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L'origine della vita

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(16 Agosto 2010) Enzo Apicella

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SOVRANISMO E/O EUROPEISMO VOGLIONO
FAR PAGARE I PROLETARI

Editoriale del n. 78 di "Alternativa di Classe"

(21 Giugno 2019)

Il ministro Tria

Il Ministro dell'Economia G. Tria

Il sistema capitalistico, ormai ubiquitario nel mondo, anche se attuato con caratteristiche di sistema politico diverse da luogo a luogo, ha abbracciato nei Paesi della UE, sia a livello di singolo Paese che, da quando è nata, nell'intera Unione, la democrazia parlamentare; la presenza di questo tipo di sistema politico in un Paese è, infatti, una delle pre-condizioni necessarie per l'adesione ad essa.
La grande kermesse delle elezioni del 26 Maggio scorso per eleggere i rappresentanti della cittadinanza al Parlamento europeo, ha significato e valore soprattutto per il capitale europeo. Prova ne sia il fatto che il numero complessivo dei votanti nell'insieme dei Paesi interessati è stato di circa il 30%; ben sette “cittadini” europei su dieci “aventi diritto” non si sono espressi!... Certamente, tutti i maggiorenni hanno oggi “diritto di voto”, ma una grande maggioranza di loro ha deciso di non utilizzare tale “opportunità”. Sul mercato elettorale, evidentemente, l'offerta non soddisfa la domanda; risulta, cioè, inaccettabile o, perlomeno, insufficiente a motivare un individuo a presentarsi alle urne nel giorno prestabilito, piuttosto che a fare altro.
Mai come ora, e nonostante lo sforzo economico intrapreso questa volta dalle istituzioni europee per propagandare la necessità del voto, la popolazione non ha trovato rispondenza nelle forze politiche che si sono presentate alle elezioni. Questo dato, sicuramente il principale, è stato subissato dalle notizie di percentuali rivendicate da questo o quel partito, da questa o quella aggregazione europea... E' vero che, storicamente, alle elezioni europee in ogni Paese si è sempre votato meno che alle elezioni politiche nazionali del medesimo Paese, ma è altrettanto vero che la tendenza al calo vi è sia in esse che nelle elezioni europee. Sicuramente, si può parlare di crisi della democrazia rappresentativa parlamentare!
Tale contesto viene prevalentemente ignorato dalla stampa borghese, che, anche nel fornire i dati dei risultati, continua a fare propaganda al sistema. Ed è proprio in tale contesto, che, invece, si inscrivono le percentuali delle forze politiche presentatesi, e le “svolte” che il voto avrebbe determinato. Si tratta di “svolte” soltanto nelle modalità di gestione del sistema politico, e quindi delle modalità con cui tale sistema intende far passare tra i proletari, cioè tra i suoi potenziali nemici, il mantenimento della dominazione sociale da parte del capitale.
A livello di Parlamento europeo, per quanto conti poco, le cose non sono sostanzialmente cambiate. Del resto, la UE è una aggregazione continentale, nella quale contano di più gli imperialismi più forti: è un trattato fra Paesi, costituito sui reciproci rapporti di forze. Sono 40 anni che in ogni Paese europeo si vota più in base alle specificità nazionali, che alle comuni “direttrici” continentali. Come aggregazione è risultata più votata quella del Partito Popolare Europeo, al quale, però, non basta più, per la maggioranza relativa, l'alleanza con i socialisti, che deve ora essere allargata anche ai liberali. I sovranisti hanno vinto in Italia e in Francia, e restano all'opposizione, garantendosi un ruolo “coerente”. Ma l'importanza degli equilibri riguarda soprattutto i nuovi incarichi per le Commissioni, detentrici di più poteri sostanziali, e le relative trattative.
Per quanto riguarda il voto italiano, ha votato un elettore su due (56,1%); i pronostici sono stati rispettati: la vittoria della Lega di Salvini (34% dei votanti) era ormai scontata; era divenuta, al di là dei contenuti, senso comune... Per capire, comunque, i veri orientamenti popolari e quanta sia la forza reale delle compagini in campo, occorre fare un tipo di considerazioni che va oltre le percentuali ufficiali.
L'unico successo vero, pur se un “risultato annunciato”, è stato quello dello stesso M. Salvini, che ha aumentato di circa il 50% i suoi voti, portandoli a più di 9 milioni. E', comunque, importante notare come, nonostante il considerevole successo, la Lega non arriva a due elettori su dieci (19%) rispetto all'intero corpo elettorale: sono sempre troppi, ma i suoi comportamenti, che privilegiano la comunicazione (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 76 a pag. 2), non sono certo bastati a colmare il divario tra esigenze reali diffuse e profondità della crisi del parlamentarismo. Se ne è reso conto lo stesso “Capitano”, quando, a caldo, si è rivolto per il futuro agli astenuti...
Tra le altre forze politiche che hanno mandato rappresentanti al Parlamento europeo, nessun altra (a parte Fd'I con 200mila voti in più) ha riportato un vero successo! Il P.D., che vanta una “ripresa” con il suo 22,7%, in realtà, anche dalla “opposizione”, ha continuato a perdere voti (più di 100mila), e rappresenta solo il 12% del corpo elettorale. Il M5S, che ha più che dimezzato i voti, non raggiunge nemmeno il 10% reale, come anche Forza Italia, con voti dimezzati, e la stessa Fd'I. Tutti gli altri partiti non superano la soglia di sbarramento, restando fuori dal Parlamento europeo, e rappresentano sempre meno o, comunque, percentuali irrisorie.
Trasponendo le percentuali, ottenute tra i votanti, dal Parlamento europeo a quello nazionale, il governo giallo-verde mantiene intatto il suo peso reale, con la sola inversione tra Lega e M5S: la prima ha fagocitato all'incirca quello che ha perso il secondo. La possibile alternativa parlamentare di centro-destra risulterebbe incerta e, comunque, includerebbe Berlusconi; questo consiglia alla Lega di restare, più forte, al governo con il M5S, al quale, per ora, non converrebbe certo rompere. Le cause delle oscillazioni dei politicanti sono sempre l'ottenimento del potere politico, e quindi il governo dello Stato borghese.
A riportare un po' tutti alla realtà dalla ubriacatura elettorale, ci ha pensato già Mercoledì 29 Maggio la lettera ricevuta dal Ministro dell'Economia, G. Tria, e firmata dal Vice-presidente della Commissione Europea, V. Dombrovskis, e da P. Moscovici, con la quale la UE ha confermato che l'Italia nel 2018 ha violato il “criterio del debito”. Venivano chieste spiegazioni su quali siano stati i “fattori rilevanti” atti a giustificare tale esito.
Condito dall'ennesimo “giallo”, cui il “governo del cambiamento” ci ha abituato, con una fuga di notizie riservate dal Ministero, la risposta di Tria di Venerdì 31 Maggio, per “ridurre il disavanzo” parlava, in fatto di entrate, di “riforma” dell'IRPEF (la cosiddetta “flat tax”), senza ricorrere all'aumento dell'IVA per finanziarla, e con una “revisione... ...omissis... ...delle entrate, anche non tributarie”, mentre, in fatto di uscite, parlava di “...revisione della spesa corrente comprimibile...”.
In pratica, per il Documento Programmatico di Bilancio per il 2020, il Governo italiano, che i sovranisti di ogni tipo considerano solo come vittima della “tirannia” di Bruxelles, già ha pensato, di suo, di far subire ai proletari la “flat tax”, cioè un sistema di tassazione che funziona come un Robin Hood alla rovescia (che toglie ai poveri, cioè, per dare ai ricchi), nuovi tagli ai servizi, come ad esempio sanità, istruzione e trasporti, fino ad una ulteriore privatizzazione del patrimonio pubblico e ad altre entrate statali “non tributarie”, come potrebbero essere quelle legate finanche alla emissione di una sorta di “moneta parallela”, tutta da verificare, quale i cosiddetti “mini-bot”.
L'intera manovra prospettata dal Ministro dell'Economia aveva già tutte le caratteristiche di un attacco ai proletari, con un nuovo trasferimento di risorse dal lavoro verso rendita e profitti, e senza scomodare la eventuale “manovra aggiuntiva”, sulla forma della quale è centrato il dibattito indirizzato dai media, che tentano di appassionare l'intera “opinione pubblica” alle diatribe all'interno del Governo, a partire dalle smargiassate di Salvini, fino alle timide rivalse di Di Maio.
In ogni caso, il “confronto con l'Europa” premeva, e questo spiega il “discorso alla nazione” di Lunedì 3 u. s. del Presidente Conte. Con esso il Governo si ripresentava unito rispetto all'esterno, e lo stesso G. Conte riprendeva un ruolo, quanto mai necessario nella trattativa con la UE, che si stava prospettando.
Mercoledì 5, infatti, la Commissione UE licenziava una “Raccomandazione del Consiglio” sul Programma di Stabilità 2019 dell'Italia, giudicato da essa negativamente. “L'Italia non ha rispettato la regola del debito e una procedura (di infrazione – ndr) è giustificata...”: queste le parole del Vice-presidente V. Dombrovskis, ad illustrare le 14 pagine scritte. Nonostante gli avanzi, che testimoniano una spesa inferiore per “reddito di cittadinanza” e “quota 100”, e quindi una scarsa efficacia dal punto di vista dei proletari per provvedimenti già nettamente insufficienti rispetto ai bisogni, per la UE tali indirizzi produrrebbero “danni all'economia”...
Il documento della UE, che si conclude con cinque “raccomandazioni” per il governo italiano, chiede principalmente una riduzione della “spesa pubblica primaria netta” e l'utilizzo di “entrate straordinarie”, in particolare sulla casa, mentre sulle pensioni invoca una piena attuazione della Legge Fornero. L'obiettivo indicato, in sintesi, è quello di ridurre le uscite ed aumentare le entrate statali, per finanziare il debito, ritenuto “eccessivo”; lo Stato, cioè, deve risultare solvibile!
In questo contesto, l'annuncio di fonti governative sulla intenzione di non fare una “manovra aggiuntiva” può significare solo che la manovra “normale” dovrà contenere, dopo una necessaria trattativa, in tutto o in parte, le altre misure antipopolari chieste dalla UE. Oltre alla eliminazione della detassazione Imu – Tasi sulla prima casa, alla abolizione della “quota 100”, con il ritorno alla sola “speranza di vita” per le pensioni, e ad una ulteriore riduzione del cuneo fiscale e contributivo con contemporaneo taglio dei servizi pubblici, per rispondere tout court positivamente a quanto la UE richiede, occorrerebbe che il Governo varasse anche lo stesso aumento dell'IVA, finora sempre rinviato.
A rinforzare la intransigente posizione della UE, Martedì 11 il Comitato Economico e Finanziario del Consiglio Europeo, composto da “tecnici”, ha espresso un parere di “sfiducia” nella politica economica del Governo Conte. Ed anche il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.) due giorni dopo, Giovedì 13, ha definito il debito italiano come “uno dei maggiori fattori di rischio per l'area Euro”, alla stregua della Brexit e della guerra commerciale fra USA e Cina. Tutta l'ufficialità depone sul fatto che il 9 Luglio il Consiglio Europeo di Economia e Finanza (il cosiddetto Ecofin), cioè il consesso dei ministri delle finanze dei Paesi europei, avvii formalmente, come già avvenne nel 2005 e nel 2009 con due governi di Berlusconi, una “Procedura per Disavanzo Eccessivo (PDE)” nei confronti dell'Italia.
Nella realtà si è aperta, con la lunga gestazione della “lettera a Juncker”, l'ennesima trattativa a livello europeo, dove tutto è sul piatto e nessun esito è scontato. Sul piano politico la Lega, dopo la vittoria alle elezioni europee, punta a “vivere di rendita”, avendo posto il vincolo della introduzione della “flat tax”, che promette “a tutti” riduzioni fiscali, individuando Bruxelles come nemico ufficiale ed i migranti (ma non solo), i più deboli, come capro espiatorio: in caso di mancato compromesso con la UE, l'eventuale caduta del Governo con nuove elezioni non dovrebbero così per loro costituire un problema. Per gli alleati di governo, invece, si prospettano molti oneri e pochi “onori”...
Mentre l'attenzione è concentrata dai media sulle accreditate, quanto presunte, differenze all'interno del Governo, sul piano legislativo questo continua ad approvare decreti al limite “della legalità” per favorire l'imprenditoria, diminuendo i controlli, e per continuare a colpire migranti e manifestanti, le lotte sociali, com'è avvenuto per quelli di Venerdì 14 (lo “sblocca-cantieri” ed il “sicurezza bis”). E' ora che i proletari aprano gli occhi.
Al centro del contendere, secondo i media, sta la diatriba tra il populismo sovranista delle forze di governo e della destra, da un lato, ed il “liberismo” europeista del Quirinale e del P.D., dall'altro. Entrambe le posizioni rappresentano “i poli” verso cui oscilla il procedere degli interessi del capitale e della borghesia. Niente a che vedere con gli interessi di classe dei proletari: che si vada verso un polo o l'altro, le vittime sacrificali restano loro, i proletari. A seconda delle congiunture, ci possono rimettere di più, o di meno, in un caso o nell'altro!...
La questione di fondo è che per i proletari non si tratta, ancora una volta, di dover scegliere il meno peggio. Occorre riaffermare il proprio punto di vista indipendente su tutte le questioni, a partire dagli interessi di classe, che vengono negati dalle politiche governative. In questo momento la linea di divisione portata avanti dal Governo risulta più conveniente per il capitale, oltre che più insidiosa per i proletari. Ma, d'altro canto, questo non significa certo che vada abbracciata la fallimentare “unità antifascista” con il P.D., oggi carta di riserva della borghesia!...
L'unica via per i proletari è la difesa di classe dei focolai di lotta che resistono, ed il tentativo di una loro generalizzazione, includendo una opposizione ai concreti provvedimenti governativi, che non mancheranno, senza alcuna illusione politicista o, peggio, elettoralista, qualunque siano i passaggi politici e le congiunture che si presenteranno. La casa, l'istruzione, la salute, l'occupazione, il salario ed i trasporti restano i principali bisogni dei proletari, ed è per questi che occorre mobilitarsi, rifiutando ogni divisione.

Alternativa di Classe

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