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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

(14 Giugno 2019)

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Nel ventunesimo secolo e nei paesi di vecchia democrazia le elezioni decidono ben poco. Un peso ancora minore hanno le elezioni per un parlamento come quello europeo che non decide quasi nulla. L’Unione europea, infatti, è governata da tre istituzioni non elettive: Banca centrale europea, Commissione europea (quella presieduta oggi da Juncker) e Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo). Tuttavia anche le elezioni per il parlamento europeo rimangono un termometro che misura la temperatura del “corpo sociale”, delle diverse classi sociali, un test su cui riflettere.

Il responso delle ultime elezioni europee è, nell’insieme (che rimane comunque piuttosto variegato), chiaro: cresce il caos e cresce il nazionalismo di marca trumpista, in un contesto in cui una metà del “corpo elettorale”, composto in larga parte da lavoratori salariati e giovani, rimane indifferente, se non ostile, al carnevale delle schede – ma non trova in campo alcuna vera alternativa di classe a cui fare riferimento. Veniamo dopo all’astensionismo di massa. Ci occupiamo prima del caos e del nazionalismo montanti.

Cresce il caos

Il caos politico è già totale in Gran Bretagna, dove vince le elezioni un “partito” del tutto virtuale fondato appena 40 giorni prima delle elezioni dall’avventuriero Farage, protesi di Steve Bannon e amico dei grillini, mentre i due partiti storici (conservatori e laburisti) tracollano, e – a differenza di tre anni fa – le posizioni contro la Brexit sembra siano diventate maggioritarie. Il tutto con un’affluenza al voto al 37% (Farage, quindi, ha vinto con il sostegno di 12 elettori britannici su 100). Naturalmente i “sovranisti” di casa nostra, sia quelli di destra che i sinistrati, fanno finta di non saperne nulla, di non vedere nulla. Altrimenti dovrebbero ammettere che la via alla gloriosa rinascita dell’impero-che-fu promessa dai Brexiters à la Farage e Johnson con una botta di benessere per tutti, i lavoratori più poveri in testa, si sta già rivelando una truffa colossale. L’economia britannica è entrata in stagnazione e la ritrovata “sovranità” politica britannica è presa a pedate nel culo tanto da parte dell’Unione Europea quanto da parte della banda-Trump, leste entrambe a bastonare il fesso cane pretenzioso di nobili origini caduto rovinosamente in acqua. In questi giorni, poi, Trump ci ha aggiunto un carico da 90 incitando la Gran Bretagna a rompere violentemente con l’UE chiedendo un risarcimento-danni anziché pagare le previste penali (e dunque a spingerla allo scontro con l’UE). Quanto al futuro accordo commerciale tra Stati Uniti e Gran Bretagna da lui descritto come “fenomenale”, tutto sta a vedere per chi sarà il fenomenale guadagno – ci possono essere dubbi?

Ma se in Gran Bretagna, modello storico di impassibilità e stile, siamo alle comiche con il pianto in mondovisione della May, uno stuolo di candidati alla sua sostituzione e il manigoldo Johnson sotto processo per avere spacciato menzogne di stato, l’instabilità politica è cresciuta in tutta l’Europa occidentale. Non c’è un solo paese di rilievo che rispecchi più il tradizionale modello bi-partitico (liberali/social-democratici) caro al grande capitale. I partiti socialisti e social-democratici sono nella tomba, o inesorabilmente incamminati sul viale del tramonto; è difficile ormai, se non proprio impossibile, distinguerli dai partiti del centro-destra. Questo perché lo spazio del riformismo sta progressivamente azzerandosi. L’era della conciliazione sociale, del “compromesso sociale” è morta, e nessuna respirazione bocca a bocca potrà riportarla in vita.

Per questa stessa ragione stanno andando in panne, uno dopo l’altro, anche gli storici partiti della grande borghesia che di tale compromesso sono stati i primi gestori all’insegna dell'”economia sociale di mercato” e della pace sociale. La Dc è scomparsa da tempo e tutti gli innumerevoli tentativi di ricreare un “grande centro” sono in questi decenni puntualmente falliti. Forza Italia e il PD, cioè i due principali partiti che in questi anni hanno tentato di accreditarsi come eredi della “balena bianca”, sono di fatto ai minimi termini: il primo è da tempo in caduta libera e sempre più fagocitato dalla Lega, mentre il secondo, costretto dalla batosta elettorale del 2018 ad archiviare il progetto renziano del “Partito della Nazione”, nonostante i tentativi del “nuovo corso” di Zingaretti di riportare i democratici, in qualche modo, nel solco della sinistra riformista tradizionale, in voti assoluti resta su livelli analoghi al “ground zero” dello scorso anno.

Il declino della Cdu-Csu, benché più lento per la maggior solidità dell’economia e degli apparati istituzionali tedeschi, appare anch’esso irreversibile; come la strisciante assunzione, da parte di ciò che resta di questa coalizione, di caratteristiche da destra dura. I gollisti francesi sono ai minimi storici, irrisi per l’attuale irrilevanza perfino da Carla Bruni per conto di Sarkozy. I conservatori britannici sono ai minimi da 200 anni. Il partito popolare spagnolo che fu di Aznar e di Rajoy, è a pezzi. La fine dell’era della conciliazione sociale e del “compromesso sociale” coinvolge anche loro. Nei principali paesi europei è palese la crescente inclinazione del grande capitale a puntare su nuovi cavalli, su nuove rappresentanze politiche – anche se la sostituzione dei vecchi pilastri dell’ordine capitalistico post-bellico non è una operazione agevole, specie in un contesto di economia europea tutt’altro che rampante. Basta vedere cos’è successo in Francia con Macron e la sua creatura fecondata in vitro, En marche, che la rivolta dei gilet gialli sta facendo marciare all’indietro – in avanti può marciare solo sulle punte dei manganelli della polizia. Del resto, né i partiti né i movimenti politici si improvvisano dall’oggi al domani, per quanti mezzi materiali imponenti siano stanziati dai loro patroni per implementarli.

Cresce anche il trumpismo

Insieme con il caos politico, in Europa avanza anche il trumpismo.

I galoppini dell’UE parlano di “pericolo scampato” poiché temevano un’affermazione “sovranista” di maggiore portata. Però non è il caso di nascondersi dietro il dito: in questi ultimi anni i partiti nazionalisti di marca trumpiana hanno acquistato un maggior peso in Europa, un peso registrato anche nelle elezioni del 26 maggio. Rispetto a 5 anni fa in alcuni paesi c’è stato un loro consolidamento (Francia, Austria); in parecchi altri (Italia, Gran Bretagna, Polonia, Ungheria, Spagna, Germania) un progresso, anche clamoroso; piuttosto marginali sono stati, invece, gli arretramenti o i crolli (Finlandia, Danimarca). Quelli di “Repubblica” gongolano: “I tre gruppi della destra populista e anti-europea, tutti insieme, raggiungono a stento 170 deputati: meno del 25%. Dopo la Brexit, quando i deputati britannici usciranno dal Parlamento, saranno anche meno”. È un’esultanza miope perché non vede, non vuol vedere (o non è disturbata dal vedere) che in queste elezioni i partiti della destra “sovranista” hanno imposto al centro del dibattito pubblico la loro tematica preferita: la guerra agli emigranti e agli immigrati. E su tale questione che è fondamentale per il presente e il futuro della classe lavoratrice, non c’è alcuna sostanziale divergenza tra l’asse Salvini/Le Pen/Orban e le politiche di Bruxelles, ispirate fin dal 1986 alla politica della Fortress Europe. La differenza di stile è nel fatto che i primi rivendicano la propria infame demagogia e la militarizzazione delle politiche migratorie come un merito, mentre gli altri preferiscono ammantarsi di ipocrisia.

I galoppini dell’UE presentano una falsa alternativa tra il “progetto europeo” che garantirebbe, a loro dire, i diritti sociali e politici e le relative sacre libertà democratiche, e le “derive sovraniste” che tali diritti e libertà metterebbero in pericolo. Sennonché decenni di politiche anti-operaie dei vertici dell’UE culminate nel varo del Fiscal Compact hanno attaccato sistematicamente proprio quei diritti sociali e politici dei salariati che si pretende abbiano preservato. In questo modo, generando un vasto malcontento sociale, hanno spianato la strada alla demagogia “sovranista” che è stata abile a scaricare sulle sole istituzioni europee le responsabilità che sono invece del capitalismo in quanto tale. Le politiche anti-proletarie targate Bruxelles, infatti, rispondono fedelmente agli imperativi dittatoriali del capitale e alla legge ferrea della concorrenza tra capitali e capitalismi nazionali (o blocchi continentali, quando ci sono). L’Europa capitalista e imperialista è sempre più stretta in una morsa tra il super-capitalismo statunitense che non vuole cedere il suo primato mondiale ed è pronto a usare la mazza da baseball anche con gli alleati europei (specie se si tratta della Germania), e il super-emergente capitalismo cinese che erode ovunque spazi vitali ai propri concorrenti. A causa di questa morsa che si stringe giorno dopo giorno, non ha scelte: deve tentare di realizzare un salto di qualità nella coesione interna, della governance europea, e dello status della moneta unica; deve ridurre, ridurre, ridurre il costo diretto e indiretto della propria forza-lavoro, e spremerla sempre di più, se vuole contenere le perdite – dal momento che soffre di un gap pesante, e non colmabile, nel campo delle tecnologie di avanguardia e ora è costretta, dal diktat trumpiano ai membri della NATO, a destinare una quota crescente delle sue risorse alle spese militari (che vanno in larga misura a favore dell’industria statunitense). Se queste due operazioni dovessero fallire, il prossimo round della crisi potrebbe suonare la campana a morte per la UE come la conosciamo, e per l’euro, con ripercussioni difficili da prevedere ma certamente di enorme portata per le classi sfruttate.

L’avevamo scritto un anno fa commentando la nascita del governo Lega-Cinquestelle: “Il punto-chiave è questo: l’avvento di Trump alla Casa Bianca e la sua politica, non solo declamata, America First segna una svolta nell’economia e nella politica internazionale perché prelude alla intensificazione dei conflitti tra i grandi attori dell’economia mondiale. È la fine dell’era neo-liberista e l’avvio di un ciclo protezionista? La decisione di Washington di imporre dazi in più direzioni, anzitutto contro la Cina, è un importante indizio in questo senso. Vedremo se produrrà una valanga inarrestabile di risposte e contro-risposte oppure no”. A distanza di un anno, gli indizi si sono moltiplicati. E la formazione della valanga è andata parecchio avanti, come mostra anche ai ciechi il caso Huawei, che non riguarda solo la concorrenza tra le mega-imprese informatiche, ma anche i sistemi militari di Stati Uniti e Cina. Anche tra UE e Stati Uniti i colpi bassi sono nel frattempo aumentati – e non è un caso se tra i più accreditati successori di Juncker c’è la Verstager, che si è segnalata per le sanzioni inflitte ai colossi della rete yankee. Non si tratta soltanto delle tensioni commerciali e finanziarie diventate indubbiamente più acute. È che il nazionalismo aggressivo di matrice trumpiana sta prendendo piede, anzi: sta mettendo radici, oltre che negli Stati Uniti, in Brasile, in India, in Turchia, in paesi-chiave dell’Europa occidentale, per non dire di quella orientale. Questo accade non per la scelta o l’abilità di tizio o di caio, ma perché nonostante sia drogata all’inverosimile dall’illimitata produzione di moneta e di debiti globali, statali, aziendali, delle famiglie e dei singoli, l’accumulazione su scala globale perde colpi da decenni. Per cui i capitali individuali e nazionali si contendono i relativi, sempre più ristretti, spazi di sviluppo fronteggiandosi più che mai con il coltello tra i denti.

Il nazionalismo aggressivo di marca trumpiana non si distingue dal neo-liberismo per le sue ricette economiche di fondo. Si distingue da esso per il fatto che promette ai lavoratori nazionali un’uscita dalla precarietà e dai sacrifici attraverso il rilancio del capitalismo nazionale in contrapposizione alle élite globali succhia-sangue e agli immigrati “scrocconi”. Fa leva sull’enorme malcontento sociale prodotto da decenni di politiche dei sacrifici e di restrizione delle libertà per i lavoratori deviandolo sui nemici esterni o venuti dall’esterno. E quando può, accompagna questa sua opera di deviazione, oltre che con riferimenti religiosi, con qualche piccola concessione “sociale”, presentata come un anticipo delle grandi conquiste che arriveranno – a patto che ci uniamo tutti contro gli stranieri. Così facendo, perfeziona e radicalizza l’azione anti-proletaria svolta dal neo-liberismo. Per decenni il neo-liberismo ha operato per frammentare e precarizzare la composizione della classe, per creare divisioni all’interno di una classe lavoratrice che la crescita della grande industria e le lotte (mai dimenticarlo!) avevano reso in certa misura più coesa, più forte – sempre comunque sul piano tradeunionistico. Profittando dell’indebolimento strutturale della classe e del disorientamento ideale di suoi ampi settori rimasti senza riferimenti e infantilizzati dai media di regime, il nazionalismo trumpista spinge verso l’aperta contrapposizione tra proletari autoctoni e immigrati, tra proletari nazionali e proletari degli altri paesi, puntando all’arruolamento attivo dei proletari nelle guerre commerciali (oggi) e nelle guerre guerreggiate in preparazione (per domani).

La melma clintoniana di tutto il mondo, avvelenata dall’inattesa sconfitta della sua paladina, ha rovesciato l’ordine delle cose: lungi dall’attaccare – tanto per dire – la Goldman Sachs che è dietro, e sopra, Trump (e come potrebbe?), attacca gli operai che, a suo dire, avrebbero portato Trump alla Casa Bianca. Anche qui in Italia fior di commentatori borghesi (il partito di “Repubblica” in testa) battono astutamente la grancassa sulla Lega votata in massa dagli operai. In questa maniera, da un lato accreditano la Lega come forza autenticamente popolare (mentre è il partito su cui oggi puntano frazioni della classe capitalistica italiana e potenti capitali esteri, oltre il suo tradizionale zoccolo duro di piccoli-medi imprenditori padani); dall’altro screditano la classe lavoratrice agli occhi della sua parte più attiva e cosciente, che esiste, per quanto oggi esile, e del ceto medio “progressista”, come prima portatrice di razzismo e para-fascismo.

L’astensionismo di massa (dei lavoratori e dei giovani), e le proteste anti-Salvini

In realtà il “primo partito” nella classe dei lavoratori salariati, è – negli Stati Uniti come in Francia come in Italia – quello dell’astensione dal voto. Fanno bene i Wu Ming a mettere in guardia dal grossolano effetto di falsificazione della realtà che produce la sistematica cancellazione della enorme massa dei non votanti, in Europa oltre 210 milioni sui 430 aventi diritto al voto, in Italia oltre 23 milioni (su 51 aventi diritto al voto). Sull’astensionismo mancano purtroppo serie indagini; non negli Stati Uniti, però, dove è accertato in modo inequivocabile da decenni che più si scende “in basso” nella stratificazione delle classi sociali, minore è la partecipazione al voto. Le scarse rilevazioni di qualche attendibilità lo confermano anche per l’Italia, dove è particolarmente alta l’astensione dal voto anche tra i giovani. Lavoratori salariati e giovani (che in un contesto di larga proletarizzazione com’è quello attuale sono in larga prevalenza proletari o candidati tali) appaiono i meno interessati al voto, non coinvolti dalla falsa alternativa tra europeismo e “sovranismo”. E hanno ragione i Wu Ming anche quando notano che “non-voto non equivale per forza a passività, milioni di persone non votano più ma fanno lotte sociali, vertenze sindacali, volontariato, stanno nell’associazionismo, sono cittadine e cittadini attivi, molto più attivi di chi magari non fa nulla se non mettere una croce su una scheda ogni tanto”. Inoltre, “da un momento all’altro costoro potrebbero tornare a usare anche il voto per scompigliare il quadro”.

È quanto è avvenuto in Germania, ad esempio. In Italia l’astensione è cresciuta del 3%; in Europa – invece – la percentuale dei votanti è cresciuta di 8 punti. E spesso, in Germania appunto e nei paesi scandinavi, la cosa ha premiato i Verdi che sono apparsi sulla questione ecologica e – in subordine – sulla questione dell’accesso alla casa e dell’immigrazione, più determinati e di sinistra tanto delle socialdemocrazie quanto di certi partiti di vecchia sinistra profondamente infettati di “sovranismo”. Non facciamo alcuna apertura di credito di classe ai Verdi, neppure a quelli tedeschi che hanno un po’ più di sangue nelle vene degli anemici italiani. Rileviamo semplicemente un movimento nel voto di settori giovanili già in movimento nelle piazze su una questione cruciale ed urgente come quella ecologica, sintomo anch’essa della crisi storica del capitalismo, del suo essersi avvicinato di brutto al proprio capolinea.

Per noi il non-voto non è un assoluto, per cui siamo ben lontani dal ritenere che i soli ed unici interlocutori della prospettiva rivoluzionaria internazionalista in cui ci riconosciamo siano i non-votanti. Siamo consapevoli, poi, che anche molti operai e salariati che hanno votato a destra – più o meno passivamente – avranno tempo e modo di ricredersi e pentirsi di questa investitura per la Lega, com’è già accaduto in breve tempo per quella data ai Cinquestalle. Il vero discrimine non è tra voto e non voto, è quello tra la passiva accettazione della aggressione padronale-governativa e la resistenza e la lotta contro di essa. Per questo non ci stanchiamo di incitare alla lotta e mostrare come le lotte in corso, in Italia e a livello internazionale, sono la fondamentale risorsa dei lavoratori, la sola ed unica base della loro ricostituzione in classe. Sotto tale profilo è decisamente positivo che da mesi il nuovo portavoce delle necessità padronali, Salvini, sia costantemente contestato nelle piazze. Alcune di queste contestazioni sono più concentrate sulla forma che sui contenuti, troppo individualizzate e alquanto nostalgiche di fronti democratici da sempre imbelli e impotenti davanti alla reazione. Ma è essenziale che ci siano e che si allarghino di molto, intrecciandosi con le altre spinte di lotta perché il razzismo di stato che così bene Salvini incarna, è tutt’uno con le politiche anti-operaie della Lega e del governo Conte in materia di sfruttamento (anche gratuito) del lavoro autoctono, militarismo all’esterno e dura repressione all’interno, fisco di classe, aggressione alle pur limitate conquiste delle donne (vedi il congresso clerico-fascistoide di Verona).

La doppia sfida da accettare

Difficile prevedere se il governo Lega-Cinquestelle durerà oppure no. Se così fosse per il terrore dei Cinquestelle di andare a nuove elezioni, l’ordine del giorno dei suoi lavori è già stato fissato dal vincitore delle elezioni: decreto sicurezza-bis, super-condono fiscale, grandi opere senza intralci per le imprese della malavita organizzata e senza limiti nell’uso dei subappalti a salari e diritti operai ridotti ad un livello infimo, autonomia per le regioni del Nord, flat tax. È un programma anti-proletario organico che punta ad accorpare la marea dei ceti piccolo-accumulativi al grande capitale, ad approfondire le spaccature e la contrapposizione tra proletari immigrati e italiani, proletari del Sud e del Nord dell’Italia, a reprimere in maniera brutale il conflitto di classe, a cominciare dal diritto di sciopero e di auto-organizzazione. Col demagogico diversivo di attribuire all’UE la colpa dell’impossibilità di manovre a favore del “popolo”, e la richiesta di sostegno alla finta “lotta di classe” contro Bruxelles.

Non è da escludere, anzi appare al momento probabile, che l’attuazione di un programma del genere che comporterebbe altri pesanti tagli al welfare sia nella spesa che nell’occupazione, in sanità, nei trasporti, etc., venga affidata dopo nuove elezioni ad un governo Lega-FdI più metà di FI. In caso di grave precipitazione della crisi a scala internazionale e nell’UE, non è fantapolitica ipotizzare, con Mattarella regista al Quirinale, che si possa anche tentare la via di un governo più o meno “tecnico” di unità nazionale come estrema risorsa per cercare di stabilizzare una situazione diventata terribilmente instabile. Dopotutto tra i maggiori paesi imperialisti europei l’Italia resta l’anello più debole. E a sua volta l’UE sarà messa sempre più in difficoltà dalla crescita delle tensioni tra Usa, Cina e Russia. Le rivalità al suo interno, perciò, sono destinate a crescere. È già evidente, ad esempio, che l’asse tra Germania e Francia è traballante perché la prospettiva della Brexit ha fatto rinascere i dementi sogni di grandeur dei galletti francesi (tra Macron e Le Pen non c’è differenza, in questo).

Una sola cosa è certa al 100%: quale che sia la soluzione governativa che prevarrà (proroga del governo Conte, governo Salvini, governo di unità nazionale), la profondità della stagnazione e del declino dell’economia italiana (l’Italia aveva il 4,2% del commercio mondiale a metà anni ’80, il 3,3% nel 2009, il 2,8% oggi) è tale che la classe capitalistica ha la necessità di acuire l’attacco alla massa del proletariato, occupato semi-occupato e disoccupato. E dopo le mance del reddito di sudditanza e di quota 100 non potrà fare altre concessioni alla demagogia del “cambiamento” delle cose a favore del “popolo”. Non a caso la Confindustria, dopo essersi assicurata con il “patto della fabbrica” la totale disponibilità di Cgil-Cisl-Uil a incentivare la produttività del lavoro, si è fiondata a benedire le ultime proposte di Salvini. Gli chiede solo di non inasprire troppo i rapporti con gli squali di Bruxelles loro amici – il che significa: di procedere con più decisione contro i lavoratori, tagliando quote di welfare, di salario indiretto o differito. Naturalmente la Banca d’Italia condivide: rispettare i sacri parametri del Fiscal Compact!

Il decreto sicurezza già in vigore e il decreto sicurezza “bis” (in via di stesura) sono strumenti perfettamente funzionali e necessari allo scopo di imporre le controriforme “manu militari” nel caso in cui anche in Italia si sviluppassero proteste e mobilitazioni radicali e di massa. Al netto della demagogia leghista e delle finte contrapposizioni ad uso mediatico-elettorale sui porti chiusi, la presunta “emergenza-immigrazione” è solo un alibi, uno squallido diversivo propagandistico teso a celare la reale natura e la reale finalità dei nuovi dispositivi repressivi, cari tanto al fronte “sovranista” che a quello europeista: colpire in maniera spietata, e con pene “esemplari”, chiunque osi ostacolare e intralciare i loro piani, agendo in maniera preventiva contro le attuali avanguardie di lotta e contro quei settori proletari potenzialmente meno controllabili e addomesticabili, quindi in primo luogo proprio gli immigrati.

È una vera e propria sfida che i padroni, il governo Lega-Cinquestelle e i poteri europei ci lanciano. Una sfida da accettare in pieno contrapponendo al programma di attacco del fronte padronato-governo-UE, che va sempre più saldandosi, un programma di lotta che risponda alle necessità più urgenti dei lavoratori: denuncia del carattere di classe (borghese) del debito di stato e del bilancio statale, e della funzione anti-proletaria del Fiscal Compact; forti aumenti salariali sganciati dalla produttività; generalizzata riduzione degli orari; salario operaio medio garantito per i disoccupati; abolizione dei decreti sicurezza; difesa dei diritti degli immigrati e promozione dell’organizzazione unitaria autoctoni-immigrati; pesante imposta patrimoniale da utilizzare per le spese sociali e per interventi volti a impedire che la distanza tra Nord e Sud si allarghi, per mettere in sicurezza i territori, etc.; abbattimento delle spese militari e ritiro immediato di tutte le missioni militari italiane all’estero.

Attraverso e al di là di questa battaglia politico-sindacale immediata da dare con iniziative di lotta a scala nazionale e con il massimo possibile di coordinamento internazionale, c’è un’altra connessa e ancora più grande sfida a cui rispondere: la sfida posta dalla crisi generale del modo di produzione capitalistico, della civiltà capitalistica, che sta dietro e sotto la crescita del caos e del nazionalismo evidenziata anche dall’esito delle elezioni europee. Tipico della demagogia nazionalista di marca trumpiana è sviare l’attenzione sociale dalle cause profonde del caos che sta avvolgendo l’universo mondo per concentrarla sulle cause occasionali, vere o presunte, descritte sempre come cause che provengono dall’esterno e che possono essere rimosse solo con una lotta accanita contro i nemici esterni. Questo nazionalismo, al contrario, con gli scontri che evoca e moltiplica, accentua la tendenza verso la catastrofe capitalistica. Non c’è una soluzione nazionale, e tanto meno italiana, al caos globale. Ci può essere solo un contributo italiano allo scoppio di tale catastrofe, oppure al rivoluzionamento del decrepito ordine del profitto e della violenza capitalistici.

Questa doppia sfida che deriva dall’oggettivo inasprirsi dello scontro inter-capitalistico e dello scontro di classe a scala nazionale e internazionale, ci spinge ad intensificare il lavoro per arrivare alla formazione di una tendenza comunista internazionalista rivoluzionaria.

8 giugno 2019

Il Cuneo rosso- GCR (Gruppo comunista rivoluzionario) – Pagine marxiste – Compagni/e per una tendenza internazionalista rivoluzionaria

Post-scriptum


1) E le sinistre a sinistra delle social-democrazie? Un’autentica delusione per chi aveva riposto in esse le proprie speranze. Perso il campione-Tsipras, annata 2014, perché diventato un sostenitore dell’austerità della Troika, il neo-campione dei “sovranisti di sinistra” Melenchon si è fermato al 6,7% (era ad oltre il 19% solo nel 2017); la Linke ottiene, sempre in discesa, un misero 5,5%; il fanalino di coda è in Italia, con La Sinistra bloccata all’1,7%, meno della metà del 2014. Queste sinistre, che mai hanno voluto e saputo separarsi dalla sinistra-centro, subiscono il suo medesimo inesorabile declino. Hanno la testa rivolta all’indietro, alla riedizione di un ciclo affluente di sviluppo che non può tornare. La loro separazione dalla vita e dai tormenti della classe lavoratrice, ed in particolare degli strati proletari più schiacciati, è radicale. Per quanto si debbano prendere simili indagini con le pinze, La Sinistra, secondo Ipsos, ha il suo miglior risultato (3,2%) tra i laureati, poi via via scende all’1,8% tra i diplomati, all’1,4% tra i votanti con licenza media e atterra all’1,1% tra quelli con licenza elementare. Le reazioni a questi risultati sono del più totale sconcerto, o – peggio – vanno nel senso di un nazionalismo “di sinistra” ancora più aggressivo. Parla qui la Rete dei comunisti, restata fuori dalla lizza elettorale per un turno, ma che si prepara a quelli successivi nel seguente modo: “Come si esce da questo pantano? Non c’è evidentemente nessuna scorciatoia disponibile. C’è però un’unica via percorribile, che passa per la costruzione e il consolidamento di una forza di sinistra di classe che sappia smascherare le falsità di Lega (e 5 Stelle) senza cadere nella tentazione di tifare ‘forza spread‘, e [attenzione] che riesca soprattutto a contendere e strappare a Lega e 5 Stelle il monopolio della battaglia contro l’austerità di matrice europea”. Come si esce dal pantano? Sprofondando ancora più a fondo nella melma tossica, propria di classi extra e anti-proletarie, dell’anti-europeismo a matrice nazionalista “di sinistra”. Avanti così, che andate bene!

In generale, si può dire che anche il “sovranismo sociale” sia uscito dalle europee con le ossa rotte. La debacle di Melenchon in Francia è la fotografia più nitida di come il veleno nazionalista, una volta iniettato nel sangue degli operai e dei proletari, tenda a indirizzarsi molto più verso l’originale (le destre razziste) che verso le sue fotocopie sbiadite. Ma al di la dei dati elettorali, quel che più conta è il ruolo oggettivamente antioperaio di queste forze, in quanto veicolo di ulteriori divisioni tra i lavoratori. Gli esiti delle elezioni politiche in Danimarca emersi nelle ultime ore, che (in netta controtendenza col dato europeo) vedono un’affermazione della sinistra “social-trumpista” con un programma marcatamente anti-immigrazione che ha poco o nulla da invidiare alla Lega e RN della Le Pen, non fanno che confermare la tendenza della borghesia ad arruolare i lavoratori autoctoni (in primo luogo i loro strati superiori e meglio remunerati) per spingerli in una guerra fratricida al proletariato immigrato.

2) Sul voto operaio, leggiamo da più parti: “gli operai hanno votato Lega”. Punto. È diventato un dogma ormai, dai “grandi” commentatori ai pappagallucci di terz’ordine dei giornali di provincia. Cosa contiene di vero? A stare ai numeri disponibili (quelli forniti da Ipsos), da prendere con le pinze ripetiamo, il 40% degli operai non avrebbe votato alle europee. Avrebbe invece votato Lega il 40% del restante 60%, cioè il 24% degli operai – un consenso largo ma non certo totalitario. Troppo, ovviamente, per i nostri gusti, sia chiaro … non vogliamo minimizzare.

Il fenomeno, però, è tutt’altro che nuovo. Ci confrontiamo con il largo voto operaio alla Lega (e a Forza Italia) da più di vent’anni. Ci fu addirittura un tempo in cui votava Lega la parte più combattiva della classe operaia (tessera della FIOM, voto alla Lega), un tempo in cui la Lega pensava perfino di dover costituire un proprio sindacato padano. Ora la combattività operaia è scesa a livelli molto, molto bassi. E a nostro avviso anche il voto operaio alla Lega è più che mai gregario rispetto a quello di piccoli imprenditori ed autonomi, che rappresentano il vero nocciolo duro della militanza e dell’elettorato leghista, e, specie nei limitati contesti sociali extra-metropolitani, sono in grado di egemonizzare sul piano culturale e politico i propri dipendenti. Al di là di spazzare via gli immigrati “clandestini”, cosa che non farà perché son troppo preziosi proprio per l’arcipelago gulag delle piccole imprese leghiste e per gli affari della criminalità organizzata, con quale altra carta Salvini può far presa durevole su questa massa operaia? Con la flat tax, forse, indirizzata agli strati sociali superiori della classe lavoratrice del Nord. Il punto è che sarà difficile finanziarla in deficit, per cui – ammesso che si faccia – anche questi strati andranno incontro a un inasprimento fiscale sulle tasse non-Irpef e a pesanti tagli al welfare. E se poi si dovesse arrivare all’Italexit, come il settore più avventurista della Lega vorrebbe, la scure della svalutazione della moneta cadrebbe direttamente sui loro salari… Insomma, ci sono le premesse per una nuova crisi di rapporti tra Lega e gli operai votanti Lega simile a quella che esplose tra il 2012 e il 2013 per ragioni sia materiali che morali. Difficile che abbia lo stesso corso fulmineo di quella esplosa in un solo anno tra i 5 Stelle e gli strati proletari e semi-proletari che gli avevano dato incautamente fiducia. Ma il corso delle cose sta prendendo velocità…

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