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Rivolta proletaria in Sudan

Dal Partito Comunista N.393 Gennaio-Febbraio 2019

(24 Febbraio 2019)

La rivolta del pane in Sudan è incominciata il 19 dicembre del 2018 nella città di Atbara, un centro posto sulla confluenza dell’omonimo fiume col Nilo. Posta sulla strada che congiunge la capitale Khartum (400 chilometri a sud-ovest) con Porto Sudan (660 ad est), il più importante porto del paese che si affaccia sul Mar Rosso, Atbara è stata la capitale dell’industria ferroviaria sudanese e vanta un’antica tradizione di lotte operaie le quali hanno dato vita anche a formazioni sindacali e politiche di una certa consistenza numerica. Fra queste anche il Partito Comunista Sudanese, di orientamento staliniano, che nel corso della storia del paese ha avuto un certo peso politico e che in Atbara ha avuto la sua roccaforte.

Negli ultimi anni, dopo che il governo sudanese ha puntato sopratutto sul trasporto su gomma, l’industria ferroviaria ha conosciuto una fase di declino tanto che attualmente la produzione è scesa a un livello poco più che simbolico.

I semi della rivolta, che dura da più di 20 giorni e che è in corso nel momento in cui andiamo in stampa, sono stati gettati dal governo nel 2017 con l’annuncio che avrebbe posto fine al sussidio sul prezzo del pane. L’obiettivo era di comprimere un deficit di bilancio che minacciava di raggiungere il 5% del PIL.

Già un anno fa le proteste aveva indotto il governo a fare marcia indietro, reintroducendo una parte del sussidio. Ma in seguito l’inasprimento della crisi economica, dovuta in parte anche alla secessione del Sudan del Sud, che ha tolto al paese il 75% delle riserve di petrolio, ha determinato una diminuzione del PIL del 2,3%, facendo salire di nuovo il peso del deficit in rapporto al reddito nazionale. La misura adottata del governo è stata quella di stampare carta moneta facendo impennare l’inflazione fino a un tasso del 69% nello scorso novembre, attualmente il secondo più alto del mondo dopo quello del Venezuela.

A questo si aggiunge la penuria di pane, carburante e farmaci di base, che raggiunge livelli di particolare gravità nella capitale Khartum.

La difficoltà per i proletari sudanesi di procacciarsi di che vivere ha scatenato una rivolta che già nei primi giorni si è estesa da Atbara a Porto Sudan e a Nhoud.

Il 20 dicembre ad Atbara i manifestanti hanno assaltato e dato alle fiamme la sede del governativo Partito del Congresso Nazionale, espressione della destra religiosa di orientamento islamista sunnita, guidato dall’attuale presidente Omar al-Bashir, che si trova al potere dal 1989 dopo avere guidato un colpo di Stato. In seguito all’episodio, subito imitato in altre città, è stato dichiarato lo stato d’emergenza e schierato l’esercito. Ma queste misure non hanno fermato le proteste che si sono invece estese in molte altre città, compresa la capitale Khartum, nonostante una repressione feroce. I manifestati uccisi negli scontri secondo i dati ufficili sarebbero stati 24, secondo altre fonti almeno 50, mentre si stimano migliaia di arresti, anche se il governo ne ammette poco più di 800. Si contano alcune vittime anche tra le forze di polizia.

Una giornata particolarmente cruenta è stata il 17 gennaio, giorno in cui il movimento ha dato prova di essere molto esteso. Manifestazioni e scontri si sono avuti in tutte le principali città del paese mentre a Khartum un corteo ha cercato di marciare sul palazzo presidenziale. La polizia ha sparato provocando altri tre morti. Violenti incidenti si sono verificati anche ai funerali delle vittime. Al momento in cui andiamo in stampa il movimento continua e non è detto che anche a breve non possa riservare sorprese.

L’ondata di proteste, in seguito all’adesione di gruppi dell’opposizione, si sta dando sempre più obiettivi politici, primo fra tutti costringere Omar al-Bashir alle dimissioni. La rivolta ha dato vita anche a un “Coordinamento dell’Intifada”, di cui fanno parte i rappresentati dei principali gruppi dell’opposizione, che ha assunto la direzione delle lotte. Evidentemente, se al proletariato non si può garantire il pane, l’esigenza primaria per la borghesia diventa quella di deviare la lotta verso obiettivi non di classe e di preparare il cambio della guardia ai vertici della nazione.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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