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Erre moscia

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(25 Aprile 2010) Enzo Apicella

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nicola tranfaglia fascismo e capitaismo

Edito nel 1978, questo volume, curato da Nicola Tranfaglia, risulta ancor oggi utile a chiunque voglia leggere "in profondità" il fenomeno fascista

Neo-eurasismo e comunitarismo

Nato a Sofia nel 1921 per iniziativa di alcuni russi bianchi emigrati, il pensiero eurasista si può sinteticamente riassumere attraverso alcune linee guida caratterizzanti: 1) la Russia non sarebbe un paese europeo e nemmeno asiatico, bensì un'entità eurasiatica, con una cultura specifica, antagonistica a quella occidentale; 2) l'occidente sarebbe destinato ad attraversare una crisi inevitabile dalla quale nascerebbe un mondo nuovo egemonizzato dalla Russia. Più specificamente, la crisi della civiltà europea di matrice romano-germanica - fondata sulla ragione e sull’individualismo e sulle religioni cattolica e protestante - avrebbe lasciato il passo alla realizzazione della civiltà eurasiatica di matrice russo-mongolica, basata sul comunitarismo e sull’ortodossia cristiana. In quest'ottica, anche il leninismo, figlio del cosmopolitismo internazionalista e quindi prodotto culturale di una classe dirigente occidentalizzata, era destinato a soccombere. Diffusosi rapidamente all'interno della Russia, l’eurasismo - al pari del nazional comunismo musulmano (sulla storia del quale e sulle sue influenze nella destra radicale odierna, per brevità, non ci soffermeremo) - non ebbe però vita lunga. A partire dal 1923 iniziarono le infiltrazioni dei servizi segreti bolscevichi all’interno del movimento, che, tra alterne vicende, si dissolse nel 1927.
La bandiera dell'erurasismo, in versione riveduta e corretta, venne quindi raccolta, nel secondo dopoguerra, dal neofascista belga Jean Francois Thiriart, già membro dei famigerati reparti delle SS combattenti - le Waffen SS - fondatore del movimento di estrema destra Jeune Europe, nonché paladino del colonialismo belga in Congo, Katanga e Rhodesia e dell'OAS, l'ogranizzazione terroristico-imperialista francese Organisation armée secrète (vero e proprio nucleo militare della cosiddetta Internazionale nera). Jean Thiriart ha avuto modo di riflettere - sia durante la guerra che in seguito, negli anni di reclusione - sulla sconfitta della “Grande Germania” razzista e ne ha tratto utili lezioni sul fatto che lo Stato unitario sul piano della razza (quello di Hitler, per intenderci) non potrebbe espandersi a meno di continue e logoranti guerre. Da qui, riprendendo e sviluppando le concezioni politiche di Sieyes e Ortega-y-Gasset, è nata l'idea di uno Stato unitario "espansionista politico" fondato su basi non razziali. In uno scritto del 1992 (L'Europa fino a Vladivostok) egli chiarisce meglio il suo pensiero: "Nessuno ha saputo formulare il concetto di stato Unitario meglio di Sieyes. Quanto a me, trasferisco questo concetto di repubblica Unitaria e indivisibile nella mia riflessione sulla creazione di una repubblica Imperiale da Dublino a Vladivostok". Il tutto, ovviamente e coerentemente, in una prospettiva geopolitica antiatlantista e quindi anti-statunitense, secondo lo slogan di Haushofer: “l’Europa alleata della Russia contro l’America”. Centro politico, geografico e spirituale di questo immenso Stato eurasiatico deve essere Mosca, eletta a “Terza Roma”.
Più che antioccidentale, il pensiero neo-eurasista di Thiriart e dei suoi epigoni è dunque antiatlantista. Ma - oltre a non avere nulla a che spartire con l'antimperialismo in tutte le sue varianti - l'antiatlantismo dell'ex nazista non ha le medesime origini idealistico-ortodosse dell'antioccidentalismo dei padri fondatori dell'eurasismo. Anzi, al contrario, nel già citato scritto, con l'intento di chiarire la propria teoria dell'"imperialismo integrazionista", egli stesso ammette: "Se negli anni 1950-55, nel vivo della guerra fredda, gli USA ci avessero offerto l'integrazione politica dell'Europa Occidentale in un'onesta e sincera struttura “Atlantica”, saremmo stati testimoni della nascita della Repubblica Atlantica, estendentesi da San Francisco a Venezia e da Los Angeles a Lubecca. Cito questo esempio teorico affinché sia leggibile la differenza fra il consueto imperialismo che assoggetta e l'imperialismo integrazionista. Proprio questa chiara possibilità di espansione deve possedere anche la Repubblica Unita Europea".
Dunque, non la critica alla cultura e al pensiero occidentali, non l'opposizione al Dominium imperialista e neocoloniale, ma la mancata integrazione in termini paritari nell'Imperium statunitense è alla base dell'antiatlantismo thiriartiano, il cui disegno - andando finalmente oltre la geopolitica - viene descritto fin nei minimi particolari: "Una grande unione dell'Europa Occidentale altamente industrializzata e tecnologicamente all'avanguardia con l'Europa Siberiana che dispone di riserve pressoché inesauribili di materie prime, consente la creazione di un potentissimo Impero repubblicano, col quale nessuno potrà far altro che venire a patti. […] Questo stato costituisce un'unità. Non vuol saperne e non tollera divisioni né orizzontali (autonomie regionali) né verticali (classi sociali). […] Non conviene ripetere l'errore leniniano del “diritto all'autodeterminazione”". E ancora, riferendosi alla dissoluzione dell'URSS: "Non si dovevano allentare i suoi bulloni politici consentendo la separazione dei suoi popoli, anche se Lenin, nella sua incultura politica (patrimonio del marxismo ascendente verso il 1848) ammise (con molta ipocrisia e molta leggerezza) il “diritto all’autodeterminazione”" (Jean Thiriart, L'Europa fino a Vladivostok, 1992).
Lo Stato unitario eurasiatico (e non, si badi bene, gli Stati uniti d'Eurasia) non può ammettere dunque né defezioni nazionali né divisioni sociali. Le classi sociali sono parti inscindibili di un unico organismo. Nella dottrina sociale comunitarista la proprietà capitalistica è ammessa, ma regolata: "Semplificando notevolmente, sarebbe possibile affermare che comunitarismo significa economia completamente libera per le imprese con un volume di occupazione fino a 50 persone, economia regolata per le imprese con oltre 500 occupati, ed economia di stato per quelle con oltre 5.000 occupati. E’ un sistema “a geometria variabile”, intermedio fra capitalismo industriale e socialismo classico" (Jean Thiriart, L'Europa fino a Vladivostok, 1992). In definitiva, un capitalismo di Stato - ma, dal punto di vista economico, nemmeno tanto di Stato - "integrante", in un ottica nazional-imperial-continentale e in modo irreversibile, le varie nazioni oggi esistenti e al cui interno non è nemmeno concepibile il conflitto tra le classi sociali. Qualcuno definisce questa concezione del mondo comunitarismo o nazional-comunismo; altri si ostinano a chiamarla ancora fascismo.

Tra reazione e rivoluzione

Negli anni Sessanta, tra le sezioni più consistenti del movimento Jeune Europe (che stampava un giornale omonimo) figurava senza meno quella italiana, la cui responsabilità era affidata al neofascista Claudio Mutti. Prima di arrivare alla fondazione di Giovane Europa, naturale prosecuzione del movimento Giovane nazione, occorre però fare un passo indietro, al fine di comprendere le complesse e variegate origini del thiriartismo in Italia. Proseguendo l'attività del disciolto Movimento integralista (1963-67), fondato da Giorgio Ceci e legato a settori della destra democristiana tradizionalista, tra il '67 e il '68 si costituisce, su iniziativa di Loris Facchinetti, l'organizzazione Europa civiltà che, oltre a pubblicare una rivista omonima, si caratterizza per l'organizzazione di campi paramilitari - con tanto di partecipazione dei parà della Folgore - a Bardonecchia e nel Reatino. L'ispiratore del movimento è, anche in questo caso, Jean Thiriart.
Nostalgismo fascista e tradizionalismo vengono superati grazie all'impatto con contestazione studentesca e operaia del 1968-69. Le tematiche evoliane vengono, quando non abbandonate, rilette sotto una nuova luce; come viene abbandonato l'anticomunismo viscerale. La Giovane Europa diviene un punto di riferimento per la destra radicale italiana e lo stesso Franco Freda (leader indiscusso dell'estremismo nero in Italia e teorico dell'unità di tutti i "rivoluzionari" - di destra come di sinistra - contro il sistema) vi è in relazione. Il mutato clima sociale contribuisce a far spuntare come funghi altri movimenti nazional-popolari o nazional-comunisti. Nell'ottobre del '69 viene fondata, in continuità con l'operato dei nazimaoisti della facoltà di giurisprudenza dell'università di Roma, l'Organizzazione lotta di popolo che farà propri i principi di Freda contenuti nel libello La disintegrazione del sistema e nella quale confluiranno molti militanti di Giovane Europa dopo lo scioglimento di quest'ultima.
Mentre il thiriartismo si riorganizza attorno alla rivista "La Nation Européenne", avvalendosi anche dei contributi di camerati italiani più o meno vicini a Lotta di popolo, con il progredire della stagione dei movimenti si consolida, all'interno dell'area nazional-rivoluzionaria, la teoria del superamento delle categorie destra-sinistra e il conseguente appello all'unità rivoluzionaria in funzione antisistemica. La spinta propulsiva dei movimenti di liberazione nazionale dei paesi semicoloniali sortisce effetti anche a destra: accantonate le infatuazioni (e le azioni di sostegno) per l'OAS, il franchismo, il colonialismo portoghese, ecc., ampi settori di destra radicale arrivano ad assumere - seppur ambiguamente - linguaggi apertamente antimperialisti, individuando come bersagli privilegiati i corrotti Stati uniti d'America e, ovviamente, il sordido Israele.
All'interno delle suddette logiche e, al contempo, figlia dello spirito spontaneista del '77, si costituisce - per iniziativa di Paolo Signorelli, Sergio Calore ed altri neofascisti provenienti da Avanguardia nazionale e, soprattutto, Ordine nuovo - l'organizzazione Costruiamo l'azione. Seppur non cospicua in termini di organico, Costruiamo l'azione - che imbocca quasi da subito la strada del soggettivismo armato compiendo alcuni attentati nella capitale - è un punto di riferimento della cosiddetta area nazional-rivoluzionaria. La sua componente giovanile arriva a teorizzare il disconoscimento totale di qualsiasi ideologia di tipo fascista, intendendo rivolgersi - fredianamente - ad ambienti che esulano dalla cosiddetta area di riferimento della destra radicale e cercando alleanze politiche con l'estrema sinistra. Per realizzare ciò, vengono rotti i ponti con il tradizionalismo evoliano e si affrontano tematiche sino ad allora esclusivo patrimonio della sinistra classista o del radicalismo democratico: la repressione e le carceri speciali, la condizione della donna, il lavoro alienante, ecc. In quest'ottica verranno effettuati anche volantinaggi ai cancelli delle fabbriche. La scelta eversivo-bombarola di Costruiamo l'azione (che rivendica i suoi attentati, a partire dal '79, con la sigla Movimento rivoluzionario popolare e, attraverso Calore, ha relazioni con i NAR) conduce però l'esperimento tra le braccia di loschi figuri legati ai Servizi segreti e, soprattutto, nella rete della polizia.
Ma è Terza posizione a brillare più di tutte tra le stelle della galassia nazional-rivoluzionaria, anche se, in realtà, è quella che rimane maggiormente legata alle origini fasciste. Anch'essa figlia del '77, nasce, per iniziativa dell'attuale leader di Forza nuova Roberto Fiore, dallo scioglimento di Lotta studentesca, raccogliendo l'eredità spirituale di Avanguardia nazionale. L'esasperato antimaterialismo va di pari passo con l'esaltazione dell'Europa-nazione. Il reclutamento avviene anche nelle borgate. Il nome è tutto un programma, teso a evidenziare un'immagine di sé proiettata oltre la dicotomia destra -sinistra; una posizione intermedia (la terza, appunto) tra capitalismo e socialismo. Ma, al di là di ciò, la lontananza con il eurasismo comunitarista è notevole: il sostegno alle lotte di liberazione nazionale separatiste europee è pressoché incondizionato e l'Europa che hanno in mente i "tippini" è più o meno quella occidentale ("né USA né URSS" è il loro slogan martellante). A livello militare, svolgono, con solerzia, il ruolo di picchiatori delle avanguardie comuniste. Durante gli anni '80 sarà questo tipo di "fascismo di sinistra" egemone sulle altre varianti. Il Movimento politico occidentale e l'area naziskin vi faranno abbondantemente riferimento.

Camerati in camicia rossa

Sarà la dissoluzione del blocco sovietico a riportare in auge, negli anni Novanta, le tendenze comunitariste, neo-eurasiste, eurasico-islamiste e nazional-bolsceviche. Caduto uno dei due "imperi del male" e venuta meno la necessità dell'antisovietismo, le suddette tendenze riescono ad espandere la loro base, forti del loro passato anti-atlantista senza macchie apparenti. Per la verità, in mezzo a questa melma sguazzano anche alcune vecchie conoscenze dei Servizi segreti: come la Lega nazionalpopolare di Stefano Delle Chiaie, fondata da questi nell'ottobre del '91 insieme all'ex missino Tomaso Staiti di Cuddia. Riviste come "Avanguardia", "Orion", "Aurora", cominciano ad oltepassare il limes della propria nicchia localistica e/o particolaristica. La lotta al "mondialismo giudaico-massonico" diventa il principale cavallo di battaglia di questa composita area. L'internazionalismo proletario viene osteggiato quale derivazione del cosmopolitismo di matrice illuministico-giacobina. La battaglia differenzialista contro le contaminazioni etnico-culturali derivanti dai fenomeni migratori e in difesa di tutte le specificità - altro punto saliente della propaganda del neofascismo di sinistra - viene condotta, dalla maggior parte delle forze politiche riconducibili a questa area, senza far ricorso all'utensileria di stampo grettamente razzista.
Nei primi anni Novanta la rivista "Orion", "Organo di stampa del fronte antimondialista", fondata nel 1984 e pubblicata dalla Società editrice Barbarossa di Milano, funge da catalizzatore di tutta un'area della destra radicale che elegge la lotta conto il "Nuovo ordine mondiale" a proprio paradigma caratterizzante. Il mondialismo è la tendenza a consolidare il dominio sovranazionale di una élite politico-finanziaria al di sopra degli Stati nazione. Di contro, il fronte antimondialista intende unificare - al di là delle differenti concezioni "ideologiche" - quanti si vogliono battere contro l'oligarchia dei finanzieri (per lo più "giudaici") per affermare l'autodeterminazione dei popoli, sostenendo il primato del politico sull'economico, nella salvaguardia delle specificità culturali in senso lato. Occorre prendere atto che queste teorizzazioni, mutatis mutandis, anticipano di qualche anno alcune di quelle oggi in auge all'interno del fronte antiglobalizzazione partorito a Seattle. Ma "Orion" si spinge oltre, lanciando un appello per l'offensiva sociale che veda realizzarsi l'unità di nazional-popolari e comunisti in un "fronte di lotta nazional-comunista" orientato contro il capitalismo e i falsi valori liberali. Mediante le pubblicazioni della Società editrice Barbarossa, vengono valorizzate le esperienze storiche del nazional-bolscevismo e dell'opposizione nazional-rivoluzionaria al Terzo Reich. Antiamericana e filo-eurasiatica, a livello internazionale la rivista "Orion" - collegata all'esperienza di Sinergie europee - instaura rapporti contraddittori: con i nazional-comunisti russi, ma anche con i movimenti islamici presenti in Europa e in medio oriente, mentre si strizza l'occhio ai croati di Franjo Tudjmann (del quale si loda l'opera di storico filo-ustascia che avrebbe finalmente smentito il mito sterminazionista accreditato dalla storiografia serbo-jugoslava) e all'opposizione musulmana anti-jugoslava in Bosnia Erzegovina. Ad esempio, nel numero 97 della rivista, dell'ottobre '92, si chiede retoricamente agli USA - nella convinzione che questi ultimi siano alleati del radicalismo serbo in funzione anti-islamica - di compiere "due-tre ondate di bombardamenti “chirurgici” per costringere le Forze Armate ex-federali e gli irregolari serbi a cessare ogni azione". Saranno accontentati.
Nel rinvigorito panorama nazional-comunista si distingue il mensile "Aurora" (edito a partire dal 1988), organo del Movimento antagonista - Sinistra nazionale. Vi scrivono, tra gli altri, il già thiriartista e collaboratore di "Orion" Claudio Mutti (di fede musulmana e autore, con la Società editrice Barbarossa, di Il nazismo e l'Islam) e altri nazional-bolscevichi provenienti da esperienze e itinerari politici differenti, non tutti riconducibili alla destra radicale. Il fenomeno fascista viene letto come una componente interna al movimento operaio. Il progetto politico strategico è, nel solco della tradizione eurasista, la costituzione della federazione dei popoli europei contro il globalismo finanziario al fine di creare uno spazio autarchico europeo. Pertanto, vengono appoggiate tutte le lotte di liberazione nazionale che ostacolano i progetti dei globalizzatori.
L'ultimo scorcio degli anni Novanta vede la riproposizione di un'antica sigla, quella del Fronte nazionale, rifondato da Staiti di Cuddia e Adriano Tilgher, espulsi dal Movimento sociale - Fiamma tricolore nel '97. Benché il Fronte, che pubblica la rivista "Rinascita", non si collochi nell'area dei "fascisti rossi" bensì in quella più generica dei nazional-popolari, al suo interno si organizza una Linea comunitarista che si richiama all'esperienza di Thiriart e che pubblica - ripescando quasi integralmente il titolo della testata di Giovannini - il periodico "Rosso è Nero". La convivenza non dura molto e nel giro di un anno la componente comunitarista e il resto del Fronte nazionale si separano. L'intenzione dei comunitaristi è quella di rompere con la destra nostalgica e finanche nazional-popolare e avviare una revisione dottrinaria e ideologica tale da condurre i nazional-rivoluzionari e i nazional-comunisti a percorrere sentieri del tutto autonomi. Abbandonato Tilgher (guardato con sospetto negli stessi ambienti della destra radicale per i suoi presunti rapporti con i Servizi segreti) i thiriartisti si organizzano come Partito comunitario nazional-europeo, pubblicando la rivista "Comunitarismo", sintesi teorico-politica dell'incotro tra militanti comunisti e nazionaleuropei. I retaggi razzisti vengono superati; l'esperienza fascista viene sostanzialmente liquidata come "acqua passata" (chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato), mentre non mancano gli elogi a Che Guevara e a Giuseppe Stalin. Il linguaggio è apertamente antimperialista, e la ricerca dell'alleato "naturale" va nella medesima direzione. Non si guarda più solo alla destra radicale antiatlantista come soggetto privilegiato per alleanze strategiche (benché si continui ancora ad interloquire con essa); ci si orienta invece verso la sinistra antagonista e il movimento antiglobalizzazione nella prospettiva della costruzione del "Fronte ampio". Facilitati in ciò dal fatto che lo strapotere dell'imperialismo statunitense conduce ampi settori della sinistra di classe (e non) a identificare l'antimperialismo con l'antiamericanismo e, addirittura, a vedere di buon occhio la nascita di uno Stato europeo "forte", capace di contrastare l'egemonia statunitense sotto ogni profilo (dal commerciale al militare).
Le parabole del nazional-bolscevismo e del comunitarismo nostrani difficilmente potranno compiersi approdando a sinistra. Tutto lascia supporre che queste tendenze stiano tornando all'interventismo prefascista degli anni Dieci, piuttosto che andare avanti verso il superamento del proprio passato. Nella loro americanofobia, ricordano molto l'ex socialista Mussolini quando tuonava contro quello che allora riteneva essere il peggiore degli imperialismi, quello austro-tedesco. Anch'egli pensava, in cuor suo, di imprimere un segno progressista all'impresa interventista. Non ci riuscì; e venne fagocitato - insieme a una nutrita schiera di anarchici, socialisti, mazziniani e democratici - nel vortice della reazione. Il paventato terreno di convergenza tra nazional-comunisti e sinistra antagonista non è dunque percorribile, a meno che quest'ultima non intenda rinnegare sé stessa. Finché nazional-bolscevichi e comunitaristi peroreranno la causa nazi-haushoferiana e thiriartista dell'unità gran-continentale e della nazione eurasiatica (con la n e la e maiuscole, per giunta) e non rivisiteranno criticamente i propri percorsi valutandoli per quello che effettivamente sono stati (e non per ciò che volevano che fossero), non solo non ci potranno essere alleanze di sorta (per le quali, comunque, non sono sufficienti le dichiarazioni di principio), ma non ci potrà nemmeno essere alcuna forma di dialogo costruttivo. E se dovesse verificarsi una simile ipotesi, ciò sarebbe dovuto, da parte della sinistra antagonista, all'ignoranza della propria storia e del pensiero politico nazista (gemello della geopolitica haushoferiana, del quale l'antisemismo non è che un'aspetto), oppure al fatto che essa è organizzativamente e teoricamente a pezzi e anche sul terreno della lotta antimperialista sceglierebbe la linea di minor resistenza: quella - pur impervia - dell'opposizione al made in USA in funzione nazionaleuropea. Se ciò dovesse accadere, il rischio è che non sia la destra radicale ad andare verso la sinistra antagonista, ma quest'ultima a transitare in direzione della prima. Nel qual caso, e se le condizioni condurranno alla contrapposizione dei due blocchi continentali (le orwelliane Oceania e Eurasia), anche se al posto del tricolore ci sarà la bandiera blu stellata (o un qualsiasi altro vessillo gran-continentale), prepariamoci a nuovi 4 agosto 1914 e, per quanti non si rassegneranno, a nuove Zimmerwald e Kienthal.


Bibliografia essenziale

La bibliografia su ottant'anni di storia del fascismo e dei fascismi è letteralmente sterminata. Anche limitandosi alle sole componenti cosiddette di sinistra o rivoluzionarie, le indicazioni bibliografiche sono comunque numerosissime. Viene quindi, di seguito, fornita una bibliografia essenziale sui principali argomenti trattati, utile come punto di partenza per chi voglia approfondirli nei loro molteplici aspetti. Si consiglia, inoltre, lo spoglio dei giornali e delle riviste citate, nonché di "Limes. Rivista italiana di geopolitica" diretta da Lucio Caracciolo.
Per quanto attiene il primo fascismo e, più in generale, le interpretazioni del fenomeno fascista, oltre al testo di A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922, Firenze, La Nuova Italia, 1950 e a D. Guérin, Fascismo e gran capitale, Roma, Erre Emme, 1994 [ed. riveduta. I ed. italiana 1956], si veda E. Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Torino, Einaudi, 1945; R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Milano, Feltrinelli, 1962; P. Alatri, Le origini del fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1963; R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Torino, Einaudi, 1965, Id. Mussolini il fascista. I. La conquista del potere (1921-1925), Torino, Einaudi, 1966 e Id., Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1969; G. Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard (a cura di R. Vivarelli), Milano, Feltrinelli, 1966; R. Vivarelli, Il dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo (1918-1922), Napoli, Istituto Italiano per gli studi storici, 1967, Id. Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo, Bologna, Il Mulino, 1981 e Id. Storia delle origini del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, Bologna, Il Mulino, 1991; P. Melograni, Gli industriali e Mussolini. Rapporti tra Confindustria e fascismo dal 1919 al 1929, Milano, Longanesi, 1972; A. Repaci, La marcia su Roma, Milano, Rizzoli, 1972; A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Roma-Bari, Laterza, 1982 [I ed. italiana 1974]; G. Arfè, Storia dell’Avanti!, Roma, Mondoperaio, 1977; N. Tranfaglia (a cura di), Fascismo e capitalismo, Milano, Feltrinelli, 1978; G. De Luna, Benito Mussolini. Soggettività e pratica di una dittatura, Milano, Feltrinelli, 1978; G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’“Avanti!”, Milano, Feltrinelli, 1979; A. D'Orsi, La rivoluzione antibolscevica. Fascismo, classi, ideologie (1917-1922), Milano, Franco Angeli, 1985; E. Gentile, Storia del partito fascista (1919-1922). Movimento e milizia, Roma-Bari, Laterza, 1989; C. Natoli, Fascismo, democrazia, socialismo. Comunisti e socialisti tra le due guerre, Milano, Franco Angeli, 2000 e G. Santomassimo, La marcia su Roma, Firenze, Giunti, 2000.
Sui rapporti tra combattentismo, arditismo, fascismo e movimento operaio cfr. F. Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Padova, Marsilio, 1969; G. Sabbatucci, I combattenti nel primo dopoguerra, Roma-Bari, Laterza, 1974; G. Rochat, Gli arditi della grande guerra. Origini, battaglie e miti, Milano, Feltrinelli, 1981; F. Perfetti, Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, Roma, Bonacci, 1988; G. Isola, Guerra al regno della guerra! Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci orfani e vedove di guerra (1918-1924), Firenze, Le Lettere, 1990; I. Fuschini, Gli Arditi del popolo, Ravenna, Longo Editore, 1994; M. Rossi, Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli Arditi del popolo. (1917-1922), Pisa, BFS, 1997 e, infine, E. Francescangeli, Arditi del popolo. Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista (1917-1922), Roma, Odradek, 2000.
Sul fenomeno del cosiddetto fascismo di sinistra, oltre ai molti studi di carattere locale, cfr. S. Lanaro, Appunti sul "fascismo di sinistra". La dottrina corporativa di Ugo Spirito, in (a cura di) A. Acquarone - M. Vernassa, Il regime fascista, Bologna, Il Mulino, 1974; F. Leoni, Il dissenso fascista, Napoli, Guida, 1983; L.L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Roma, Settimo Sigillo, 1989; D. Settembrini, Storia dell'idea antiborghese in Italia. 1860-1989, Roma-Bari, Laterza, 1991; P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Bologna, Il Mulino, 1996; P. Buchignani, Fascisti rossi: da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica (1943-53), Milano, Mondadori, 1998 e G. Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino, 2000.
Per quanto riguarda la geopolitica, l'eurasismo, e il nazional-bolscevismo, oltre al testi di K. Haushofer, Kontinentalblock, Mitteleuropa-Eurasien-Japan, Monaco, Zentralverlag der NSDAP, 1941, e di E. Niekisch, Il regno dei demoni: panorama del Terzo Reich, Milano Feltrinelli, 1959, si veda: A. Walicki, Una utopia conservatrice. Storia degli slavofili, Torino, Einaudi, 1973; M. Agurskij, La Terza Roma. Il Nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, Bologna, Il Mulino, 1989; V. Strada, La questione russa. Identità e destino, Venezia, Marsilio, 1991; C. Jean, Geopolitica, Roma-Bari, Laterza, 1995 e S. Kuleäov – V. Strada, Il fascismo russo, Venezia, Marsilio, 1998.
Sul neofascismo e la destra nazional-rivoluzionaria nel secondo dopoguerra, si vedano, tra gli altri, i saggi di: R. Chiarini - P. Corsini, Da Salò a Piazza della Loggia. Blocco d'ordine, neofascismo, radicalismo di destra a Brescia (1945-1974), Milano, Franco Angeli, 1983; F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Milano, Feltrinelli, 1984; P. Corsini - L. Novati, L'eversione nera, cronache di un decennio (1974-1984), Milano, Franco Angeli, 1985; A. Baldoni, Noi rivoluzionari, Roma, Settimo Sigillo, 1986; E. Raisi, Storia e idee della Nuova destra italiana, Roma, Settimo Sigillo, 1990; U. Cesarini, Dai Fasci di azione rivoluzionaria al "doppio petto". Cronistoria di un'Idea tradita, Perugia, Centro diffusione libraria PDL, 1991; AA.VV., Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell'impegno rivoluzionario, Milano, Società editrice Barbarossa, 1992; G. Cingolani, La destra in armi. Neofascisti italiani tra ribellismo ed eversione (1977-1982), Roma, Editori Riuniti, 1996 e, infine, A. Sangiovanni, La pubblicistica della destra radicale negli anni Novanta, in "Trimestre", a. XXXI/3, 1998.

Eros Francescangeli

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