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Tali e quali

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LA DIMENSIONE DELLA CRISI ECONOMICA IN VENEZUELA

(21 Giugno 2019)

Scorrono sui mezzi di comunicazione le immagini di folle affamate che in Venezuela cercano di forzare i posti di blocco che impediscono l’arrivo dalla frontiera colombiana di “aiuti umanitari”.

Lo spiegano con lo scontro tra il “dittatore” Maduro e il presidente Guaidò. Non entriamo qui nella questione che oppone in Venezuela la “democrazia” al “socialismo chiavista”, nella corruzione del sistema venezuelano, ecc. ma proponiamo la cruda realtà dei dati economici, necessari per orientarsi nell’argomento.

Occorre premettere l’importante ruolo in Venezuela dell’esercito la cui casta dirigente detiene il potere reale e controlla i settori chiave dell’economia, i porti e i giacimenti petroliferi e minerari. Al momento appoggia Maduro, forse in attesa di nuovi accordi con le grandi potenze imperialiste. Trump preme per un loro cambiamento di fronte: con il suo stile diretto, li ha avvertiti: “sappiamo dove gli ufficiali hanno nascosto i soldi in giro per il mondo”.

La base economica

Nella caotica profusione di dati statistici parziali, non sempre concordi tra loro, anche per i metodi diversi adottati, qui ci riferiamo prevalentemente ai recenti aggiornamenti degli articolati annuari statistici De Agostini, con integrazioni da altre fonti.

Il Venezuela è grande circa 3 volte l’Italia, con una popolazione stimata in circa 31 milioni, la metà di quella italiana, prevalentemente distribuita su una fascia costiera profonda al massimo un centinaio di chilometri, che si affaccia a nord sul Mar dei Caraibi, mentre a sud c’è la lunga e tortuosa frontiera nelle terre amazzoniche. Le aree più popolate si trovano quindi nella gradevole fascia climatica mediana tra l’equatore e il tropico del Cancro.

È diviso in 23 Stati federali. La popolazione è ben inurbata, per l’85% del totale, con 5 città che superano il milione di abitanti, tra cui Caracas, la capitale federale, il cui agglomerato urbano conta oltre 3 milioni “ufficiali”.

Il gruppo etnico predominante è il mestizo, risultato della mescolanza tra europei, indi e africani, che comprende il 70% della popolazione, a cui si aggiungono il 20% di bianchi e il 9% di negri. Minima la percentuale della razza indigena.

Il Venezuela ha avuto una forte immigrazione europea legata allo sviluppo dell’industria petrolifera dopo la seconda guerra mondiale, specialmente di italiani, portoghesi e spagnoli.

Per anni ha avuto un’immigrazione dai paesi confinanti ma ora il ciclo si è invertito con circa 3 milioni di venezuelani che sono emigrati, specialmente nella vicina Colombia, per trovarvi lavoro. Con quelle rimesse monetarie sostengono i familiari in patria, poiché il salario mensile di un lavoratore venezuelano è sceso a 3 dollari, azzerato da una iperinflazione fuori controllo che nel 2016 è stata la più alta al mondo. Molti lavoratori non vanno al lavoro o si licenziano perché il salario non copre nemmeno il costo dell’autobus. Il sostentamento dei lavoratori è coperto dal governo tramite un paniere di beni di prima necessità. Dal 2013 il Venezuela ha il più alto indice di miseria al mondo

La forza lavoro è complessivamente di 14,8 milioni, di cui il 60% maschi.

Il settore primario della sua economia, ovvero: agricoltura, allevamento, pesca e foreste, secondo i dati riferiti al 2016, nel mezzo della grave crisi economica e alimentare, contribuisce per il 5,6% del Pil e assorbe il 10,3% della forza lavoro. L’uso del suolo è molto ridotto con il 3,8% di arativo; il 20,7% a prati; il 22,6% incolto e il 53% di foreste.

Nonostante la riforma agraria del 1960, volta ad ampliare e diversificare la produzione, non si sono mai raggiunti grandi risultati con mais, riso, patate, manioca e banane, alimenti base della loro parca cucina. Le principali esportazioni riguardano: caffè, canna da zucchero e cacao. L’allevamento bovino, dopo un forte progresso fino agli anni ‘90, ha iniziato a decadere progressivamente nonostante gli incentivi governativi. Nel 2016 il numero dei bovini è indicato in 16,5 milioni di capi, i suini in 3,5 milioni di capi, caprini e ovini in 2,2 milioni di capi più 1 milione di equini vari e 1,5 milioni di volatili. La produzione di derivati della carne è indicata in 1,2 milioni di tonnellate. Sempre secondo i dati del 2016 la pesca è un settore marginale con 61mila tonnellate di crostacei e molluschi allevati e 311 mila tonnellate di pescato.

Sulla carta ci sarebbe quindi cibo sufficiente per tutti e molto altro terreno fertile da mettere a coltura.

Il settore secondario con il 23,3% della forza lavoro totale assicura il 39,2% del Pil. La risorsa principale è il petrolio, la cui estrazione è gestita dalla società statale PDVSA in vari bacini con un’importante produzione di gas naturale. Le riserve petrolifere del Venezuela sono attualmente stimate in 300 miliardi di barili, superiori ai 264 miliardi dell’Arabia Saudita. Il campo Bolivar Coastal Field presso il lago Maracaibo è il maggiore del Sud America con i suoi 7.000 pozzi. In 8 grandi raffinerie si hanno tutte le lavorazioni necessarie. Immense sono le riserve di gas naturale stimate in svariati trilioni di metri cubi.

Tra le altre significative risorse minerarie ci sono diamanti, oro (le riserve stimate sono intorno alle 15 tonnellate), carbone, bauxite, fosfati, asfalto, magnesite.

Recentemente sono stati scoperti importanti giacimenti di coltan, columbite-tantalite, ossidi cristallini di ferro, manganese, niobio e tantalio, necessari alla produzione di semiconduttori e di accumulatori. Nell’ottobre scorso Maduro ha inaugurato a Ciudad Piar il più grande stabilimento per la lavorazione del coltan di tutta l’America Latina: nell’entusiasmo della cerimonia ha prospettato ricavi per ben 7,8 milioni di dollari al giorno! Altri importanti giacimenti di coltan si trovano in Congo, nel Ruanda-Burundi e recentemente scoperti anche in Afghanistan, dove l’imperialismo di Cina e Stati Uniti maneggiano per accordi con gli instabili governi locali. A questa nuova corsa all’oro è partito ora anche il Venezuela.

Gli impianti idroelettrici garantirebbero il 70% del fabbisogno di elettricità ma sono fortemente condizionati dalle mutevoli precipitazioni, la cui recente prolungata carenza ha inasprito la crisi industriale. Gli impianti termoelettrici dovrebbero fornire quanto manca ma recentemente vi sono state prolungate interruzioni di energia elettrica nel settore privato.

Oltre al comparto petrolchimico sono presenti impianti siderurgici e metallurgici, di montaggio di autoveicoli e 3 cementifici. A Moron c’è un impianto per la produzione di fertilizzanti azotati. Sono presenti vetrerie, cartiere, cotonifici e fabbriche di filati sintetici.

Ma l’insieme della produzione manifatturiera, non legata al petrolio, non copre il fabbisogno interno per cui la composizione delle esportazioni al 2013 indica: carburanti 97,7%; manufatti 1,8%; minerali e metalli 0,4%; prodotti alimentari:0,04%.

Il settore terziario con il 66,5% della forza lavoro contribuisce al 55,3% del PIL. Il turismo nel 2016 ha registrato 601mila ingressi con entrate per 546 milioni di dollari.


La bilancia dei pagamenti

Le principali esportazioni nel 2013 erano destinate agli Stati Uniti con 550 milioni di dollari, seguite dalla Cina con 248 milioni, la Colombia con 234 milioni, i Paesi Bassi con 189. Più in basso nella graduatoria di 21 paesi troviamo l’Italia con 34,1 milioni, la Germania con 20 milioni e la Francia con 13,2 milioni. Ultimo il Giappone con 1,1 milioni di dollari.

Le importazioni sempre del 2013 sono dagli Stati uniti per 10.757 milioni di dollari, dalla Cina con 7.758 milioni, dal Brasile con 4.613 milioni, dal Messico con 2.302 milioni, e più oltre dalla Germania per 1.321 milioni, dall’Italia per 1.153 milioni, dalla Francia per 577 milioni e dal Giappone per 456 milioni di dollari.

È chiaro che il Paese importa molto più di quanto esporti e il disavanzo si trasforma in debiti crescenti, con relativi interessi. L’andamento delle esportazioni è fortemente segnato dalla quotazione del greggio e del dollaro americano che ne regola il commercio internazionale.

Esportazioni
milioni di dollari
2008 95.021 2013 88.753
2009 57.603 2014 74.714
2010 65.745 2015 37.309
2011 92.811 2016 26.700
2012 97.350 2017 31.600
Dall’inizio della crisi del 2008 le esportazioni si riducono fortemente nel 2009, nel 2010, nel 2011 e nel 2012 crescono. Poi nel 2013 inizia la caduta fino al 2016, per risalire debolmente nel 2017.

In particolare nel 2017 il petrolio greggio assicurava 24.689 milioni di dollari Usa più altri 3.415 milioni di dollari di derivati del petrolio, ovvero i ricavi si sono ridotti di circa 4 volte esasperando la posizione debitoria del Paese.

La Cina è la maggior creditrice del Venezuela con una linea di credito di 50 miliardi di dollari. Maduro a Pechino nel 2016 ha ricevuto altri 5 miliardi di prestiti firmando ben 20 accordi commerciali. In cambio la Cina ha preteso 800mila barili di petrolio al giorno.

Sempre nel 2016, nella continua ricerca di prestiti, Maduro ha trasferito alla russa Rosneft il 49,9% di una sussidiaria americana della PDVSA dietro il modesto prestito di 1,5 miliardi di dollari e ha aperto a compagnie russe l’estrazione di minerali preziosi e strategici ambìti anche da Cina e Usa.


Le difficoltà nel petrolio

Per comprendere meglio dove va a finire quell’impetuoso fiume carsico di dollari occorre prendere in considerazione due aspetti dell’ ingarbugliata questione: il blocco economico americano, col conseguente embargo sul petrolio venezuelano, e le questioni interne legate alle recenti vicende della PDVSA, gravata da 13 miliardi di dollari di debito e che non riesce a garantirne l’estrazione per l’inadeguata manutenzione degli impianti.

Infatti la maggior parte degli apparati estrattivi venezuelani sono vecchi e di vecchia concezione e necessitano quindi di specifici accorgimenti per poter continuare a pompare, o di esser sostituiti per estrarre a maggiori profondità. Questo richiede continui onerosi investimenti, che sarebbero possibili vista la grande produzione.

I dati forniti dalla PDVSA, nonostante discordino molto da quelli dell’Opec, dichiarano un potenziale produttivo teorico, non continuativo, di 2,5 milioni di barili al giorno. Ma già prima di Chavez si producevano oltre 3 milioni di barili, con 45mila dipendenti, mentre lo scorso anno se ne sono estratti la metà con il triplo di dipendenti.

La nazionalizzazione del petrolio venezuelano risale al 1976; fu subito gestito dalla PDVSA che ben presto divenne uno Stato nello Stato per il suo forte potere economico e le varie clientele che se ne spartivano il controllo. Con l’affermarsi del regime bolivarista nel 1999 la corruzione e la già pessima organizzazione e la gestione peggiorarono ulteriormente divenendo il solito carrozzone di inutili assunzioni per facili consensi politici, pratica ben nota in tutti i capitalismi parassitari.

Nel dicembre 2002, molti manager e ingegneri dipendenti della PDVSA organizzarono uno strano “sciopero-serrata”, sostenuti dal sindacato di centro CTV, impedendo l’accesso agli impianti e ai pozzi, per premere sul presidente Chavez e indurlo ad istituire nuove elezioni al di là delle condizioni poste dalla nuova costituzione. La produzione di petrolio cessò completamente per due mesi. In più l’accesso al sistema informatico della società, gestito da una ditta americana, il cui personale aveva aderito in blocco allo “sciopero”, fu fortemente limitato. In seguito ripreso il controllo della situazione, riparati i vari danni tecnici e informatici, furono licenziati in tronco 19mila impiegati sostituiti da tecnici provenienti dall’esercito e da rami del governo. L’azione produsse un vistoso danno macroeconomico spingendo la disoccupazione al 20% nel 2003. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) chiese l’apertura di un’inchiesta sui casi di detenzione e tortura dei lavoratori.

Si rafforzò nella PDVSA la gestione chavista, anche con azioni volte a mostrare il suo lato “buono”. Nel 2005 inviò in Argentina 50 milioni di tonnellate di olio combustibile per sopperire una momentanea crisi energetica. Sempre nel 2005, tramite una sua sussidiaria americana, fornì gasolio per riscaldamento per le famiglie a basso reddito di Boston con uno sconto del 40% sul prezzo di mercato. Analoghe forniture per altri 50 milioni di galloni di olio da riscaldamento furono venduti sotto costo a vari Stati e città del Nord‑Est americane, tra cui il Bronx a New York.

Ma si estendeva una generalizzata corruzione che ora, a comando, emerge. Un ex dirigente di una banca svizzera nel 2016 si è dichiarato colpevole di aver dato vita nel 2014 ad un sistema illecito di trasferimento e riciclaggio di fondi della PDVSA a favore dell’esteso clan Maduro per 600 milioni di dollari, che negli anni successivi ha raggiunto 1,2 miliardi sottratti alla Compagnia. Queste tardive conversioni morali, e non solo del tipo svizzero, destano qualche sospetto ma sta di fatto che si moltiplicano gli arresti di funzionari a tutti i livelli e in molti impianti per episodi di corruzione e di sottrazione di fondi e materie prime. Emergono ora anche conti svizzeri sui quali il defunto presidente Chavez aveva accumulato un tesoretto frutto di tangenti ed altri sistemi poco legali. Ma questo non ci sorprende né ci turba: è una prassi congenita di questo putrido imperialismo.


L’intervento statunitense

L’attacco combinato americano al petrolio del Venezuela e al suo regime politico è iniziato decenni fa; oggi si è solo ingigantito.

Ma ha anche risvolti negativi per l’economia degli Usa visti i bassi prezzi del petrolio pesante venezuelano che importa.

In ballo ci sarebbe il tentativo di un paese esportatore, qui il Venezuela, di sganciarsi dal dollaro per regolare la vendita delle sue merci. Ad oggi il dollaro rappresenta tra il 40 e il 60% delle transazioni mondiali. La continua richiesta di dollari ha portato all’emissione, dopo l’eliminazione degli accordi di Bretton Woods, di una massa di biglietti verdi pari ad oltre 7 volte le reali riserve americane, forse ancora di più considerando la crescita del volume degli affari internazionali. È il caso di dire che anche questa moneta è solo carta, ma è garantita e difesa da un immenso apparato militare. La questione non è nuova, ricordiamo l’Irak di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi e l’Iran. Ma anche Cina e India, Russia e Turchia, che insieme rappresentano circa il 60% del Pil mondiale e 4 miliardi di abitanti, stanno cercando di svincolarsi dal dollaro nelle loro transazioni commerciali eliminando così una sottomissione economica al capitale americano, che approfitta delle relative commissioni di cambio, che su quei volumi di transazioni sono cifre notevoli.

Il blocco totale imposto al Venezuela lo esclude da ogni traffico commerciale e finanziario sul mercato mondiale, ancor peggiore di quello imposto a Cuba negli anni passati. Poiché la sua moneta nazionale non è accettata da nessun paese, sarebbero possibili solo transazioni in oro o in petrolio. Ma la maggior parte delle riserve auree dello Stato furono depositate da Chavez, durante il periodo di vacche grasse, nella Bank of England, con una clausola capestro che dava facoltà alla banca londinese di rifiutare il ritorno di circa 2 miliardi di dollari a sua completa discrezione in caso di instabilità politica e sociale, cosa che ha recentemente comunicato e fatto.

È di questi giorni la notizia che alcune petroliere, cariche con 8,6 milioni di barili di greggio del valore di circa mezzo miliardo di dollari, sono ferme lungo le coste venezuelane in attesa di trovare un compratore dopo il blocco americano. Cina e India ne hanno approfittato. L’India dalla prima metà di febbraio importa 620mila barili al giorno su un totale di petrolio estratto di 1,12 milioni. PDVSA ha dovuto però rallentare sensibilmente l’estrazione per mancanza di depositi in cui stoccare il greggio.

Nel tentativo di svincolarsi dal blocco, il governo del Venezuela ha creato il Petro, una criptovaluta garantita dai giacimenti di petrolio, gas, oro e diamanti di cui è ricco il Paese, ma Trump ha subito vietato ogni transazione in Petro negli Usa, come pure quelle in oro. L’Unione Europea sta tentennando e al momento ha solo e ipocritamente rinnovato l’embargo sulle forniture militari, accusando il governo di Maduro di violazione dei “diritti umani”. In realtà i vari imperialismi non si interessano affatto delle condizioni di vita dei venezuelani.

Il blocco con il bolivar venezuelano sta quindi funzionando. Ma che cosa succederà con il renminbi cinese?

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