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Uno dei due ha la dentiera

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(30 Luglio 2012) Enzo Apicella

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LA CROCIATA DEI BAMBINI
CONTRO IL RISCALDAMENTO GLOBALE

(26 Febbraio 2019)

victor serge

Victor Serge

Nella prima metà del Duecento si svolse un’oscura vicenda, che divenne nota come crociata dei fanciulli. La conoscenza storica di questo evento, lacunosa e frammentaria, ha reso possibile una molteplicità di interpretazioni e ricostruzioni.
Così, mentre nel vuoto della documentazione si innestava il mito, è andata prendendo forma una versione “classica” di questa triste epopea. Moltitudini di bambini e adolescenti si misero in marcia, dalla Francia e dai territori dell’area germanica, intenzionati a liberare il Santo Sepolcro con la forza della loro fede e della loro innocenza. Mossi dall’ardente sogno di una rigenerazione del mondo, dopo le brutali e deludenti prove delle crociate dei signori feudali e degli uomini d’arme, questi fanciulli andarono incontro ad un terribile destino: il mondo, con le sue effettive leggi sociali, i suoi reali rapporti di forza, non si fece trasformare dal loro cuore puro e, anzi, finì per stritolarli, insieme ai loro sogni. Riuscì ad usarli, ad approfittare del loro ingenuo slancio ideale. I partecipanti a questa amarissima crociata dell’innocenza subirono le più atroci violenze, andarono incontro a stenti e sopraffazioni, fino ad essere venduti in massa come schiavi da mercanti che si erano fraudolentemente offerti di trasportarli in Terra Santa.
Oggi una considerevole porzione dello scenario mediatico borghese porta in palmo di mano una mobilitazione ambientalista giovanile che è andata prendendo forma in vari Paesi europei e non solo. Le formule retoriche prontamente sfornate non brillano per originalità: la celebrazione del puro idealismo giovanile contrapposto alla sorda, gretta, autoreferenzialità dei “potenti”, leaderini scaturiti da manifestazioni studentesche contro il cambiamento climatico che sfidano i “vecchi” manovratori delle leve del potere, fino alla puntuale scoperta dell’icona della battaglia per il futuro del pianeta nella figura di una sedicenne attivista svedese con le treccine e un abile prontuario di frasi per la stampa internazionale.
Eppure il fatto che questo movimento appena nato sia stato già così fagocitato nel mercato dell’informazione e della notizia, con le sue regole, i suoi schemi e i suoi riduzionismi, non può indurci a ignorare quanto buona e sana sia la conferma che nelle nuove generazioni si rinnova – per quanto inevitabilmente ingenua e inesperta – l’aspirazione a salvare il mondo. Nessuno più dei marxisti sa apprezzare quello che Victor Serge ha definito il «bisogno di assoluto», maggiormente presente nella giovane età. Ogni movimento autenticamente rivoluzionario nella Storia ha potuto mostrarsi tale anche perché ha saputo attrarre questa energia, indirizzarla e incanalarla entro il tracciato di obiettivi reali e criteri di azione efficaci, indicando allo slancio della gioventù parole d’ordine, spiegazioni e ideali forti e sensati. Oggi affrontare il tema dell’ecologia e della tutela dell’ambiente senza inquadrarlo all’interno di una critica al modo di produzione capitalistico significa, per quanto si possa essere animati dai propositi più disinteressati, predisporsi all’utilizzo da parte di frazioni borghesi, da parte di interessi capitalistici in lotta contro altri, in una lotta in cui la questione ambientale diventa inevitabilmente strumento, forma ideologica o declinazione specifica del perseguimento di interessi della classe dominante. Come si può invocare coerentemente un intervento a favore di una gestione equilibrata e razionale delle forze produttive e delle dinamiche sociali in un sistema che si regge sulla ricerca, assolutamente prioritaria, del profitto? Come si può sensatamente appellarsi ai “potenti” perché, vigente il capitalismo, riconoscano e si mettano al servizio di una logica di specie, di un interesse collettivo del genere umano finalmente prevalenti su quello che rimane il fine capitalistico ultimo della produzione, del lavoro, della convivenza umana e persino dell’esistenza umana? Come si può non considerare illusione un appello perché i massimi esponenti politici, i massimi dirigenti economici del mondo capitalistico rinneghino i principi fondativi di quel mondo che li ha sospinti e li mantiene ai vertici? Disastri ambientali generati dal prevalere della logica del capitale non sono né irrazionali né assurdi o inspiegabili in una società capitalistica. Lo diventano solo se ci si pone in un’ottica di critica e di battaglia per il superamento delle leggi fondamentali di questa società, solo se si coglie la necessità e la possibilità storica di uno stadio superiore dell’esistenza sociale. Accettando il capitalismo, le sue leggi, le sue regole, i suoi meccanismi, l’unico ambientalismo che può avere un’esistenza reale ed effettiva è quello che rappresenta una declinazione del perseguimento del profitto e dello sfruttamento capitalistico. È l’ambientalismo che si traduce in una risorsa nella lotta per accaparrarsi fette di mercato e per imporre ulteriori giustificazioni ideologiche alla subalternità della classe dominata.
“Pensare globale e agire locale” è un motto che ha trovato efficaci interpreti sul versante del capitale. Il nuovo anno ha portato agli abitanti di Casale Monferrato una sgradita novella. La società che gestisce lo smaltimento dei rifiuti ha deliberato un ritocco verso l’alto della tariffa annuale (senza Iva) della raccolta domiciliare: da 200 (2018) a 425 euro (2019). Ovviamente l’azienda, a fronte della prevedibile polemica che ha fatto seguito alla notizia, ha illustrato le ragioni di questo incremento di oltre il 100%, sottolineando anche come da diversi anni le tariffe siano rimaste inalterate (evidentemente adeguamenti di simile entità non possono e non devono riguardare i salari). Rimane il fatto che per migliaia di famiglie la questione della tutela ambientale – che fa bella mostra di sé nei documenti che proclamano la “mission” dell’azienda – si è risolta in un vero e proprio coinvolgimento, non semplicemente gratuito ma addirittura oneroso, nell’attività economica del settore imprenditoriale dello smaltimento dei rifiuti (attraverso l’opportunamente celebrata raccolta differenziata, al contribuente è stata imposta una vera e propria mansione produttiva domestica da svolgere con attenzione e cura, pena multa). Poca roba, poco tempo, nella vita quotidiana di una famiglia, si potrebbe obiettare, ma di fatto si conferma come, per il capitale in tutte le sue incarnazioni (capitale finanziario docet) il tempo sia cosa serissima, concretissima e categoricamente meritevole di essere prezzata mentre, per chi nel caso specifico non riveste il ruolo di agente del capitale, diventi una categoria sfumata, persino irrilevante, suscettibile di essere compensata con vantaggi ipotetici e aleatori. Ma non basta, la partecipazione non pagata alle mansioni del ciclo economico dello smaltimento dei rifiuti non solo non garantisce alcun beneficio economico in un secondo tempo, ma va di pari passo con la possibilità per l’azienda di agire in maniera clamorosa sulle tariffe (forte di una condizione di fatto di monopolio che, ancora una volta, non è un’aberrazione del capitalismo, ma la conseguenza e il frutto coerente delle sue leggi e dinamiche). Insomma, la parola d’ordine della salvezza del pianeta, filtrata, plasmata, adattata, dal capitalismo, si è tradotta così: in suo nome c’è chi deve lavorare pagando, sottoposto a sanzioni in caso di mansione svolta in maniera inappropriata, subire aumenti di prezzo vertiginosi e chi invece può fare i soldi. Per la salvaguardia dell’ambiente – obiettivo in termini astratti indubbiamente saggio e razionale ma che concretamente non può sfuggire al marchio del capitale – c’è chi deve pagare e chi incassa. Chi si vedrà ricompensato di lavoro gratuito ed esborsi con la gratificazione di aver contribuito (forse) alla causa comune e chi con la causa comune macina profitti.
E il brutto è che questo è solo uno degli esempi minimi e tutto sommato meno gravi di come il capitalismo con le sue leggi si incarichi di dare la sua interpretazione, l’unica che abbia vero diritto di cittadinanza e attuabilità su scala sociale, alla questione della difesa dell’ambiente. Vedere e denunciare i guasti che il capitalismo inevitabilmente produce anche sul piano degli equilibri ecologici può essere un punto di partenza – e su questo punto di partenza ben vengano i giovani che vogliono impegnare le proprie forze e la propria carica di sana insofferenza verso un mondo che hanno ancora la forza per non accettare supinamente – ma solo se si procede verso la comprensione di cos’è il capitalismo, di come lo si può criticare e combattere. Senza questa evoluzione, le oggi simpatiche faccine dei giovani difensori del pianeta raggrinziranno, deluse o asservite, in tristi crociate sempre più amare e degradanti contro quello che era stato il meglio delle proprie stesse aspirazioni. Quello che oggi appare come un loro sincero, spontaneo, semplice moto di ribellione diventerà il disperato e grottesco agitarsi di marionette mosse da quelle forze supreme che il loro ribellismo non è mai arrivato a mettere veramente in discussione. A conti fatti, è anche così che, nella contemporaneità capitalistica, finiscono venduti come schiavi i piccoli crociati partiti per redimere il mondo senza riuscire ad impugnare la teoria per comprenderlo.

Prospettiva Marxista

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