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L'Islanda riconosce lo Stato Palestinese

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(3 Dicembre 2011) Enzo Apicella
Martedì scorso il parlamento islandese ha votato a favore del riconoscimento dei Territori Palestinesi come stato indipendente.

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L’“affare cinese” e le capriole della borghesia italiana

(9 Aprile 2019)

scintilla

Le polemiche emerse riguardo la firma del Memorandum e dei 29 accordi finanziari, commerciali e istituzionali tra il governo italiano e quello cinese nell’ambito del progetto “Belt and Road Initiative” (BRI), avvenuta il 23 marzo scorso, hanno messo in luce che il nostro paese è direttamente implicato nella disputa fra l’imperialismo nordamericano e quello cinese per l’egemonia mondiale.

La BRI è un colossale progetto strategico avviato nel 2013, che opera su due direttrici principali, quella terrestre la”Silk Road Economic Belt”, e quella marittima, la ”Maritime Silk Road”. Coinvolge 84 paesi e 15 province cinesi, in cui vivono complessivamente quasi due terzi della popolazione mondiale.

Lo scopo fondamentale della BRI è estendere la sfera di influenza cinese in Asia, nell’Oceano Indiano, in Medio Oriente, in Europa, in Africa e in America Latina, per scalzare le posizioni degli USA e modificare l’equilibrio delle forze a livello internazionale a suo favore.

Come ogni grande progetto strategico (vedi il piano Marshall), la BRI ha diverse dimensioni: geostrategica, economico-finanziaria, politica, commerciale, energetica, militare, etc.

L’ambizioso progetto cinese punta a creare una rete integrata di approvvigionamento e autovalorizzazione del capitale, specialmente nella sfera produttiva, dei trasporti e dell’energia.

Ciò richiede massicci investimenti in porti, aeroporti, ferrovie internazionali, autostrade, trasporto di container, fibre ottiche, così come mezzi di trasporto delle risorse energetiche e delle materie prime, indispensabili per sostenere la crescita economica cinese.

Con la BRI l’imperialismo “con caratteristiche cinesi” lotta per aumentare l’esportazione di capitali (una caratteristica tipica del capitalismo monopolistico) e risolvere il grave problema della sovrapproduzione delle sue imprese; lotta per accaparrare materie prime in Asia Centrale e in Africa e conquistare mercati di sbocco sicuri, così da ottenere più elevati profitti.

La BRI è un’espressione dell’ascesa della Cina come potenza imperialista con ambizioni mondiali e con monopoli in grado di competere tecnologicamente con gli USA (es. Huawey).

Di conseguenza questo megaprogetto è inevitabilmente destinato a scontrarsi con il regime imposto dagli USA, i quali non vogliono perdere la loro posizione dominante, le loro sfere di influenza, il sistema di alleanze da essi costruito, che oggi scricchiola vistosamente.

Chiaramente, la politica estera della Cina, paese pienamente integrato nel sistema capitalista-imperialista mondiale, con migliaia di miliardari che si ingrassano a spese della classe operaia, non ha nulla a che vedere con l’internazionalismo proletario.

E’ una politica volta a contendere la supremazia mondiale agli USA, ed è fatta delle stesse mire espansionistiche, di obiettivi di sottomissione e soggiogamento dei popoli.

Quando la Cina crea mercati e infrastrutture, quando si oppone al protezionismo e concede prestiti a lungo termine ai paesi dipendenti, quando Xi Jinping dice di voler portare avanti “la grande causa del socialismo cinese”, è per assorbire le ricchezze dei popoli, per conquistare posizioni strategiche, per espandere la sua attività militare (come dimostrano l’apertura della base militare a Gibuti, l’intervento politico e diplomatico in numerosi conflitti, il crescente export cinese di armi, l’aumento della spesa militare, etc.); in sintesi per fare della Cina una superpotenza imperialista, come aveva ben previsto il compagno Enver Hoxha.

Gli USA per difendere la loro posizione dominante nel sistema imperialista mondiale e contenere l’ascesa cinese hanno deciso di ostacolare con ogni mezzo la sfida della BRI.

Anche la UE, a guida franco-tedesca, che pure desidera riequilibrare il rapporto con gli USA, teme che gli investimenti e l’influenza cinese possano compromettere le posizioni dei monopoli capitalistici europei nel loro “cortile di casa”.

Tuttavia diversi paesi europei, specie a quelli più deboli e che hanno maggiormente sofferto le conseguenze della grande crisi del 2008, sono interessati alla BRI.

I circoli dirigenti dell’imperialismo italiano vorrebbero sfuggire alla crisi storica che li attanaglia e perdurare nel loro dominio. Vedono nella BRI l’occasione per attrarre investimenti di capitali, gestire flussi commerciali, aumentare le quote di esportazioni nel mercato interno cinese.

Perciò hanno deciso che il nostro paese sia il punto di approdo della “Via della Seta marittima”, mettendo a disposizione porti (Trieste, Genova, Venezia, Palermo) per l’import e l’export, poli logistici (Mortara), strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, energia, telecomunicazioni, centri di ricerca e sperimentazione (Firenze, L’Aquila, Bari, Matera, Pula, Catania).

La Cina da parte sua, dopo aver realizzato un forum (noto come il “16+1”), nel cui contesto stipula contratti con 16 paesi dell’Europa centro-orientale e dei Balcani occidentali, dopo aver comprato il porto del Pireo e avviato la costruzione di una ferrovia veloce fra Belgrado e Budapest, mira a fare dell’Italia un trampolino per penetrare nell’Unione Europea, al fine di influenzarla con la sua politica socialimperialista tendente all’isolamento del principale rivale strategico, l’imperialismo nordamericano.

Le diatribe fra partiti borghesi e piccolo borghesi che si sono succedute in queste settimane sulla questione della BRI hanno dimostrato il meschino livello dei politicanti italiani, che nascondono dietro presunti “interessi nazionali” gretti interessi di bottega, la perpetuazione di una politica servile verso gli USA (la Lega di Salvini ha rafforzato la sua posizione atlantista, alla faccia del “sovranismo”) e l’apertura ai nuovi padroni di Pechino.

La borghesia italiana, vorrebbe giocare come sempre su due tavoli: restare sotto il pluridecennale dominio nordamericano, cercando però di smarcarsi dal rigido controllo per ritagliarsi degli spazi; mettere all’asta il nostro paese a prezzi stracciati pagabili in dollari e in yuan, cercando di separare il piano economico da quello strategico (impossibile farlo nella BRI); restare nell’alleanza diretta dagli USA e allo stesso tempo favorire la penetrazione cinese in Europa. Punta anche a farsi finanziare il debito pubblico da entrambi, come emerso della visita di Conte a Washington e dai colloqui con gli emissari di Pechino.

L’imperialismo italiano pretenderebbe inoltre di usare la Cina contro il dominio esercitato nell’UE dalla Francia e dalla Germania: dominio che gli impedisce di penetrare agevolmente nei paesi africani dove Parigi e Berlino sono molto attivi, così come nei Balcani.

Sono diversi gli esempi di questa politica arlecchinesca dei circoli dirigenti italiani interpretata per loro conto dai “populisti”: la posizione sul Venezuela (contro Maduro e quindi filoamericana, ma non insieme a Germania e Francia che dichiarano “decaduto” il governo venezuelano); il rinnovo delle sanzioni alla Russia, ma con la possibilità di aprire le basi americane in Italia allo stoccaggio di nuove armi nucleari; l’accordo petrolifero ENI negli Emirati Arabi Uniti, certamente con il beneplacito dell’ “amico americano”, cui è seguita la visita spettacolare di San Francesco d’Arabia, al secolo J. M. Bergoglio, etc.

Ma la stracciona borghesia italiana si illude se pensa di stare al servizio di due padroni in lizza fra di loro, gli USA e la Cina.

Se fino a ieri la classe dominante ha potuto godere di alcune rendite di posizioni e di certe concessioni, ora non può più. L’acutizzarsi delle contraddizioni sull’arena mondiale restringe i suoi spazi di manovra.

L’altolà giunto da Garret Marquis, assistente speciale di Trump è stato chiaro: “Roma non partecipi al progetto della Nuova Via della Seta”. Washington vuole impedire la crescita dell’influenza economica e politica cinese in un paese chiave della NATO e del G7.

Le minimizzazioni e le rassicurazioni di Conte e Mattarella serviranno a poco.

A forza di capriole la parassitaria borghesia italiana sta trascinando il nostro paese nel vortice della lotta tra i centri dell’imperialismo mondiale odierno e il nostro popolo ne subirà le conseguenze.

Conoscendo la brutalità e l’aggressività della politica imperialista yankee non sono da escludere rappresaglie a più livelli.

La posizione internazionale dell’Italia imperialista va peggiorando e peggiorerà ancora. Sarà sempre più un vaso di coccio pieno di debiti fra agguerriti vasi di ferro, con il rischio di rompersi.

Le “grandi opere” della BRI andranno a vantaggio di sfruttatori e speculatori, non certo della classe operaia, delle masse popolari e dell’ambiente!

In questo scenario, le organizzazioni del movimento operaio e comunista devono restare politicamente indipendenti e non lasciarsi risucchiare nell’uno o nell’altro blocco imperialista, né sostenere in qualsiasi modo il governo italiano e la sua politica ipocrita e reazionaria.

Appoggiarsi su di una superpotenza per combattere l’altra, allearsi con gli Stati Uniti in nome della “sicurezza” o con la Cina sotto la falsa bandiera dell’ “incontro fra civiltà diverse”, come predicano i revisionisti del PCI, di “Marx XXI” e delle altre consorterie di pseudo-marxisti che si sono costituite in Italia allo scopo di difendere tra i lavoratori l’espansionismo del “socialismo cinese”, ormai completamente degenerato in socialimperialismo e social sciovinismo, non significa altro che tradire la causa dell’emancipazione della classe operaia, calpestare le bandiere della libertà, dell’indipendenza e della sovranità popolare, che la borghesia da tempo ha gettato nella polvere.

Bandiere che spetta ai comunisti (marxisti-leninisti) e agli operai d’avanguardia organizzati in Partito risollevare e portare avanti, per mettersi alla testa della maggioranza delle masse popolari e diventare la forza dirigente del paese.

La sola possibilità che ha il nostro paese per non cadere da una dipendenza politica ed economica a un’altra, è di iniziare una rivoluzione sociale che porti a una nuova e superiore organizzazione della società, una produzione collettiva su scala sociale che permetta lo sviluppo delle forze produttive, compensando così gli inconvenienti della mancanza di materie prime e le difficoltà dei rifornimenti energetici.

Solo con il socialismo proletario sarà possibile una politica estera basata sul consolidamento dell’amicizia fra i popoli, l’assistenza reciproca, la fraterna collaborazione e il reciproco vantaggio, assicurando la libertà e l’indipendenza nazionale.

Una politica di pace, a sostegno delle lotta per emancipazione della classe operaia, delle lotte dei popoli e delle nazioni oppresse contro l’imperialismo e la reazione.

Una politica rivoluzionaria, basata sul principio dell’internazionalismo proletario!

Da Scintilla n. 98 – aprile 2019

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