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(17 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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Distingue il nostro partito

(da “Il programma comunista”, n.3/2019)

(21 Agosto 2019)

vivalenin!

Ogni numero del nostro giornale reca sotto la testata una manchette, che dice:
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin, alla fondazione dell’Internazionale Comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della Sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale, contro la teoria del socialismo in un paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori del politicantismo personale ed elettoralesco.
Le formule sintetiche segnano una traccia, non pretendono di illustrarla. Ma un tratto distintivo del nostro movimento balza subito agli occhi di chi legge: per noi, diversamente dalla miriade di “aggiornatori” del marxismo, esiste una linea continua, immutata e immutabile, che definisce il Partito comunista appunto perché supera e scavalca gli alti e bassi, gli arretramenti e le avanzate, le poche ma gloriose vittorie e le molte devastanti sconfitte della classe operaia nel difficile percorso della sua lotta di emancipazione. E’ anzi solo grazie al persistere ininterrotto di questa linea che il proletariato esiste in quanto classe: essa infatti non rispecchia la sua posizione temporanea e non di rado contraddittoria su questo o quel punto del suo cammino, nello spazio e nel tempo, ma la direzione in cui necessariamente si muove partendo dalla condizione di classe sfruttata e subalterna per giungere a quella di classe dominante e di qui – in tutti i paesi – alla soppressione di ogni classe, al comunismo. Di questo cammino, di cui lo stesso modo di produzione capitalistico crea le condizioni materiali, ma che non cade dal cielo e dev’essere percorso fino in fondo lottando, la dottrina marxista conosce i necessari trapassi e i mezzi indispensabili così come la meta ultima.
Perciò Lenin, parafrasando un celebre passo di Marx, ricorda che non è marxista chi non spinge il riconoscimento della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato come suo prodotto necessario e come punto di passaggio obbligato alla soppressione di tutte le classi e a una società senza classi.
Limitarsi a riconoscere la lotta di classe e l’antagonismo di interessi fra capitale e lavoro significa infatti registrare il fatto bruto di ciò che il proletariato è nella società borghese, ma escludere ciò che deterministicamente la stessa storia gli impone di divenire per liberarsi dallo sfruttamento al quale è condannato dai rapporti capitalistici di produzione: divenire cioè l’arma della distruzione violenta del potere statale borghese che presidia e difende quel sistema di rapporti, e negargli quel compito storico dell’instaurazione della propria dittatura, “fase politica di transizione” (Marx) nel processo di “trasformazione rivoluzionaria della società capitalistica nella società comunista”. Significa accettare la condizione di sudditanza in cui il proletariato non cessa di vivere nell’ambito della società borghese anche quando lotta in difesa dei suoi interessi immediati contro il giogo del capitale, e negargli quel compito storico di emancipatore di se stesso e, al contempo, dell’umanità, che appunto e solo fa di lui una classe, “la levatrice di una società nuova”.
Questa linea, che unisce il passato e il presente della classe operaia al suo futuro, non è altro che la teoria, il programma, i principi del comunismo rivoluzionario, e in tanto si conserva immutata al disopra delle vicissitudini alterne della lotta fra le classi in quanto si incarna in un partito che la faccia sua senza riserve, in una organizzazione che la difenda, la propugni, e la traduca in atto. Perciò Marx scrive nel Manifesto del Partito Comunista che “i comunisti lottano per raggiungere gli scopi e gli interessi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempo l’avvenire del movimento stesso”; e, poiché il proletariato “non ha patria” e persegue come classe finalità che vanno oltre ogni orizzonte di categoria, località, azienda, reparto ecc., aggiunge che “i comunisti si distinguono per il fatto che, da un lato, nelle varie lotte nazionali, mettono in rilievo e fanno valere quegli interessi comuni dell’intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità, e che, dall’altro, nei vari stadi di sviluppo che la lotta fra proletariato e borghesia attraversa, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo”.
E’ questo insieme di postulati che distingue i comunisti: è questo che vieta di considerare comunisti coloro che rinnegano l’internazionalità sia del fine verso il quale tende il movimento proletario, sia della lotta per raggiungerlo; che rinnegano l’identità di questo fine e di questa lotta con gli interessi del movimento complessivo e del suo avvenire; che rinnegano la necessità della rivoluzione violenta e della dittatura proletaria come passaggio obbligato al socialismo; che rinnegano l’indispensabilità del partito, armato di quell’unica scienza che è il marxismo, come organo di questa lotta ciclopica. Nessun anello di questa catena può essere spezzato senza che la catena stessa si infranga, e senza che il proletariato precipiti nell’accettazione supina e rassegnata della sua condizione di classe sfruttata come condizione eterna.
E’ questa la dottrina che, nata di un solo blocco un secolo e mezzo fa e codificata da Marx e da Engels in testi ai quali non v’è nulla da aggiungere o “innovare”, venne ristabilita nella sua integrità da Lenin contro il tradimento socialdemocratico, contro ogni capitolazione di fronte al “presente” e ogni rinunzia all’“avvenire” del movimento proletario, contro ogni subordinazione delle sue finalità e dei suoi interessi complessivi a presunte finalità e interessi immediati e nazionali, contro ogni abbandono dei principi della conquista rivoluzionaria del potere e del suo esercizio dittatoriale, a favore delle vie sedicentemente più sicure e meno travagliate del gradualismo legalitario, democratico e parlamentare.
***
La lotta non solo per mantenere intatta questa linea contro le pressioni materiali, politiche, ideologiche della società borghese, ma per scolpirne sempre più chiaramente i tratti essenziali attraverso le terribili ma salutari conferme della storia, e per organizzare intorno a quel filo rosso, riannodandolo quando si era spezzato, le avanguardie combattive della classe operaia e muovere all’assalto delle roccaforti statali capitalistiche, fu una lotta inseparabilmente dottrinaria, programmatica, politica, tattica, organizzativa, giacché i comunisti non sono gli apostoli di un nuovo “credo” o gli asceti in attesa del Messia, ma i militanti di una gigantesca guerra sociale.
Fu la lotta di Marx ed Engels per distruggere in seno alla Prima Internazionale il virus del proudhonismo negatore della lotta rivendicativa, degli scioperi e dell’organizzazione economica del proletariato; del bakuninismo negatore del partito e della dittatura da esso centralmente esercitata in nome e nell’interesse della classe; del “cretinismo parlamentare” sottilmente insinuatosi nelle file del proletariato dall’ambiente sociale circostante. Fu la lotta di Lenin in Russia contro il populismo, l’economismo, il legalitarismo, il menscevismo e, su scala internazionale, contro il revisionismo bernsteiniano prima e la capitolazione di fronte alla guerra imperialistica poi; la lotta non solo per il rifiuto dei crediti di guerra e della tregua sociale durante il conflitto, ma per il disfattismo rivoluzionario e la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile. Fu la lotta per vincere tutte le esitazioni, le inerzie attendiste e legalitarie, i tentennamenti ispirati dal rispetto delle “regole del gioco democratico”, e per conquistare dittatorialmente il potere della luce sfolgorante dell’Ottobre 1917, gettando nello stesso tempo le basi dell’Internazionale Comunista finalmente ricostituita.
“L’Internazionale Comunista si prefigge di combattere con tutti i mezzi, anche con le armi in pugno, per l’abbattimento della borghesia internazionale e la creazione della Repubblica internazionale dei Soviet come stadio di trapasso alla completa soppressione dello Stato”, proclamarono solennemente i comunisti di tutti i paesi convenuti a Mosca nel luglio 1920, riprendendo e riaffermando la linea che “va da Marx a Lenin”. “L’Internazionale Comunista considera la dittatura del proletariato come l’unico mezzo che permetta di liberare l’umanità dagli orrori del capitalismo. La guerra imperialistica ha strettamente legato le sorti dei proletari di un paese alle sorti dei proletari di tutti gli altri. La guerra imperialistica ha riconfermato quanto era detto negli Statuti generali della I° Internazionale: l’emancipazione dei lavoratori è un problema non locale né nazionale, ma internazionale… L’Internazionale Comunista sa che, per ottenere più rapidamente la vittoria, l’associazione dei lavoratori, nella sua lotta per la soppressione del capitalismo e la creazione del comunismo, deve possedere un’organizzazione rigidamente centralizzata. Essa deve rappresentare veramente, nei fatti, un partito comunista unitario del mondo intero. I partiti operanti in ogni paese risultano soltanto come sue sezioni: l’apparato organizzativo dell’Internazionale Comunista deve assicurare agli operai di ogni paese la possibilità di ricevere in ogni momento il maggior aiuto possibile dai proletari organizzati dagli altri paesi”.
Questa è la linea che da Marx va a Lenin e alla formazione dell’Internazionale comunista, e che nega ogni diritto di cittadinanza nel suo ambito ai liquidatori della dittatura proletaria come unica via al socialismo, e ai predicatori delle mille vie nazionali all’emancipazione della classe lavoratrice.
***

Ed è su questa linea che si costituì nel 1921 il Partito Comunista d’Italia, nel cui programma si sintetizza il patrimonio teorico e tattico del comunismo:
“1. – Nell’attuale regime sociale capitalista si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive e i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra il proletariato e la borghesia dominante.
“2. – Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo della difesa degli interessi della classe capitalistica.
“3. – Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.
“4. – L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il partito comunista riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato.
“5. – La guerra mondiale, causata dalle intime, insanabili contraddizioni del sistema capitalistico, che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.
“6. – Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato di stato borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze dello Stato sulla base produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.
“7. – La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella Rivoluzione russa, inizio della Rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.
“8. – La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi esterni ed interni.
“9. – Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.
“10. – Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutta l’attività della vita sociale, eliminata la divisione della società in classe, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane”.
Baluardo e reparto avanzato della rivoluzione proletaria mondiale, il potere bolscevico in Russia poggiava tuttavia su una base economica spaventosamente arretrata e in enorme misura precapitalistica. La strategia comunista consistette quindi nel lavorare a predisporre in tutti i paesi lo strumento indispensabile della rivoluzione proletaria, il Partito di classe, e raccogliere intorno ad esso l’avanguardia decisiva di un proletariato che in tutto il mondo, ma soprattutto nell’Europa centrale e in genere nelle aree a capitalismo avanzato, era uscito dalla carneficina mondiale e dal caos del dopoguerra con una splendida volontà di lotta e uno spirito di abnegazione indomabile. Essa sapeva che solo il trionfo della rivoluzione nei paesi sviluppati e prima di tutto in Germania avrebbe permesso alla Russia bolscevica di avanzare economicamente verso il socialismo nel possesso sicuro e indiviso del potere politico, bruciando le tappe del faticoso passaggio da una economia, specialmente contadina, pre-borghese fino al limite estremo del capitalismo di Stato.
Armati della dottrina marxista ristabilita sulle sua fondamenta dal partito di Lenin, saldamente ancorati nella disciplina internazionale e nella sua rigorosa centralizzazione, quei partiti avrebbero derivato la loro strategia e la stessa ragione della loro esistenza dal riconoscimento che i partiti riformisti, quelli che Lenin chiamava “partiti operai-borghesi”, come la socialdemocrazia in tutte le sue varianti, sono ormai costretti dagli obiettivi che si sono posti rompendo con i principi basilari del marxismo, e quindi dalla loro più o meno diretta integrazione negli Stati borghesi, a svolgere nella dinamica sociale un ruolo controrivoluzionario irreversibile.
La tragedia del proletariato mondiale nel primo dopoguerra fu che al gigantesco sforzo dei bolscevichi per controllare e dominare le forze borghesi e piccolo-borghesi nascenti dal sottosuolo economico e sociale russo, ed estendere l’incendio rivoluzionario a tutto il mondo, non corrispose un processo di organica e rigorosa formazione dei Partiti comunisti nell’area cruciale dell’Europa pienamente capitalistica. Troppo pesavano sul movimento operaio le tradizioni democratiche, legalitarie e pacifiste, né la direzione dell’Internazionale – alla quale del resto la nostra corrente fu sempre l’ultima ad addossare la responsabilità di un corso storico che aveva le sue origini nel putrido mondo borghese di occidente – ebbe sempre lucida coscienza del fatto che l’inflessibilità con cui Lenin e il suo partito avevano lottato per tutto un ventennio contro l’opportunismo e la decisione con cui avevano conquistato il potere escludendone non solo i partiti dichiaratamente borghesi, ma quelli operai di stampo conciliatore, dovevano trovare applicazione ancor più radicale e conseguente là dove la rivoluzione borghese era un fatto compiuto ormai da mezzo secolo ed oltre. Urgeva una rigorosa selezione nei vecchi partiti socialisti: si largheggiò nelle ammissioni, nella prospettiva generosa, ma dimostratasi fallace, che i relitti del passato potessero bruciare nel rogo acceso a Pietrogrado e Mosca. Urgeva una tattica ben delimitata che, affasciando i proletari intorno al partito rivoluzionario marxista sul terreno della difesa delle condizioni di vita e di lavoro entro la società borghese, li strappasse non solo all’influenza del riformismo, ma all’illusione che i transfughi della linea “che va da Marx a Lenin e all’Internazionale Comunista” potessero mai essere recuperati alla causa della rivoluzione proletaria, e così permettere alla classe operaia di difendersi in modo efficace anche dalla controrivoluzione borghese in veste fascista e, se possibile, di passare al contrattacco: si lanciarono invece parole d’ordine mal definite che, contro e di là da qualunque intento dei bolscevichi, lasciavano adito appunto a quell’illusione, specie se fatte proprie dai vecchi arnesi del riformismo o addirittura del socialsciovinismo, accorsi intorno alla bandiera dell’Internazionale: un “fronte unico” aperto ad interpretazioni late, oscillanti e perfino contraddittorie, un “governo operaio” presentato ora come “sinonimo della dittatura proletaria”, ora come via diversa e addirittura parlamentare al potere, giù giù fino a una “bolscevizzazione” che sfigurava il volto dei partiti rischiando di trasformarli in qualcosa di simile a partiti laburisti e cancellando a poco a poco la loro delimitazione – così netta all’origine – dai partiti e movimenti contadini negli stessi paesi capitalistici, e nazional-rivoluzionari nelle colonie, e preludendo così alla sciagurata riedizione della storia menscevica della “rivoluzione per tappe” in Cina.
Fu anche per effetto di questo progressivo allentamento delle maglie nell’organizzazione e nella tattica che, invece di controllare e dirigere il processo di decantazione dei partiti comunisti dall’alveo del socialismo tradizionale, l’Internazionale finì per essere condizionata da partiti solo nominalmente comunisti in Occidente, col doppio risultato rovinoso che la rivoluzione mondiale si allontanò dalla prospettiva a breve termine invece di avvicinarsi e, nella stessa misura, le forze sociali borghesi prementi sulla dittatura bolscevica dall’interno della Russia ma soprattutto dall’esterno si irrobustirono fino a travolgere quello che era stato lo stupendo organo di guida dell’Ottobre rivoluzionario e della guerra civile. Lo stalinismo non fu che l’espressione di questo capovolgimento dei rapporti di forza mondiali tra le classi: esso doveva massacrare la Vecchia Guardia per procedere indisturbato sulla via dell’accumulazione capitalistica; doveva, prima ancora, mascherare il suo ruolo controrivoluzionario dietro la bandiera del “socialismo in un solo paese”, progenitore delle “vie nazionali, pacifiche e democratiche al socialismo”, candidato alla successione della socialdemocrazia nel convocare i proletari di tutti i paesi al reciproco massacro sui fronti del secondo conflitto imperialistico.
Perciò la linea che da Marx a Lenin aveva portato fino alla costituzione della Terza Internazionale e ai suoi primi anni di fulgore si prolunga per noi nella lotta della Sinistra comunista “italiana” contro le prime manifestazioni di un pericolo opportunista (pericolo soltanto, all’inizio; cruda realtà materialmente determinata, poi) in seno all’Internazionale, e in quella, condotta nel 1926 parallelamente all’Opposizione Russa, contro lo stalinismo e la sua ascesa al vertice dello stato sovietico e dell’Internazionale già di Lenin.
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Cinicamente mascheratosi tra il 1928 e il 1932 dietro una vernice di falsa sinistra, lo stalinismo significò il disarmo politico ed organizzativo del proletariato di fronte all’offensiva nazi-fascista; significò subito dopo il suo ulteriore disarmo, con i Fronti popolari in Francia ma soprattutto in Spagna, dove spense le fiamme rinascenti della lotta di classe in nome della difesa del regime repubblicano e attraverso la coalizione governativa con partiti borghesi e opportunisti; significò l’adesione alla seconda carneficina mondiale sotto la bandiera della Libertà e della Patria, l’entrata dei partiti “comunisti” in fronti non più soltanto popolari ma resistenziali e nazionali, la loro partecipazione ai governi di ricostruzione nazionale dopo la guerra, il loro finale e coerente passaggio al ripudio anche formale della dittatura del proletariato e dell’internazionalismo e la loro esplicita candidatura alla salvezza dell’economia nazionale in crisi e delle istituzioni democratiche in coma.
Percio’ la linea che collega Marx ed Engels a Lenin, alla fondazione dell’Internazionale comunista, alla lotta della Sinistra contro la degenerazione della stessa Internazionale prima e la controrivoluzione stalinista poi, è per noi inseparabile dalla storica lotta contro i fronti popolari, guerreschi, nazionali e tutte le loro filiazioni, fino alle più recenti manifestazioni di un opportunismo che per la sua virulenza non trova neppure riscontro nei fasti sanguinosi della vecchia socialdemocrazia tedesca. E’ inseparabile dalla denunzia sia del corso per essenza fascista, anche se ammantato di democrazia, dell’imperialismo capitalista con il suo centro a Washington, sia del falso socialismo regnante fino a tre decenni fa a Mosca od oggi, ancora, a Pechino, e basato sulla produzione di merci, sul lavoro salariato e tutte le altre categorie economiche borghesi.
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La ripresa del filo rosso della dottrina, del programma, dei principi, della pratica, dei metodi di organizzazione del comunismo rivoluzionario impone per noi il ritorno alla visione mondiale della Internazionale Comunista negli anni della sua costituzione, completata nella parte organizzativa e tattica dal bilancio che, a conferma della tenace battaglia della Sinistra Comunista, ha recato la storia dell’ultimo secolo, come il nostro partito non si è stancato di fare in questo dopoguerra, ma soprattutto a partire dal 1952, in una lunga serie di tesi ora raccolti nel volume in difesa della continuità del programma comunista.
Non c’è punto di incontro fra democrazia e comunismo; non esistono vie all’emancipazione proletaria diverse da quelle che preparano già nel presente, fuori e contro le istituzioni ufficiali borghesi, democratiche o fasciste che siano, la rivoluzione proletaria; tale preparazione esclude, anche come mezzo di agitazione, il ricorso alle tribune elettorali e, peggio ancora, parlamentari; si compie da un lato attraverso la partecipazione costante alle lotte immediate della classe operaia in difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro e il loro allargamento, potenziamento e sviluppo su basi e con mezzi classisti, dall’altro attraverso la propaganda instancabile del fine ultimo del movimento proletario, rispetto al quale la lotta rivendicativa è una scuola – ma soltanto una scuola – di guerra a condizione d’essere condotta in modo conseguente e mai dimenticandone e occultandone i limiti; attraverso l’organizzazione intorno al partito dei proletari assurti alla coscienza delle vie e dei presupposti ineliminabili della vittoria finale; attraverso il potenziamento degli organismi immediati che nascono dalla lotta economica e sindacale per reazione alla latitanza e alla ormai totale integrazione nello Stato borghese delle centrali sindacali e che contengono in germe potenzialità di sviluppo anche in senso politico; e infine attraverso la battaglia in seno a queste centrali sindacali, nella prospettiva, che non si può escludere come non si può dare per certa, di riconquistarle, in situazioni oggi lontane di altissima tensione sociale, non solo alla tradizione rossa ma alla direzione comunista.
Su questa strada non v’è posto né per l’illusione spontaneista, purtroppo sempre rinascente, di una rivoluzione e di una dittatura proletaria non preparate e non dirette dal Partito, né per quella trotskista di una crisi fatale del capitalismo, che abbisognerebbe solo dello scrollone di un’avanguardia organizzata per crollare al suolo attraverso la tappa intermedia di “governi operai” composti di partiti da lungo tempo passati armi e bagagli alla controrivoluzione, ma supposti rigenerabili grazie alla spinta delle masse in fermento e all’abile manovrismo comunista, così come sarebbero riconquistabili alla causa del proletariato rivoluzionario gli “Stati operai degenerati” come la Cina, Cuba, o simili. Se nello spontaneismo operaista rinasce un avversario secolare del marxismo, nell’illusionismo “trotskista” (aggettivo di cui Trotsky, nonostante i suoi errori, sarebbe oggi il primo ad arrossire) rinascono, infinitamente peggiorati, gli smarrimenti tattici dell’Internazionale decadente, e sul loro tronco quelle deviazioni di principio dalla sana dottrina che solo possono spiegare lo scambio delle nazionalizzazioni nell’industria e della pianificazione economica, prese a sé, con il socialismo.
Il proletariato ha oggi bisogno più che mai di chiarezza: sui fini, sulle vie, sui mezzi della sua emancipazione. A questa chiarezza noi ci sforziamo di lavorare, senza arroganza ma senza esitazioni, coscienti di camminare, “piccolo gruppo compatto, per una strada ripida e difficile”, ma decisi, fedeli all’insegnamento di Lenin, a combattere “non solo contro il pantano, ma contro coloro che si incamminano verso di esso”.
Questo esige la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori del politicantismo personale ed elettoralesco.


Agosto 2019

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistisches programm- the internationalist- cahiers internationalistes)

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