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I Barabba di Porta Ticinese

Milano, 6 febbraio 1853: il proletariato italiano entra in scena, e ci resta, nonostante i tentativi di estrometterlo

(27 Febbraio 2019)

leo pollini la rivolta di milano

Il 6 febbraio 1853 a Milano scoppiò una rivolta che ebbe come protagonisti gli scaricatori (i barabba) impegnati alla Darsena di Porta Ticinese e in altri scali lungo i Navigli. Erano detti barabba, termine chiaramente dispregiativo, per definire coloro che, senza risorse, per vivere, potevano vendere solo la loro forza lavoro, ricorrendo, se necessario, anche a espedienti non sempre «legali». E barabitt, discoli, erano chiamati i giovani, trovatelli o meno, rinchiusi nel riformatorio (in via San Barnaba), anche loro «poco affidabili». Al Laghetto, nei pressi dell’ospedale, la Ca’ Granda, i facchini erano invece detti tencitt (neri), poiché erano dediti allo scarico del carbone. I barabba rappresentarono sicuramente il nerbo del movimento insurrezionale, tuttavia c’erano altri lavoratori salariati, principalmente stradini, muratori, stampatori, orefici, falegnami, calzolai. Senza dar troppo nell’occhio, costoro avevano costituito organizzazioni (compagnie), diffondevano stampati e, in certe occasioni, passavano all’azio-ne, come l’eliminazione della spia Vandoni.

La rivolta del 6 febbraio era ispirata da Giuseppe Mazzini che cercava di dare uno sbocco al malcontento dilagante in Lombardia, dopo la repressione che aveva fatto seguito alle Cinque Giornate (marzo 1848). E, allo stesso tempo, Mazzini voleva rilanciare la propria prospettiva repubblicana, dopo il voltafaccia sabaudo che aveva visto Carlo Alberto abbandonare vigliaccamente la città alla vendetta austriaca. La realtà fu diversa: i ceti medio-alti si defilarono, lasciando soli i barabba.

A questo proposito, Karl Marx scrisse un articolo assai incisivo (The Italian Insurrection), pubblicato dal «New York Daily Tribune» l’8 marzo 1853, in cui affermava che l’insurrezione milanese:

«[...] è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella [il castello sforzesco, ndr] e un esercito di 40 mila soldati tra i migliori d’Europa, mentre i figli di Mammona [i ricchi, ndr] danzavano, cantavano e gozzovigliavano in mezzo alle lacrime della loro nazione umiliata e torturata. Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami [...] è un risultato molto meschino. È da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi. [...] In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione» [Karl Marx e Friedrich Engels, Sul Risorgimento italiano, A cura di Ernesto Ragionieri, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 104].

In queste poche righe, Marx esprime tre concetti fondamentali:

1) I barabba sono proletari a tutti gli effetti. Contrariamente a coloro che storcono il naso di fronte a proletari che non rispettano stereotipi da «circolo Arci», imbottiti di cultura borghese, e gettano i barabba di oggi nel sottoproletariato. I barabba milanesi, nel 1853!, dimostrarono inoltre notevole maturità politica, rivendicando la propria autonomia dalla borghesia patriottica – e quindi anche da Mazzini –, alimentando un orientamento radicale che si stava sviluppando in altre città italiane: Brescia, Bologna, Livorno...

2) La rivolta milanese del 1853 segnò una netta scissione tra il proletariato e la borghesia sul terreno della lotta di liberazione nazionale. Una scissione che i nazional-comunisti di Palmiro Togliatti vollero ricucire dopo novant’anni, nel 1943, durante la Resistenza, concimando il terreno per derive sempre più reazionarie, come il Compromesso storico con la Democrazia cristiana, proposto da Enrico Berlinguer (1973), di cui l’ultimo frutto avvelenato è l’attuale fronte rosso-bruno. Coi vari supporter nostrani di Nicolás Maduro o, peggio, di Bashar al-Assad.

3) «In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione». È un giudizio senza appello, contro i teorici del colpo di mano, i rivoluzionari di professione (i Mazzini, i Kossuth ... i Lenin). Una teoria che, disgraziatamente, i bolscevico-leninisti avrebbero fatto risorgere, grazie al loro fortunato colpo di Stato dell’ottobre 1917. E che avrebbero imposto ai partiti comunisti della Terza Internazionale: l’esportazione della rivoluzione (la rivoluzione su ordinazione). Teoria che solo una suggestiva mitologia ne mascherava i veri intenti: sostenere la politica estera della giovane repubblica russa, sedicente socialista. Ciò nonostante, la suggestione cospirativa è dura a morire, poiché sembra offrire una soluzione quando lo scontro di classe appare contorto. Come oggi.

Sulla rivolta milanese del 1853, ci sono pochi libri, i principali (forse unici) sono:

Franco Catalano, I Barabba, Mastellone, Milano, 1953. 166 pp., di cui circa due terzi raccolgono i documenti del periodo (relazioni, articoli, giornali, volantini).

Leo Pollini, La rivolta di Milano del 6 febbraio 1853, Ceschina, Milano, 1953. Uno studio ampio e dettagliato (338 pp.) descrive il clima sociale in cui scoppiò la rivolta, presentandone la cronaca «in diretta».

Vedi anche

http://www.pugliantagonista.it/archivio/foto_arch/6%20febbraio%201853%20(1).pdf

http://www.pugliantagonista.it/archivio/foto_arch/6%20febbraio%201853%20(1).pdf

Sul passaggio da plebe a proletariato in Italia: Valerio Evangelisti, Gli sbirri alla lanterna. La plebe giacobina bolognese dall’anno I all’anno V (1792-1796), Edizioni Bold Machine, Bologna, 1991. Bologna fu uno delle poche (se non l’unica) città in cui le classi basse (le plebi) non parteciparono a rivolte (insorgenze), generalmente ispirate dai preti, contro i giacobini francesi.

Milano, 27 febbraio 2019

Dino Erba

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