Il Partito Comunista di Grecia nel 1989, in linea con il machiavellismo più ripugnante del politicantismo borghese, ha partecipato a un governo di coalizione governativa con il partito di destra di Nea Dimokratia, pur di escludere dall’esecutivo il Partito Socialista Panellenico.

Occorre però ribadire un punto di ben maggiore momento: l’accentrata organizzazione economica espressa dai monopoli, per quanto sia un fatto acquisito da oltre un secolo, è il prodotto più avanzato dello sviluppo del capitalismo moderno. Come spiegava Lenin esso rappresenta il punto di arrivo di un processo che porta il regime del capitale “alle soglie del socialismo”. Il monopolio infatti, esaltando il carattere associato della produzione, pone le basi materiali della società futura, che potrà nascere una volta che la borghesia verrà espropriata. Se essa sarà antimercantile, antimonetaria e antiaziendale, è perché, oltre alla grande proprietà, avrà soppresso anche quella piccola proprietà che l’opportunismo si propone di perpetuare, proteggere e fare prosperare, a beneficio di quelle mezze classi che svolgono un ruolo di primo piano nella difesa della pace sociale e dell’ordine borghese.

Con la difesa della piccola proprietà e delle mezze classi e con la “lotta contro i monopoli”, i sedicenti partiti comunisti vogliono portare indietro la storia: che il capitalismo decrepito dei nostri tempi torni bambino attraverso un vaporoso bagno di giovinezza tra i fumi di una nebulosa ideologia interclassista.

Ma questo evidentemente non è possibile e il lavoro sporco dell’opportunismo consiste nell’indicare ai lavoratori obiettivi politici incongrui, impossibili e, soprattutto, non di classe.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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