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AFRICA: LA NUOVA MEGA-AREA DI LIBERO SCAMBIO

(6 Marzo 2019)

Dal n. 74 di "Alternativa di Classe"

kigali marzo 2018

Le “aree di libero scambio” nascono sulla base di Free Trade Agreement (F.T.A.), cioè “Accordi di libero commercio” fra Stati, quasi sempre vicini, che eliminano le barriere (del tutto o in parte), tariffarie e non, alla libera circolazione di beni e servizi tra loro, pur mantenendo una propria politica commerciale verso Paesi terzi.
EEA (Spazio Economico Europeo), NAFTA (Accordo Nordamericano di Libero Scambio), GAFTA (Area Araba Allargata di Libero Scambio), ALADI (Associazione Latino-Americana di Integrazione) e ASEAN (Accordo di Libero Commercio per il Sud-Est Asiatico) sono solo i casi più famosi e/o quelli che finora hanno ricompreso le aree geografiche più vaste. Ma ve ne sono davvero tanti nel mondo. Possono anche essere in competizione fra loro nella stessa area geografica, come, ad esempio, in Sudamerica, dove, pur in presenza di ALADI, o delle altre forme che hanno preceduto tale accordo, gli USA hanno da sempre cercato forme di allargamento del CAFTA, l'area di libero scambio fra USA e Paesi del Centro-America, anche verso Paesi del loro “cortile di casa”, anche se già impegnati nel FTA sudamericano.
Spesso, infatti. uno Stato può far parte contemporaneamente di più aree di libero scambio, cercando il massimo dei vantaggi per il capitale nazionale cui presta i propri servigi. La maggiore integrazione commerciale realizzata permette di sfruttare una posizione internazionale di maggior vantaggio relativo per i partner coinvolti, rendendoli anche, in generale, più competitivi verso terzi.
Non va dimenticato che la stessa Unione Europea (UE) ha avuto come precursore il Mercato Comune Europeo (MEC), il vero motivo per cui nacque la CEE nel 1957, con l'obiettivo della libera circolazione al proprio interno di merci, capitali e servizi (oltre che delle persone). Dietro all'ideale dell'obiettivo politico vi è sempre un obiettivo di carattere economico, che ne irrobustisca le basi per meglio affrontare la concorrenza internazionale.
I più importanti Paesi imperialisti oggi cercano di far parte, contemporaneamente e mettendo in campo tutto il proprio peso, di quante più aree di libero scambio sia loro possibile, specialmente in un contesto di guerra commerciale, come quella oggi in atto fra USA e Cina, e non solo. Anche se va notata la differenza di approccio fra gli USA, che tendono ancora a costruire sempre la “propria” area, e la Cina, che, come ha fatto con ASEAN, accetta un rapporto in cui, nel formale rispetto dell'autonomia dei partners, anche associati fra loro, affida la propria supremazia ai rapporti di forza economico-commerciali. A tale differenziazione non è estraneo, ovviamente, il ruolo internazionale che ancora mantiene il dollaro USA!...
L'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA), nata nel '63, era stata, sul piano politico, la precorritrice della Unione Africana (UA) , poi nata nel 2002 in base all'Accordo di Lomè dell'1-7-2000 (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno V n. 55 a pag. 5), e dopo il Vertice di Lusaka del Luglio '01, che aveva dato il via al “Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell'Africa (NEPAD)”, di fatto in mano alle multinazionali (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno V n. 55 a pag. 11). La Comunità Economica Africana (AEC), invece, nata nel 1991 in seno all'OUA, con la firma del Trattato di Abuja, in Nigeria, vera pietra miliare per lo sviluppo capitalistico africano, non a caso in corrispondenza della fine della “Guerra fredda” e della rottura, quindi, della “ingessatura” nei rapporti economici e politici dei giovani capitalismi, cominciò a prevedere precise scadenze per le tappe di una unità economica continentale.
Tale ambizioso progetto di unità africana prevedeva sei fasi di transizione ben definite e scadenzate, e cioè innanzi tutto la creazione di diversi blocchi regionali in tutto il territorio africano, le “comunità economiche regionali (RECs), da sviluppare al loro interno e mettere in interrelazione fra loro, per procedere, infine, verso un'unione monetaria, economica e politica del continente. Attualmente le RECs, che dovrebbero rappresentare i pilastri del progetto di Abuja, sono otto, ma tutto il processo non è certo lineare, né potrebbe esserlo, data l'intrinseca irrazionalità del modo di produzione capitalistico e gli scontri, sia economici che cruenti, che produce. Alcuni Stati, ad esempio, fanno parte di più comunità economiche regionali, né la partecipazione ad un blocco può escludere quella ad un altro blocco...
Nel 1975 quindici Paesi, ubicati ad ovest, avevano formato la “Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS)”. Dopo ben otto anni, nel 1983, altri dieci Stati hanno dato vita alla “Comunità Economica degli Stati dell'Africa Centrale (ECCAS). Nel 1989 si è formata la “Unione del Maghreb Arabo (AMU/UMA)” nell'area nord-occidentale, poi dal '92 al '99 si sono formate, nell'ordine, la “Comunità per lo Sviluppo del Sud Africa (SADC), il “Mercato Comune per l'Africa Orientale e Meridionale (COMESA), la “Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD) del Corno d'Africa, la “Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD)”, promossa a suo tempo da M. Gheddafi, con più Stati, e perciò il più alto PIL fra tutti i blocchi, e la “Comunità dell'Africa Orientale (EAC)”, che era stato il primo blocco a formarsi, ma che, scioltosi, si è ricostituito, ed ora va verso una valuta comune ai sei Paesi componenti (Burundi, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania ed Uganda).
Il Trattato di Abuja del '91 era stato sostanzialmente rispettato, dato che a fine '99 tutto il territorio africano era coperto da blocchi commerciali regionali, come anche il “rafforzamento dell'integrazione e dell'armonizzazione fra i RECs” previsto per il 2007 è stato raggiunto. Altri blocchi commerciali al di fuori dell'AEC, di cui il più importante è la “Area Araba Allargata di Libero Scambio (GAFTA)”, che ricomprende anche Paesi arabi della “Asia Minore”, sono stati realizzati, visti i vantaggi costituiti dagli F.T.A., e ad essi partecipano Paesi normalmente collocati nelle RECs.
La terza fase di “Abuja '91” prevedeva la formazione entro il 2017 di una area di libero scambio e di una unione doganale in ognuna delle comunità economiche. Questo obiettivo è stato raggiunto compiutamente solo nella EAC, mentre in ECCAS, ECOWAS e SADC sussiste solo in alcuni “sottogruppi”, cioè aree di libero scambio ed unioni doganali tra alcuni dei Paesi di un blocco. In tutti i blocchi è in corso, comunque, un processo che tende verso tale obiettivo, ad eccezione, in parte, di IGAD e UMA, i cui Paesi firmatari fanno parte, rispettivamente tutti o quasi tutti, di altri blocchi. Anche se per UMA agisce in senso opposto anche la storica tendenza, qui prioritaria, alla “unità araba”, espressa dal GAFTA.
Parzialmente in controtendenza ad una unione economica e monetaria dell'intero continente sono le unioni già costituite da sottogruppi di due pilastri dell'AEC, l'ECCAS e l'ECOWAS, che comprendono rispettivamente la “Comunità Economica e Monetaria dell'Africa Centrale (CEMAC) e la “Unione Economica e Monetaria Ovest-Africana (UEMOA)”, unite al loro interno e fra loro dall'uso del Franco CFA, che le mette in relazione all'imperialismo francese, di cui i Paesi sono stati colonie africane, sotto uno stretto controllo della Banca Centrale di Francia (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno V n.55 a pag. 11).
Il 22 Ottobre del 2008 a Kampala, in Uganda, un fatto nuovo. Vi si tenne lo storico summit, rimasto noto come “Summit AFTZ”, dalla “Zona di Libero Commercio Africana (AFTZ)”, alias “Summit Tripartito”, che gli organizzatori, e cioè i Direttori Generali dei blocchi commerciali EAC, COMESA e SADC, annunciarono congiuntamente. Venivano poste le basi per superare in avanti “Abuja '91” attraverso la formazione di una zona di libero scambio di tutto rispetto sul piano internazionale, sull'insieme della superficie di ben 26 Paesi africani, il cui Pil totale ammontava a 625 mld di (US)dollari e con un bacino di consumo di 527 milioni di persone.
Anche se non si trattava di un passaggio predeterminato nel '91, le decisioni del Summit intendevano inserirsi in quel solco: un'unica area transcontinentale dal Cairo a Città del Capo, che risolveva, tra l'altro, la questione della presenza di alcuni Stati in più blocchi. Alla forte spinta da parte del panafricanismo di M. Gheddafi facevano eco le dichiarazioni del Presidente sudafricano di allora, K. Motlanthe: “Come prossimo passo nell'espansione dei mercati regionali in Africa, il processo che intraprendiamo oggi ci porrà in una posizione più forte per rispondere efficacemente all'intensificarsi della competizione economica globale...”.X
Il 10 Giugno 2015 a Sharm El Sheikh in Egitto, preceduto da anni di intense trattative e da tre giorni di Vertice, i capi di Stato e/o di governo dei 26 Paesi degli stessi tre blocchi, EAC, COMESA e SADC, hanno firmato un vero e proprio Trattato, che ha segnato la nascita della “Area Tripartita di Libero Scambio (TFTA)” in Africa, in presenza del Presidente della Banca Mondiale, J. Yong Kim, ma ora senza più quella, forse troppo “ingombrante”, dello scomparso M. Gheddafi...
L'intera Africa orientale, con 625 milioni di abitanti ed oltre mille miliardi di (US)dollari, previa la ratifica dei parlamenti nazionali, creerà, al posto degli altissimi dazi finora utilizzati, tariffe doganali preferenziali per lo scambio intrafricano, abolendo le barriere non tariffarie. Era il primo obiettivo che, indirizzato verso la costruzione di un mercato unico, inizi col portare l'interscambio africano a decollare ben oltre il 14% del 2013. Anche se altra presenza di rilievo al Vertice egiziano è stata quella del rappresentante della Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), che, insieme allo spazio fondamentale ivi riconosciuto al NEPAD per la realizzazione delle infrastrutture necessarie alla mobilità di merci e persone, garantisca facilità di ingresso al capitale multinazionale nella area in formazione.
I tentativi di ampliare le aree di libero scambio, sia all'interno dei blocchi che a livello del continente, sono stati numerosi, specialmente nell'ultimo decennio, ma il più importante è stato senza dubbio quello avvenuto il 21 Marzo 2018 a Kigali, in Ruanda, durante il X° Vertice straordinario dell'Unione Africana (UA). Là, dopo la stessa sperimentazione del TFTA, ben quarantaquattro (44) Paesi hanno firmato un Accordo per la nascita ufficiale della “Zona di Libero Scambio Continentale (CFTA)” con mercato unico per beni e servizi, che diverrà esecutiva 30 giorni dopo la ratifica, depositata alla UA, da parte di almeno 22 parlamenti nazionali. Al documento sono allegati tre protocolli, che regolano lo scambio di beni, lo scambio di servizi e la risoluzione di controversie e dispute. Il segno di quali siano gli interessi che prevalgono, lo dà il fatto che, sempre il 21 Marzo '18, sono stati solo trenta (30) Paesi, invece, a firmare il “Protocollo per il Libero Movimento delle Persone”...
Alla entrata in vigore della “AfCFTA” partirà la rimozione delle tariffe (con dazi oggi maggiori di più del 6% rispetto al commercio extra-africano) sullo scambio, export ed import, del 90% delle merci nel giro di 5 – 10 anni, mentre per il rimanente 10% (gli “articoli sensibili”) avverrà gradualmente. Di conseguenza, libera circolazione per investimenti e businessmen. Crescita commerciale e crescita economica resteranno, ovviamente, differenziate tra i diversi Paesi, ma sui vantaggi a medio-lungo termine per lo sviluppo del capitalismo nel continente, che potrà non concentrarsi più, come tale, sull'export di materie prime, non ci possono essere dubbi. Si tratta del più importante progetto di “Agenda 2063: l'Africa che vogliamo”, il documento che individua le linee di sviluppo del continente per i prossimi 50 anni.
Molti dei problemi che l'Accordo comporta sono legati alle modalità con cui gli Stati africani procederanno alla costruzione dell'Area, dato che già molti progetti, per vari motivi, sono finora rimasti “sulla carta” e che la concorrenza imperialista nel continente, già forte ora, è destinata ad aumentare attraverso la lotta per l'accaparramento delle commesse sulle necessarie nuove infrastrutture, a partire dalle differenze esistenti. Il tutto, complicato dagli alti livelli di corruzione di molte elites nazionali, dalle diversità merceologiche e delle regolamentazioni locali di partenza, nonché dalla povertà assoluta, che vede in Africa i due terzi della popolazione mondiale in tale situazione, ed, unico continente al mondo, ancora in crescita.
Una volta che avessero aderito tutti i Paesi della UA, la “Area Africana di Libero Scambio (AfCTFA)” diventerebbe la più grande zona di libero scambio del mondo dopo la nascita dell'OMC; sarebbe un mercato unico con circa 1,2 miliardi di potenziali consumatori ed un prodotto interno lordo combinato di circa 2,5 trilioni di dollari. Il sogno della borghesia africana è un continente concorrenziale nel mondo, ricco di materie prime ed industrie di trasformazione, con la propria moneta unica ed un adeguato mercato interno. Intanto, ad oggi gli Stati firmatari sono divenuti 49 su 55, e, con le ultime ratifiche dei parlamenti depositate alla UA, tra cui quella del Sudafrica, avvenuta a Dicembre '18, ve ne sarebbero già 19, comprese quelle di Etiopia e Gibuti, avvenute all'inizio di questo mese di Febbraio, sulle 22 necessarie per il varo.
Il principale problema geopolitico, che si evidenzia rispetto alla forza ed alla validità del processo di costruzione, è la attuale mancata partecipazione della Nigeria al processo in atto. La Nigeria non è uno qualsiasi dei sei Paesi che non hanno firmato l'Accordo di Kigali (gli altri sono Botswana, Guinea Bissau, Eritrea, Tanzania e Zambia). La Nigeria, che peraltro aveva “patrocinato” Abuja '91, ed ha partecipato attivamente alle fasi preliminari di questo Accordo, è la principale economia africana insieme al Sudafrica!... I due Paesi, già consolidate potenze di area, si contendono il primato continentale come giovani imperialismi, ed il Sudafrica non ha fatto mancare la propria adesione ad AfCFTA, dal momento che le sue compagnie già detengono il primato negli investimenti intrafricani, e date le sue aspirazioni di rappresentare l'Africa nei consessi internazionali.
La Federazione Nigeriana, arrivata a quasi 200 milioni di abitanti, e, dal canto suo, chiamata significativamente in Africa “la Signora del Golfo di Guinea”, è molto attiva sul piano internazionale, ed ha già richiesto per sé un seggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU in rappresentanza del continente nero. Da tempo, infatti, si è accreditata nel mondo come “paladina” della negritudine e della diaspora africana. Nonostante i numerosi problemi interni, quali i rapporti tra governo centrale ed i singoli Stati federali, l'etnocentismo, la corruzione, la presenza dell'integralismo islamico, la povertà assoluta di 87 milioni di persone (primato nel mondo e valori in continua ascesa), la Nigeria è spiccatamente nazionalista e pratica una politica liberista, seguendo le direttive del FMI e della Banca Mondiale.
Se la SADC viene identificata con gli interessi del Sudafrica, ECOWAS, organizzata anche sul piano militare, significa molto spesso Nigeria. L'equilibrio tra i due “giganti”, nuovi gendarmi della “sicurezza” e della “pax africana”, caratterizza la attuale realtà africana, e proprio questi due Paesi, insieme ad Algeria e Senegal, avevano promosso il NEPAD, per “filtrare” i rapporti con le iniziative imperialiste extrafricane nel continente, nel contempo accreditandosi internazionalmente. La delicatezza della posizione nigeriana è testimoniata anche dalla sua prevista prossima adesione ai BRICS, di cui proprio il Sudafrica è divenuto ormai uno dei pilastri.
A parte la Francia, che, come già visto, mantiene un suo rapporto economico e politico diretto con le ex colonie, ritrovandosi talvolta in antitesi alle nuove potenze africane, ed in primis con la Nigeria, il Regno Unito, nonostante il Commonwealth, intrattiene proficue relazioni con tali potenze, ed in particolare con il Sudafrica, come fanno soprattutto anche la Cina, attualmente primo partner commerciale in tutta l'Africa, e il Brasile. L'Unione Africana ha promosso la AfCFTA in accordo con l'ONU, e si sta innescando una sorta di gara nei rapporti con la nuova Zona, vista ormai come vicinissima alla partenza, nonostante qualche preoccupazione sul ruolo dell'Egitto di Al Sisi, che è andata a sostituire il Ruanda di P. Kagame alla presidenza della UA, e che quindi dovrà gestire i prossimi passi.
Si prepara a mantenere un grosso ruolo di partenariato la UE, che, oltre a restare il modello ispiratore della UA (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno V n. 55 a pag. 6), fin dal giorno successivo all'Accordo di Kigali ha espresso ufficialmente il proprio sostegno, proprio per bocca dell'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, la, non a caso, italiana F. Mogherini. Del resto, le concrete iniziative economiche non mancano: oltre alla Banca Europea per gli Investimenti, il Fondo Europeo di Sviluppo (2014-2020), il Fondo fiduciario Ue-Africa per le Infrastrutture e i Programmi di Sviluppo dell’Accordo di partenariato economico, ed infine il piano di Alleanza Africa-Europa per Investimenti e Impieghi Sostenibili, per i quali sono previsti stanziamenti di 50 milioni di Euro fino al 2020. Forse, viste le politiche adottate sui migranti, per “aiutarli a casa loro”...
Mentre per le decisioni finali future sulla firma della Nigeria pesano anche gli esiti delle contrastate elezioni presidenziali del 23 Febbraio, è fuori di dubbio che la AfCFTA è una realizzazione in controtendenza rispetto all'orientamento protezionista che sta prevalendo oggi negli USA, mentre per la Cina, contando anche i suoi rapporti con Sudafrica e Nigeria, ed il progetto della Nuova Via della Seta, che coinvolge direttamente Egitto, Sudan e Kenya, l'Accordo di Kigali apre subito ulteriori spazi. Anche l'India sta cercando un suo varco nel nascente mercato unico.... In ogni caso, in un contesto, seppure diverso da quello attuale, ma nel quale ogni Stato e/o azienda concorrente cercherà di accaparrarsi maggiori rendite e/o profitti, non può esservi alcuna linea politica in grado di determinare alleanze, ed ancora meno collocazioni, stabili.
La “Area Africana di Libero Scambio (AfCFTA)”, in definitiva, apre una nuova fase dello scontro tra imperialismi nel continente, e lo svolgersi degli scontri, commerciali e non, sarà molto importante per i nuovi assetti internazionali. Con questi la perenne concorrenza per la leadership capitalistica avrà forse sviluppi oggi imprevedibili. L'importante per i comunisti è, da un lato, approfondire lo studio dei cambiamenti in atto, per indirizzare più efficacemente l'impegno nella lotta di classe, e, dall'altro, costruire quella organizzazione internazionale, che è condizione soggettiva indispensabile per dare uno sbocco positivo alle esigenze dei proletari.

Alternativa di Classe

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