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Erre moscia

Erre moscia

(25 Aprile 2010) Enzo Apicella

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(Ora e sempre Resistenza)

La strategia del camaleonte
Linguaggi e pratiche della destra nazional-rivoluzionaria (1919-1999)

Prima Parte

(25 Febbraio 2019)

Un termine ormai sulla bocca di tutti, quello del cosiddetto rossobrunismo, con cui si vanno ad identificare quelle organizzazioni politiche, quelle posizioni in cui si manifestano commistioni, ammiccamenti, civetterie ed intese tra il fascismo, in sintesi, e le istanze tradizionalmente percepite ai suoi antipodi. Ma come per tutti i termini che acquisiscono un uso, abuso, di massa - si pensi all’epiteto di radical chic - succede che il significato originario tenda a perdersi, in favore d’una generica accusa a portata di mano da elargire con estrema generosità.
Per fare il punto, per orientarsi, è quindi bene riproporre, in due parti, questo valido contributo di Eros Francescangeli, storico del movimento operaio, autore della prima pubblicazione a livello nazionale sugli Arditi del popolo.
L’articolo, con il titolo La Strategia del camaleonte, data maggio 2001, vale a dire quasi all’epilogo della stagione di lotta dei controvertici e del Movimento no global e all’Undici settembre. A pubblicarlo, il periodico “Praxis”, organo di approfondimento teorico di quello che all’epoca si chiamava Campo antimperialista, già Fronte rosso. Per semplificare, un gruppo dai trascorsi trotzkisti, per il vero assai contestati da formazioni di analoga ispirazione, che in quel periodo iniziava a ricevere accuse, certo ancora dagli addetti ai lavori, proprio di rossobrunismo, prontamente respinte ma, non lo si può negare, suffragate da esiti che è impossibile non prendere in considerazione.
L’organizzazione erede di quella compagine politica porta adesso il nome di Movimento popolare di liberazione - Programma 101 che, ad esempio, sul Governo Conte dichiara una posizione di appoggio “critico e tattico”. Inoltre, per arrivare alla stretta attualità, dal suo blog “Sollevazione” ha solidarizzato, sebbene previa articolata motivazione e parlando di fake news, con il maestro di Foligno Monte Cervino sospeso per razzismo, chiedendone l’immediato reintegro.
Alla luce di questi epiloghi sembra che l’articolo qui riproposto, volendo ironizzare, parlasse un po’ di corde a casa dell’impiccato. Si tratta, indubbiamente d’un valido e ricco contributo sui rossobrunismi, non intaccato, si vedano le conclusioni, dai quasi 18 anni passati dalla sua stesura.
Il Pane e le rose

falce e martello rosso-bruna

Il dialogo va cercato con tutti coloro che hanno cercato, partendo da "culture aristocratiche" o da posizioni comunitariste, di superare i recinti del dogmatismo e sviluppare ipotesi innovative e/o nuove sintesi. Da qui l'attenzione e il rispetto verso il lavoro di ricerca espresso dalle edizioni di AR, dal Settimo Sigillo o da Sinergie Europee, l'attenzione per lo sforzo di giornali "eretici" come Rinascita o Tabula Rasa e la profonda sintonia con tutti coloro hanno fatto propria la lezione intellettuale e politica di Jean Thiriart. (Passaggio al futuro, Tesi per il congresso del Movimento Sociale, Roma, 22-23 gennaio 2000)


Se è vero che, fin dagli esordi, una caratteristica peculiare del fascismo è quella di utilizzare una fraseologia popolar-rivoluzionaria per portare a compimento processi di natura conservatrice e/o reazionaria, è anche vero che le "anime" di questo composito movimento politico sono innumerevoli e che alcune di esse si sono sicuramente identificate più di altre nelle predette declamazioni pseudo rivoluzionarie. Si tenga conto, inoltre, che il fenomeno fascista raccoglie, al suo interno, opzioni ideali assai differenti, quando non contrastanti: agnosticismo e cattolicesimo, repubblicanesimo e lealismo monarchico, antiparlamentarismo e liberal-costituzionalismo, solidarismo sociale e capitalismo aggressivo, liberismo e protezionismo, universalismo e razzismo, misoginismo ed emancipazionismo femminile. Se è vero che il collante ideologico che unifica tutte queste dicotomie è il mito della nazione gerarchica con la sua volontà di riscatto e supremazia, più correttamente, si dovrebbe comunque parlare di fascismi al plurale, non solo per quanto riguarda la comparazione dei movimenti fascisti a livello europeo o mondiale, ma anche e soprattutto per l'analisi del fenomeno italiano, più poliedrico degli altri proprio perché originario. Ciò a prescindere da problemi generali di ordine interpretativo, i quali contribuiscono vieppiù a complicarne la lettura.
Non è compito di questo contributo analizzare la natura del fascismo in generale o dei movimenti ad esso ispirati. Chi scrive, in ogni caso, considera il fenomeno fascista storicamente determinatosi un movimento reazionario di massa. Socialmente parlando, una corrente politica sostanzialmente organica agli interessi del grande capitale, poggiante essenzialmente sulla piccola borghesia e, last but not least, in grado di mobilitare ausiliariamente ampi settori di sottoproletariato e anche alcuni strati di classe operaia. Politicamente parlando, un movimento antiproletario - prima ancora che illiberale e antidemocratico - fondato su un'ideologia interclassista, antimaterialista, anticosmopolita e imperialistica, la cui funzione principale è appunto quella di contrastare la marcia delle organizzazioni delle classi lavoratrici verso l'emancipazione sociale (intesa sia come sovvertimento dell'ordine sociale borghese, sia come progressiva acquisizione di diritti e quote di potere all'interno dell'ordine costituito). In questo senso, la funzione da esso ricoperta è, in prima istanza, di tipo controrivoluzionario e antisovversivo (quindi anti-comunista e anti-anarchica) e, in seconda istanza, di tipo controriformista e antiprogressista (quindi anti-socialdemocratica e anti-democratica). Le modalità attraverso le quali è esplicata tale funzione sono essenzialmente due: la concorrenza politica all'interno delle regole dello Stato liberale (concorrenza che può arrivare fino alla convergenza d'intenti sul terreno sociale e, finanche, alla ricerca di alleanze con alcuni settori del sovversivismo e/o della democrazia); il terrorismo politico sostenuto dall'azione militare contro le organizzazioni avversarie. Una di queste due tattiche non esclude l'altra, anzi la loro complementarietà è quasi necessaria.
Si è detto poc'anzi fenomeno fascista storicamente determinatosi. La precisazione non è superflua. A rischio di sembrare un inguaribile storicista, ritengo comunque che una data esperienza non si possa ripetere storicamente tale e quale, o finanche in maniera molto simile, a come si è data in un determinato e differente contesto politico e sociale. Quindi, se già è assai complesso formulare un valido ed organico modello interpretativo dei fascismi degli anni Venti-Quaranta, lo è ancor di più se si vuole includere nell'insieme da prendere in considerazione i movimenti fascisti e para-fascisti (con le loro innumerevoli varianti) manifestatisi dal secondo dopoguerra in poi in Italia e nel resto del mondo. Si pone, ad esempio, un problema classificatorio per suddividere, sulla base di criteri politici, sociali, filosofici e culturali, le molteplici manifestazioni del fenomeno fascista. Ammessa la loro validità, le usuali opposizioni destra/sinistra, democrazia/dittatura, rivoluzione/controrivoluzione, razzismo/antirazzismo, ecc., potrebbero essere insufficienti a definire la complessità delle varie correnti che si richiamano (o che, pur non richiamandosi ad esso, ne discendono ugualmente) al fascismo. La vulgata storiografica ci ha presentato il fenomeno fascista come un prodotto lineare dotato di organicità sin dai suoi albori. Un movimento senza componenti interne tra loro significativamente differenti e sin da subito collocato all'estrema destra dello schieramento politico, profondamente antidemocratico ed intriso di razzismo. In realtà, le cose non stanno così. La giusta esigenza di contrastarne gli effetti nefasti (diretti o collaterali che siano) non può spingerci ad eludere l'analisi accurata del fascismo e dei suoi derivati in favore di un approcio moralistico-manicheo, tendente a demonizzarlo per rimuoverlo piuttosto che a comprenderlo per combatterlo.
Fatta salva questa premessa e senza alcuna pretesa di esaustività, il presente scritto intende compiere un excursus storico su quel microcosmo della "destra radicale" attestato su posizioni nazional-popolari e nazional-rivoluzionarie. Un'area, anch'essa assai variegata, che all'interno del femomeno fascista viene talora definita come componente "di sinistra", "antiborghese", "nazional-popolare" e, infine, "nazional-rivoluzionaria" o "nazional-comunista".

Da piazza San Sepolcro a piazzale Loreto

Poco prima di trasformarsi, nella primavera-estate del 1920, in un efficace strumento nelle mani dei circoli più retrivi della borghesia italiana ed essere utilizzato da questi ultimi in funzione antiproletaria (contro un movimento operaio appena uscito da un ciclo di lotte che preoccupò non poco i gruppi dirigenti dell'Italia liberale), il fascismo nasce - il 23 marzo 1919 nei locali del "Circolo degli interessi industriali e commerciali" di Milano, in piazza San Sepolcro - caratterizzandosi come un movimento piccolo borghese dalle idealità democratico-risorgimentali composto prevalentemente da reduci della prima guerra mondiale. Come simbolo viene scelto il fascio littorio, emblema della Francia democratica e rivoluzionaria e, nell'antichità, della Roma repubblicana. Il programma dei Fasci italiani di combattimento (1919-21) - miticamente retrodatato al marzo ma in realtà elaborato nel giugno 1919 - ha un impianto confusamente democratico e socialisteggiante, essenzialmente poggiante su due pilastri concettuali: la nazione e il popolo. Va sottolineato il carattere poliedrico e demagogico del programma fascista del 1919 che chiede ad esempio, accanto all'espansione dei confini orientali e alla valorizzazione dell'Italia nel mondo, il suffragio universale maschile e femminile e la rappresentanza proporzionale (cfr. G. Santomassimo, La marcia su Roma, Firenze, 2000, p. 20).
Indispensabili elementi agglutinanti del mito nazional-popolare sono l'interclassismo e una concezione corporativa della società. Dato il contesto, l'antibolscevismo (la lotta contro il socialismo internazionalista) diviene dunque, gioco forza, un passo obbligato. In questo senso l'assalto alla redazione milanese dell'"Avanti!", dell'aprile del '19, è un chiaro sintomo di quello che succederà su scala più ampia a partire dall'estate dell'anno successivo. In nome del socialismo nazionale, la lotta contro il socialismo antinazionale diviene il tratto fondamentale della compagine mussoliniana. Il movimento cresce e si trasforma rapidamente: epuratosi dagli originari elementi di estrazione piccolo borghese e di orientamento social-repubblicano rimasti in qualche modo fedeli ai loro principi o ravvedutisi in tempo (Pietro Nenni, i fratelli Bergamo, ecc.), il fascismo accoglie nei suoi ranghi la crème della gioventù antiproletaria proveniente dai ceti medi (studenti, agrari, industriali, professionisti, per lo più di orientamento tradizional-nazionalista). Il Dna ne risulta profondamente modificato e l'anti-internazionalismo diviene un mero pretesto per colpire il movimento operaio e contadino in tutte le sue varianti. Il biennio 1921-22 è spettatore di una sistematica aggressione ad ogni struttura operaia e contadina: dalle Camere del lavoro controllate dai comunisti alle cooperative di consumo organizzate dai riformisti, dalle sedi anarchiche alle leghe contadine bianche o - benché indubbiamente su posizioni "nazionali" - ai circoli repubblicani e sindacalisti rivoluzionari.
L'idea di nazione che i fascisti hanno - ancor prima di trasformarsi in un movimento controrivoluzionario - è comunque riconducibile al nazionalismo imperialistico. Nulla a che vedere con il mazzinianesimo risorgimentale o con le istanze di libertà di popoli oppressi dallo sciovinismo delle grandi nazioni. Sin dagli esordi Mussolini rivendica apertamente il fatto che: "L'imperialismo è il fondamento della vita per ogni popolo che tende ad espandersi economicamente e spiritualmente. Quello che distingue gli imperialismi sono i mezzi. Ora i mezzi che potremo scegliere e sceglieremo non saranno mai mezzi di penetrazione barbarica, come quelli adottati dai tedeschi" (cit. in: A. D'Orsi, La rivoluzione antibolscevica. Fascismo, classi, ideologie (1917-1922), Milano, 1985, p. 61). Il futuro duce degli italiani non poteva immaginare, in quell'inizio di primavera del '19, che ventisei anni dopo avrebbe concluso la sua esistenza con una divisa militare tedesca addosso e che il suo movimento sarebbe diventato, in fatto di imperialismo aggressivo e barbaro, un modello, un punto di riferimento europeo e mondiale, superato solo dalla sua trasposizione teutonica. Ironie della storia.
I concetti-mito di nazione e popolo accompagnano il fascismo e i fascismi lungo tutta la loro parabola. Dopo aver superato con difficoltà la scissione dell'estate del '21 tra il fascismo agrario dei ras (antiproletario, illegalista e metapolitico) e il fascismo urbano del vecchio nucleo dirigente mussoliniano (più inserito nel gioco parlamentare e in bilico tra nazional-riformismo e moderatismo conservatore) attraverso la sua trasformazione in Partito nazionale fascista (1921-43), il movimento politico fondato da Mussolini conquisterà e conserverà il potere per oltre vent'anni. Ma, al di là dell'autorappresentazione, saranno vent'anni di contrasti interni, di fronde, di eresie. Prescindendo da equilibrismi politici e giochi di potere, le varie correnti del fascismo italiano daranno una diversa valenza ai due concetti portanti di nazione e popolo. Alcune di esse, alimentate da un humus antiborghese e poco propense ad allinearsi dietro monarchia e Vaticano, porranno decisamente l'accento sul fattore popolo, dando vita a quella sensibilità che va sotto il nome di "fascismo di sinistra" che da un lato sarà foriera di quadri per il PCI, dall'altro continuerà a manifestarsi in tutta la sua ambiguità nel periodo della Repubblica sociale italiana, maquillage nazional-popolare del risorto regime e del redivivo PNF sotto le spoglie del Partito fascista repubblicano (1943-45).

Nazisti, nazichi e geopolitica

Negli stessi anni in cui in Italia si combatte la guerra civile tra sovversivi e forze nazionali (a coadiuvare le squadre fasciste, è bene precisarlo, oltre a polizia, esercito e carabinieri, vi erano anche le squadre paramilitari nazionaliste e liberali, rispettivamente in camicia azzurra e kaki), in Germania nascono due correnti politiche, il nazional-socialismo e il nazional-bolscevismo, che fanno della strategia del camaleonte la loro musa ispiratrice. Ambedue figlie del clima maturato in Germania in conseguenza delle ripercussioni socio-economiche del trattato di Versailles, le due tendenze presentano sia caratteristiche comuni che differenti. In comune hanno, indubbiamente, il nazionalismo (interpretato in senso pangermanico e/o eurasista); di differente hanno la concezione sociale e politica dello Stato, dell'economia e della società (filocapitalista la prima, comunitarista e tendenzialmente antiborghese la seconda).
Ancor più dei tristemente noti militanti del Partito operaio nazional-socialista tedesco (NSDAP), altrimenti noti come nazisti, il cui grado di eterogeneità e ambiguità è maggiore di quello dei fascisti italiani, i nazional-bolscevichi (altrimenti definibili nazichi se ciò non suscitasse, dato l'argomento, un'ilarità fuori luogo) si contraddistinguono per una concezione antiliberale e social-corporativa dello Stato, in una prospettiva più antioccidentale che anticapitalistica fondata su l'alleanza strategica tra la Germania e l'Unione sovietica. Con una posizione diametralmente opposta al fascismo italiano, per essi, solo l'unità tra la Russia rivoluzionaria e i popoli tedeschi poteva contrastare quello che individuavano come il nemico principale: l'egemonia occidentale e le sue concezioni del mondo (dal conservatorismo alla socialdemocrazia). Ma, a differenza del loro illustre connazionale che risponde al nome di Karl Marx o dei tanto agognati alleati bolscevichi, essi (come i loro cugini nazisti , verso i quali, a onor del vero, si opposero al pari delle altre correnti politiche tedesche) non credevano affatto che gli eventi fossero mossi da forze sociali ben determinate ed inserite in un contesto economico anch'esso determinato. Ancor più che nel caso italiano, il concetto-mito di nazione (intesa quale binomio indissolubile suolo-etnia) diviene qui di fondamentale importanza. La lotta tra le nazioni diviene il paradigma interpretativo e, al contempo, il motore della storia.
Prendendo le mosse dai principi dell'antropogeografia e della geografia politica formulati nell'ultimo ventennio del XIX secolo dal geografo tedesco Friederich Ratzel, a ridosso del primo conflitto mondiale il politologo pangermanista svedese Rudolf Kjellen applica le teorie della geografia politica alla comprensione delle dinamiche internazionali. Le nazioni vengono considerate come organismi viventi inseriti in un contesto internazionale caratterizzato da instabilità permanente e nel quale ognuna è destinata a lottare per la difesa e/o la conquista di spazi e risorse al fine di espandersi e dominare sulle altre; pena il declino e l'annientamento.
Su queste premesse, il generale Karl Haushofer e la scuola di Monaco danno vita alla Goepolitik, dottrina fondata sul concetto di "spazio vitale" (Lebensraum) indispensabile all'autosufficienza della nazione, la quale diverrà la base teorica del pensiero e dell'azione nazional-socialista tedesca. Dietro la geopolitica e le suoi presupposti vi erano, in realtà, la volontà di compattare corporativisticamente le classi sociali, la necessità di limitare i residui spazi di libertà e, infine, il tentativo di fornire una giustificazione alle velleità di dominio assoluto sulle cosiddette "zone d'influenza" e ai relativi prezzi da pagare in termini di costi umani (perdite, guerre, annientamento di popoli, ecc.). Partorita a Monaco e cresciuta a Berlino nel già ricordato clima di frustrazione caratteristico del primo dopoguerra, la geopolitica tedesca compirà il proprio processo di maturazione a ritmi forzati, mostrando - a partire dalla metà degli anni Trenta e, soprattutto, dopo gli abili accordi del 1938-39 con Francia, Gran Bretagna e, poi, URSS - la sua vera natura imperialistica e genocida: il massiccio sostegno alla controrivoluzione in Spagna; le invasioni dei territori limitrofi a est come a ovest; i bombardamenti aerei sui civili; la conquista dei Balcani; l'operazione Barbarossa; Auschwitz.

Oltre il crepuscolo degli dei

Come è noto, i sogni di gloria nero-bruni tramontano miseramente nel bunker hitleriano di una Berlino liberata dall'Armata rossa e in un piazzale di Milano affollato di vittime comprensibilmente assetate di vendetta, ma anche di ex carnefici prontamente ravvedutisi. Alcuni irriducibili sopravvivono però all'incendio del Walhalla: mentre una Germania scioccata si divideva, oltre che fisicamente in due, tra senso di colpa e rimozione del passato, in Italia un gruppo di fascisti ex repubblichini, tra i quali Giorgio Almirante, Clemente Graziani (figlio di Rodolfo Graziani, capo delle forze armate della RSI), Pino Rauti e l'ideologo Julius Evola, danno vita, nel gennaio del '46, ai Fasci di azione rivoluzionaria (altrimenti detti Legione nera-FAR), pubblicando i giornali "La Sfida" e "Imperium" e, dopo alcuni passaggi intermedi, fondando nel dicembre del '46, al Movimento sociale italiano. Occorre precisare che senza il preziosissimo aiuto del più noto dei (nazional) comunisti italiani, Palmiro Togliatti, non ce l'avrebbero mai fatta. Nemmeno un anno dopo la conclusione della guerra civile, i fascisti social-repubblichini (alcuni dei quali veri e propri torturatori al soldo dei nazisti) vengono amnistiati dal ministro di Grazia e Giustizia, nonché segretario del PCI. Le colpe dei fascisti monarchico-badogliani (responsabili forse più degli altri degli scempi del regime) erano invece state mondate, dal medesimo, già due anni prima con la cosiddetta svolta di Salerno.
Nel frattempo una considerevole schiera di fascisti di sinistra era stata attratta nell'orbita dei partiti socialista e, soprattutto, comunista. I motivi di convergenza erano molteplici: un confuso anticapitalismo, l'avversione sia alla reazione monarchico-clericale che all'antifascismo liberaldemocratico di tipo azionista, la scelta istituzionale repubblicana e, soprattutto, un acceso anti-atlantismo. Oltre alla numerosa schiera di coloro che entrarono direttamente nel PCI anche a livelli dirigenti (suscitando le proteste di quanti dai "fratelli in camicia nera" avevano ricevuto legnate, purghe, carcere e confino), cominciano a sorgere una serie di iniziative politiche ed editoriali che avevano il preciso intento di fare da ponte tra le due ali estreme dello schieramento politico. Questo è, ad esempio, l'obiettivo di riviste quali "Rosso e Nero" di Alberto Giovannini (già direttore di alcuni periodici durante il ventennio e la RSI) e "Il Pensiero Nazionale" di Stanis Ruinas. Attorno a queste tendenze si raccoglievano giovani e meno giovani ex fascisti delusi sia dal ventennio che - anche se in misura minore - dalla RSI. Per costoro, al di là di alcuni casi di calcolato opportunismo, il PCI era il punto di approdo obbligato dal quale reinterpretare il proprio passato di fascisti di sinistra o supposti tali. Alcuni di essi si integreranno nei partiti operai; altri non ci riusciranno: resteranno sospesi nel limbo oppure torneranno al lido di partenza andando ad ingrossare le fila della "sinistra nazionale".
A causa della nutrita componente ex repubblichina e in concorrenza diretta con quanto stava attuando il PCI, nell'immediato dopoguerra il neofascismo italiano si era già riorganizzato caratterizzandosi come una forza antisistema dalle tinte socialisteggianti. Le colonne de "La Rivolta Ideale" (primo giornale neofascista di una certa rilevanza), del "Manifesto" di Pietro Marengo o del "Meridiano d'Italia" di Franco De Agazio, tra la primavera del '46 e la metà del '47, ospitano vari articoli che intendono collocare il neofascismo nel solco della sinistra nazionale. Ma dopo la comparsa e il consolidamento del MSI (che, oggettivamente, impedì il compimento del disegno togliattiano di recupero a sinistra di ampi settori ex fascisti) e, soprattutto, nella mutata situazione geopolitica caratterizzata dalla rottura dell'unità antifascista e dalla contrapposizione internazionale in due blocchi (l'atlantista e il sovietico), il neofascismo ammantato di rosso cambia rapidamente pelle. Il MSI abbandona sia il terreno politico dell'antiamericanismo, sia quello sociale del corporativismo populista, schierandosi a fianco della destra borghese filoatlantista e anticomunista, provocando così la scissione della componente socialista nazionale di Stanis Ruinas.
In concomitanza con un simile processo ridefinitivo e in opposizione ad esso, andava progressivamente costituendosi una corrente radicale ispirata ai principi elitari e tradizionalisti evoliani e - quantomeno nelle intenzioni - su posizioni antiatlantiste, la quale, sotto la guida di Rauti e Graziani, dà vita al Centro studi Ordine nuovo, abbandonando il MSI dopo i lavori del quinto congresso (novembre '56). È l'atto di nascita della destra radicale extraparlamentare. Da quella data in poi sarà un fiorire di organizzazioni e sigle differenti tra loro per contenuti e forme organizzative, alcune palesanti la reale natura neofascista, altre - seguendo l'esempio di Ordine nuovo - abilmente camuffate e tali da apparire "di sinistra": i Gruppi d'azione rivoluzionaria di Stefano delle Chiaie e Giorgio Ceci del '58; Avanguardia nazionale giovanile (nota come Avanguardia nazionale) dell'instancabile Delle Chiaie prima (1959) e di Adriano Tilgher poi (1968); il Movimento integralista di Ceci e Agostino Greggi (1963); le thiriartiane Europa Civiltà (1967) e Giovane Europa (1969); la nazimaoista Organizzazione lotta di popolo (1969) e poi ancora il Movimento politico per l'ordine nuovo, Costruiamo l'azione, Ordine nero, Terza posizione, Movimento politico occidentale, Lega nazionalpopolare, per arrivare alla fine degli anni Novanta con il Fronte nazionale del redivivo Tilgher.
Formazioni politiche differenti tra loro, si è detto, alcune addirittura in contatto con i servizi segreti, ma più o meno tutte su posizioni nazional-popolari e naziona-rivoluzionarie. Alcune di esse, portando fino in fondo la strategia del camaleonte e appoggiandosi alle teorie di Jean Thiriart, cominceranno anche ad autodefinirsi "nazional-comuniste" identificandosi nel mito dell'impero repubblicano eurasiatico.

Eros Francescangeli

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