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(15 Novembre 2010) Enzo Apicella
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(L'unico straniero è il capitalismo)

21 tesi su neo-colonialismo, "sovranismo" e guerra agli immigrati

(30 Maggio 2019)

Dal n. 3 di Cuneo Rosso (dove è pubblicato con il titolo originale di "Resistere e preparare il contrattacco. Per un nuovo movimento proletario rivoluzionario"), un contributo utile a collocare nella sua giusta dimensione il razzismo di stato, nei fatti un'arma contro la nuova composizione multinazionale del proletariato.

paul klee docet

Tiriamo le fila. E nella forma più sintetica possibile.

1. Le dinamiche profonde e incontrollabili del capitalismo globale hanno prodotto un movimento migratorio internazionale di grande ampiezza. Un movimento che si ingrandisce quotidianamente per effetto delle disuguaglianze di sviluppo, del debito estero che strangola tanti paesi del Sud del mondo, della industrializzazione delle campagne di Africa, Asia e America Latina sotto il dominio dell'agribusiness, dei disastri ecologici, delle guerre neo-coloniali, dell'esigenza dei paesi ricchi di accaparrarsi nuovi/e immigrati/e da super-sfruttare. Questo movimento migratorio si dirige anche verso le aree più sviluppate del Sud, ma prioritariamente verso i paesi del Nord del mondo, Italia inclusa.

2. Queste stesse dinamiche hanno prodotto il più grande esercito industriale di riserva della storia del capitalismo, circa 1 miliardo di disoccupati e sottoccupati, una massa di proletari e proletarie "in soprannumero" destinata ad ingrandirsi ancora. Nei paesi del Sud, ma anche in tutti i paesi del Nord del mondo (Italia per prima, basta chiedere ai giovani del Meridione).

3. Queste dinamiche (o leggi) tipiche del modo di produzione capitalistico, sono oggi esasperate dal fatto che dal 2008 siamo entrati nella più grande crisi della storia del capitalismo - e non ne siamo affatto usciti. La crisi produttiva e finanziaria è stata tamponata con misure che ne predispongono la replica al quadrato; la crisi ecologica si aggrava a vista d'occhio; ed entrambe si intrecciano con la crisi dell'ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale, definitivamente sepolto. Sicché la crisi iniziata nel 2008 sta assumendo i caratteri di una crisi di civiltà, la crisi della civiltà del capitale, incapace di prospettare un futuro diverso dal presente modificato catastroficamente in peggio.

4. In un simile contesto, la formazione di un movimento migratorio di 270 milioni (in crescita) alla scala globale e di un gigantesco esercito industriale di riserva costituisce una contraddizione sociale altamente esplosiva. Perché mette in luce l'incapacità del capitalismo iper-sviluppato di assicurare condizioni di esistenza dignitose per i salariati, e perfino un lavoro quale che sia. E fa gravare sui salariati più stabilmente occupati, già spremuti come limoni, il peso della concorrenza oggettiva al ribasso di decine di milioni di proletari e proletarie di ogni nazionalità in cerca di lavoro, portando la capacità di sopportazione degli uni e degli altri verso un limite invalicabile.

5. Consapevoli della inevitabilità e, insieme, dell'estrema pericolosità di questi processi, i grandi poteri capitalistici, a cominciare dagli Stati Uniti di Trump, e con l'Unione europea dietro a ruota, hanno promosso violente campagne massmediatiche e non meno violente misure legali e di polizia contro i proletari emigranti/immigrati indicandoli come i massimi responsabili, le vere cause del malessere sociale prodotto dalle crisi e dalle politiche anti-proletarie dell'era "neo-liberista". Ecco il capro espiatorio su cui i lavoratori dei singoli paesi, specie i più marginalizzati e precarizzati, debbono accanirsi, se vogliono salvare la pelle!

6. Da anni questo attacco ha assunto in Europa e in Italia i tratti di una vera e propria guerra contro gli emigranti e gli immigrati - con decine di migliaia di morti, feriti, prigionieri, forzati all'esilio e alla clandestinità, e un incalcolabile numero di atti di discriminazione, umiliazione, violenza. Questa guerra non è frutto di decisioni politiche arbitrarie, reversibili, di questo o quel governo, di questa o quella forza politica. È il risultato obbligato delle dinamiche profonde, incontrollabili del capitale globale di cui abbiamo detto, ed è insieme il tentativo di tenerne sotto controllo le conseguenze più pericolose per l'ordine costituito, attraverso l'uso metodico della forza e del razzismo di stato. Minniti-Gentiloni ieri, Salvini-Di Maio oggi, sono i vili, intercambiabili esecutori e carnefici di questo corso politico che ricorre in modo crescente alla demonizzazione degli immigrati.

7. Il razzismo di stato è un'arma dei padroni, e pone perciò una questione di classe. L'attacco alle proletarie e ai proletari immigrati è parte di un attacco generale a tutta la classe lavoratrice. Lo sporco gioco dei grandi poteri capitalistici è, infatti, palese: sfruttare la fame di lavoro degli emigranti/immigrati e dei disoccupati/sottoccupati per svalorizzare e torchiare al massimo tutta la forza-lavoro, spogliandola dei "diritti acquisiti"; e sfruttare le paure, i pregiudizi, i sentimenti nazionalistici dei lavoratori autoctoni per scagliargli contro gli immigrati, e così dividere il potenziale fronte unico di classe. La bomba sociale che hanno creato, vogliono farla esplodere nel nostro campo. Dobbiamo a tutti i costi rilanciargliela contro!

8. Di questa mobilitazione contro le proletarie e i proletari immigrati le destre "sovraniste" e "populiste" sono la forza trainante, la punta di lancia, e già dietro di loro ricompaiono - specie in Italia - organizzazioni apertamente neo-fasciste. È necessario concentrare le denunce e le risposte di lotta contro di loro, specie perché qui in Italia sono al governo. Ma fuori da qualsiasi auto-inganno di fronti anti-fascisti con i democratici. Mai dimenticare che le politiche statali di guerra agli/alle emigranti, con tanto di muri, kampi, polizie ed eserciti schierati alle frontiere, sono state avviate in Europa ben prima che sorgessero le destre sovraniste e populiste, con il trattato di Schengen, prodotto dall'intesa tra democristiani, liberaldemocratici e socialdemocratici, e continuano tuttora per opera di questa stessa coalizione di forze democratiche di centro-sinistra che guida l'Unione europea. Così come va tenuto a mente che la "chiusura" dei porti in Italia non è arrivata nel 2018 con Salvini, è stata attuata già nel 1997 con il governo Prodi e il criminale affondamento della nave albanese Kater i Rades.

9. L'immigrazione è una fortuna per i paesi di arrivo, in particolare per le classi sfruttatrici di questi paesi. Lo è stata e lo è in particolare per l'Italia e i capitalisti italiani, in modo speciale per la marea (o marmaglia, fate voi) giallo-verde dei padroni e padroncini che hanno gonfiato le vele della Lega e del M5S, e delle finte "cooperative" affiliate al Pd. Per questa elementare ragione le politiche statali restrittive, repressive, selettive in tema di immigrazione non puntano all'"immigrazione zero". Puntano a disporre di immigrati/e a zero (o, se si potesse, sottozero) diritti.

10. Le imprese e gli stati europei occidentali hanno un inesauribile bisogno di lavoratori immigrati e di lavoratrici immigrate per ragioni demografiche, di competitività, di privatizzazione del welfare. Il bisogno varia a seconda dei singoli paesi, degli anni, dei settori, delle congiunture, ma resta strutturale e di lungo periodo. Se per ipotesi l'Italia dovesse davvero fare a meno delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati che sono sul suo territorio e degli altri/e in arrivo, sarebbe un disastro demografico, economico, sociale di proporzioni incalcolabili. Altro che l'attuale stagnazione!

11. L'ossessiva campagna massmediatica contro gli immigrati, specie contro rifugiati e richiedenti asilo, che vivrebbero alle nostre spalle da scrocconi, rubando il lavoro e il welfare agli italiani, importando qui violenza, criminalità, droghe, malattie, costumi e religioni da barbari, serve proprio a cercare di comprimere il più possibile prezzo, condizioni di vita, diritti e aspettative della forza-lavoro arrivata per ultima. Gli ultimi arrivati e gli immigrati costretti dallo stato alla "clandestinità" vengono criminalizzati per colpire, con loro e di là di loro, l'intera popolazione immigrata scavando un solco di diffidenza, ostilità, odio, tra proletari autoctoni e immigrati.

12. L'avvento di Trump e l'inasprirsi delle tensioni internazionali ha radicalizzato queste tendenze e le relative politiche. A Roma il governo Lega-Cinquelle, seguendo le orme trumpiane con l'insegna "prima gli italiani", si è posizionato all'avanguardia in Europa occidentale nella diffusione del razzismo di stato a livello popolare, con l'obiettivo di spaccare in due campi reciprocamente ostili la classe lavoratrice che sta diventando sempre più pericolosamente (per i padroni) multinazionale. Per questo la battaglia per contrastarlo e delegittimarlo ha una valenza che va ben al di là dell'Italia.

13. Il "capro espiatorio" designato, però, non è certo un branco di pecore disposte a farsi macellare. Le donne e gli uomini, in larghissima misura proletari, che sono emigrati e continuano ad emigrare verso l'Italia e l'Europa occidentale si sono sobbarcati ogni tipo di costi, pericoli, sofferenze. Emigrare, specie nelle condizioni attuali, è una esperienza dura, terribile, che può costare la vita, lo stupro, la riduzione in schiavitù. La si affronta perché si è costretti a farlo per conquistare per sé e i propri cari condizioni di esistenza negate nei propri paesi di nascita dal retaggio del colonialismo e dalle rapine neo-coloniali. Quelli che l'affrontano sono nel loro insieme, portatori/trici di istanze di emancipazione personale, sociale, di genere, nazionale che si scontrano con le pretese schiavistiche dei capitalisti. Dimostrano una forza speciale - la forza che viene dal moto di rivolta anti-coloniale degli sfruttati lungo più di due secoli, e che può riversarsi, e spesso si riversa, nella lotta contro gli agenti dello schiavismo capitalistico di oggi.

14. Sia la storia del movimento proletario che le vicende di inizio ventunesimo secolo ci danno prova di questa forza speciale: dagli Stati Uniti alla Cina all'Italia. A smentita e a scorno degli avventurieri e mascalzoni "rossobruni", dal 1989 ad oggi i proletari immigrati in Italia hanno dato mille e una prove, nelle fabbriche, nelle campagne dominate dalle multinazionali dell'agribusiness e dalla mafia, nei centri di detenzione, nelle piazze, con il loro associazionismo, nella produzione di cultura, di non voler accettare supinamente il ruolo di carne da macello che i padroni vorrebbero riservargli, e che hanno rifiutato nella loro terra di nascita. Sulla scia di questa esperienza, i facchini e i driver immigrati della logistica, con il ciclo decennale di lotte condotte organizzandosi con il SI Cobas e altri organismi sindacali di base, si sono posti qui ed ora come avanguardia delle lotte rivendicative in un periodo di profondo riflusso dei lavoratori autoctoni. E sono stati in prima fila anche nel rispondere alla sfida politica lanciata dal governo Conte.

15. È questo il rovescio della medaglia delle dinamiche spontanee del capitalismo globale: con la produzione di migrazioni internazionali forzate su larga scala, si sta creando un proletariato sempre più immediatamente multinazionale, tale per esperienza diretta, materiale, quotidiana. E questa è la migliore delle premesse per liberarsi dalla più fatale di tutte le illusioni che hanno funestato la vita e la lotta dei lavoratori: quella di potersi sottrarre ai cataclismi del capitalismo facendo blocco con la "propria" borghesia, con la "propria" nazione; di poter mettere al sicuro la pelle, la libertà, il proprio futuro barricandosi nella "propria" nazione.

16. Questa nuova composizione multinazionale del proletariato, che fa il paio con l'enorme crescita del proletariato femminile, è però solo il presupposto di un nuovo movimento proletario che si ricostituisca su basi radicalmente e coerentemente internazionaliste, demarcandosi nettamente da quello precedente che è stato sempre più avvelenato e corroso dal nazionalismo, ed in particolare dallo sciovinismo bianco, occidentalista che vede nei lavoratori "di colore" gente di rango inferiore, dei concorrenti sleali, degli elementi di disturbo della propria esistenza e dei propri sempre più scarni, ma non inesistenti, "privilegi". Sbarazzarsi da ogni sentimento di superiorità o di antipatia verso gli "stranieri" non sarà né facile, né indolore. Servirà una forte ripresa della lotta, la grande spurgatrice dei veleni, della lotta di classe anti-capitalista. E servirà un'azione politica organizzata incardinata su una prospettiva internazionalista rivoluzionaria, che oggi in Italia è ancora allo stadio embrionale di tendenza in formazione. L'anti-razzismo di classe, l'anticapitalismo di classe, l'internazionalismo proletario, non rinasceranno in modo spontaneo dal nulla, senza un lungo lavoro preparatorio che riguarda oggi, non per nostra scelta, solo piccole minoranze che non si sono fatte scoraggiare dallo stato attuale della classe, e non si accontentano di partecipare attivamente alle lotte immediate e difensive.

17. Da decenni in Italia e in Europa, la classe lavoratrice è sulla difensiva, e su una difensiva molto disordinata. Il vecchio movimento proletario è in decomposizione. Tuttavia la forza potenziale per rispondere alla guerra contro gli immigrati e contro l'insieme della classe lavoratrice è gigantesca. Si tratta, però, di combattere l'aggressione su tutti i fronti: sono fondamentali le lotte immediate, ma non bastano perché toccano sempre e solo gli effetti. Dagli effetti si tratta di risalire alle cause, alle cause delle migrazioni internazionali, dello sfruttamento differenziale e combinato di proletari immigrati e autoctoni, dell'ingigantimento dell'esercito proletario di riserva. E martellare senza stancarsi sulla unità di destino dei proletari di tutti i paesi del mondo.

18. La questione-immigrazione è una questione generale, riguarda milioni di persone, e non può essere risolta a mezzo di piccoli esperimenti locali, che coinvolgono qualche decina o, al massimo, qualche centinaia di immigrati, quali il "modello Saluzzo" caro a Landini o - men che meno - il "modello Bergamo" caro al Pd Gori, fondato sul lavoro volontario, o il ricorso ai "corridoi umanitari" concordati tra ministero degli interni e particolari ong istituzionali. Non ha potuto avere una tale funzione neppure il "modello Riace", che rispecchia il sentire di una parte di coloro che criticano la politica del governo senza però metterla radicalmente in discussione. Serve sviluppare una risposta generale di lotta che attacchi frontalmente il governo Lega-Cinquestelle, senza dare il minimo credito alla finta opposizione del Pd o alla "pressione" di Cgil-Cisl-Uil, succubi e complici di tutte le politiche anti-proletarie degli ultimi decenni.

19. Le battaglie immediate da portare avanti qui ed ora in Italia sono quelle per l'abrogazione dei decreti Salvini e Minniti che hanno violato i diritti più elementari degli immigrati e dei richiedenti asilo - una battaglia che ha già avuto inizio nei mesi scorsi - , e per la regolarizzazione immediata e incondizionata (non sottoposta al vincolo ricattatorio del contratto di lavoro, o della residenza) di tutti gli immigrati e le immigrate con un permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato. La prospettiva da radicare nella classe lavoratrice è quella della completa parità effettiva di trattamento sul lavoro e di diritti tra autoctoni e immigrati. Il che comporta la lotta per l'introduzione, senza condizioni e limitazioni, dello jus soli, per chiudere tutti i centri di detenzione amministrativa, abrogare la legislazione speciale sull'immigrazione (contro gli immigrati), e la denuncia della politica di chiusura e di esternalizzazione delle frontiere dell'UE (a cominciare dall'accordo di Schengen). Queste battaglie e campagne di propaganda/agitazione sono per noi parte integrante dello sforzo per costituire uno schieramento unitario di lotta, un fronte di classe anti-capitalista che resista in modo sempre più organizzato, a scala nazionale e internazionale, all'attacco capitalistico su tutti i piani (salario, orario, libertà sindacali, etc.), e prepari l'offensiva.

20. Per non essere parziale e inefficace, questo sforzo deve incorporare la denuncia e la lotta al neo-colonialismo, anzitutto a quello che ha per protagonisti le imprese italiane e lo stato italiano, la cui logica di saccheggio e di devastazione dei paesi del Sud del mondo, Africa e Medio Oriente per primi, è responsabile delle emigrazioni coatte Sud-Nord che la destra demonizza. La prospettiva internazionalista in cui noi ci riconosciamo è quella dell'appoggio incondizionato alla lotta anti-imperialista, a tutte le mobilitazioni proletarie, sociali, contadine che mettono e metteranno in discussione, nel Sud e nell'Est del mondo, il dominio imperialista dei paesi ricchi e la soggezione ad essa delle borghesie "nazionali", sempre più coinvolte, con più o meno autonomia, nelle memorabili imprese del capitalismo globale. Finora è riuscito al club dei paesi imperialisti, ai regimi borghesi locali, disposti a compiere ogni crimine contro i propri popoli, e ai gendarmi d'area (Arabia saudita, Israele) di soffocare sul nascere, o deviare in vicoli ciechi, queste mobilitazioni (nel 2011-2012 in Egitto, Tunisia, Yemen, Siria, etc.), ma si ripresenteranno (come sta già avvenendo in Palestina, in Algeria e in Marocco).

21. Infine, ma non per ultimo, la produzione di un'enorme massa di emigranti forzati dai paesi del Sud del mondo e dell'Est Europa e di una massa addirittura sterminata di disoccupati, sottoccupati, precari di tutte le nazionalità, pone in modo stringente, sul piano strategico - insieme alla lotta per demolire la divisione internazionale del lavoro creata dall'imperialismo - la ripresa della lotta per la riduzione generalizzata, incondizionata (svincolata dalle compatibilità capitalistiche), internazionale della giornata lavorativa. Il principale antidoto, oltre che alla concorrenza, alla flessibilità e allo sfruttamento imposti dalla logica del profitto, alla duplice, mostruosa dissipazione delle capacità umane, nella disoccupazione/sottoccupazione forzata da un lato, nell'intensificazione illimitata della prestazione lavorativa e nell'allungamento degli orari di lavoro dall'altro. Ecco perché, scavando fino in fondo, come per la soluzione della "questione ecologica" sollevata dalle mobilitazioni contro il saccheggio della natura, la devastazione dell'ambiente e i cambiamenti climatici; come per la soluzione della "questione femminile", sollevata dal movimento di lotta internazionale delle donne; anche per la soluzione della "questione migratoria", per affermare realmente il diritto a non emigrare, si arriva alla necessità di battersi per una nuova forma di società, il socialismo internazionale, nel quale gli esseri umani (i "liberi produttori associati" di Marx) non lavoreranno più per il profitto, ma solo per la soddisfazione dei bisogni realmente umani, all'insegna di una cooperazione tra gli esseri umani su un piede di effettiva eguaglianza, per la quale non vi è alcuno spazio all'interno dell'attuale sistema sociale.

Cuneo Rosso

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