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Doha, l'America che dialoga coi taliban

(4 Marzo 2019)

tavolo a doha

Giunge al settimo giorno e continua il summit di Doha fra statunitensi e talebani. Quest’ultimi hanno ormai surclassano i primi nei titoli della stampa internazionale. La volontà di patteggiare appare elevata e la discussione ribadisce due volontà assolute. I taliban chiedono il ritiro di tutte le truppe occupanti, gli statunitensi vogliono garanzie per eliminare dal territorio afghano qualsiasi presenza terroristica contro se stessi e gli alleati. Tutto chiaro. Ma ci sono alcune variabili non specificate nei resoconti dei reciproci portavoce. Il ritiro incondizionato di truppe Nato riguarda anche le basi aeree create durante i diciotto anni d’occupazione? E la richiesta americana di eliminare dal territorio afghano i pericoli per i soldati di Washington si riferisce a una presenza interna a quel Paese o ad avamposti limitrofi? Difficile credere che i talebani si mettano a fare i gendarmi pro Usa contro i fratelli dissidenti dell’Iskp o gli irriducibili pro Isis, che detestano per questioni di concorrenza, e una presenza statunitense anche ridotta di marines e avieri entrerebbe in contraddizione con la fermezza dichiarata dalla richiesta talebana.

E allora c’è da chiedersi
se fra le pieghe della seriosità dei colloqui non si celino i classici trucchi di quella politica intransigente con deroghe per interessi di parte e d’apparato. Occorrerà vedere gli sviluppi per comprendere meglio. Intanto quel che sembra un gran desiderio di risolvere alcune questioni sta nella rappresentanza delle delegazioni. Finora l’Alto rappresentante per gli Usa Zalmay Khalizad ha accettato il veto posto dai turbanti a una qualsiasi presenza al tavolo di trattativa dell’attuale governo di Kabul; ciò significa che la Casa Bianca è costretta a rinnegare un quindicennio di sua politica per la trasformazione (pilotata) di quel Paese. Un progetto in effetti naufragato da tempo sul piano militare, politico, giuridico e amministrativo. I Karzai, i Ghani, gli Abdullah appaiono per quel che sono stati e sono: fantocci, ora abbandonati dagli stessi burattinai. L’investitura del leader talebano con cui l’America di Trump sta discutendo è indubbiamente di rango. Il mullah Abdul Ghani Baradar è stato cofondatore del movimento degli studenti coranici, vicinissimo al mullah Omar.

E’ lui che negli ultimi mesi ha trovato l’accordo con tutti i capi clan afghani, da quelli della Shura di Quetta solo parzialmente contenti della leadership di Akhunzada su cui preme l’Iran, ai ribelli di Haqqani carezzati dagli emiri del Golfo, tenendo per ora buoni anche i riottosi miliziani del Waziristan settentrionale. Baradar ha compiuto un miracolo. Un’azione resa comunque possibile dalla Cia, che nell’ottobre scorso ha ordinato all’Intelligence pakistana di liberare questo leader, catturato nel 2010 e tenuto a lungo in catene nelle carceri speciali di Islamabad. Questa prigionia prolungata doveva servire al governo pakistano per privilegiare quei turbanti che si aprivano a una collaborazione, ma nei mesi scorsi sono entrati in scena direttamente i Servizi statunitensi che hanno imposto al premier Khan la liberazione dello storico leader affinché rappresentasse il movimento talebano a Doha. Baradar s’è immedesimato nel ruolo, spendendo la sua autorità per trovare una linea di condotta comune fra i miliziani dialoganti. Occorrerà vedere chi farà gli interessi di chi. Certamente non si profilano tutele per civili e donne afghane.
4 marzo 2019

articolo pubblicato su enricocampofreda.blogspot.com

Enrico Campofreda

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