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L'angoscia dell'anguria

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(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

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Oltre ogni fraudolenta alternativa borghese
LA INTERNAZIONALE CLASSE OPERAIA HA UN MONDO INTERO DA CONQUISTARE

(25 Agosto 2019)

Da "COMUNISMO" N° 86 Giugno 2019 Anno XLI

international communist party

Il modo di produzione capitalistico sta vivendo da oltre undici anni un processo di crisi generalizzata, che si sviluppa con alti e bassi ma che non accenna a risolversi.

Le frizioni tra i maggiori Stati capitalistici, le guerre commerciali con il risorgere concitato e stizzoso di barriere per il movimento delle merci e della forza lavoro, mostrano quanto la crisi avanzi nel corpo produttivo del capitalismo, frustrando ogni speranza di ripresa, malgrado le varie manovre finanziarie.

Per ora c’è solo il ricorso forsennato alla speculazione finanziaria, specchio della caduta degli investimenti, causata dalla incipiente crisi di sovrapproduzione di capitali e di merci. La deflazione, ora detta “deflazione da debiti”, non si arresta e minaccia l’esistenza stessa del capitalismo. Noi marxisti sappiamo che questa è la sua “malattia finale”.

La borghesia non avrà alla fine altra soluzione, per porvi temporaneo rimedio, che tentare l’avventura della guerra, la quale, con la distruzione di merci, capitali ed esseri umani “in eccesso”, permetta di riavviare il ciclo di accumulazione capitalistica. È una conclusione già due volte tragicamente sperimentata nel secolo scorso e che il marxismo ha già accertato e condannato.

Ma, di pari passo con quella economica e finanziaria, si apre anche la questione e la crisi sociale, temporalmente in ritardo, ma ben presente in tutta la sua futura gravità alla borghesia, che intanto si dà ad alimentare gli odi razziali, nazionali ed etnici al fine di dividere la classe operaia lungo evanescenti linee di lingua, di colore della pelle e di religione.

Per fare questo ha bisogno di rafforzare i dispositivi repressivi e offensivi degli Stati, tutti invariabilmente al suo servizio e già armati fino ai denti.

Nell’opera di diversione e di confusione della classe lavoratrice e della piccola borghesia in rovina, trova talvolta utile liberarsi, con ostentata brutalità, di quella veste democratica che in occidente le è stata una retorica funzionale al consenso e alla sua dominazione di classe. Appare questa oggi una tendenza diffusa, anche se non ovunque, determinata di volta in volta dalle specifiche caratteristiche nazionali dell’imbonimento.

Questo dunque sarebbe “lo spettro che si aggira per l’Europa”. È quanto serve ammannire ad una piccola borghesia terrorizzata da un avvenire sempre più buio ed incerto, ad un sottoproletariato impotente, ad una classe proletaria che ha smarrito i suoi indirizzi, ma che non può più essere ingannata e manovrata solo con la mistificazione democratica. La borghesia tende così a polarizzare una parte sempre più significativa del corpo sociale di ogni paese in un ottuso senso nazionale. Cerca di illudere il ritorno a certezze e prosperità in vecchie parole d’ordine e seduzioni politiche che una lunghissima fase di democrazia e social-democrazia non ha certo contrastato né cancellato.

Ora a questo fantasma è stato dato il nome anodino di “sovranismo”, giusto per aumentare la confusione.

La borghesia non si emanciperà mai dal sovranismo nazionale. Le nazioni sono nate con essa e solo con essa moriranno. Non è un concetto “di destra”: non fu lo stalinismo a perpetuarlo addirittura nel suo falso “socialismo in un solo paese”? non teorizzò le “vie nazionali”? non chiamò i proletari, in Russia e nel mondo, alla “grande guerra patriottica”? Contrario e avverso al sovranismo può essere solo l’internazionalismo proletario e comunista. Nel mezzo c’è il vuoto.

Dietro alla democrazia e ai suoi falsi riti si nasconde e perpetua tutta la vecchia paccottiglia ideologica del fascismo, un cumulo di pregiudizi che stanno alla base della coscienza di una società ovunque ormai reazionaria e schierata a conservare il dominio di classe. È l’inevitabile clima di odio – prima che verso i “diversi” per colore della pelle, razza, religione, eccetera – verso i lavoratori in sciopero e verso chiunque, in nome della solidarietà di classe e contro ogni divisione, si ponga sul terreno dello scontro contro il presente regime sociale.

Talvolta la borghesia ha necessità, al fine di non esporre apertamente le sue forze in armi ma democraticamente investite, di servirsi anche di truppe ausiliarie per la repressione, di bande armate di squadristi. Sa che non potrà avere a lungo la situazione sociale sotto controllo e per questo si appresta a dotarsi anche di una milizia mercenaria “illegale” per terrorizzare il proletariato, per sottometterlo allo sfruttamento salariale o per portarlo al macello in una nuova guerra.

Insomma, il fascismo, a differenza di quanto sostenuto dalle false correnti del movimento operaio, non è un rigurgito di un lontano passato, ma è l’adattamento della sovrastruttura alle esigenze proprie del capitale nella sua fase imperialistica e monopolistica che dura ormai da un secolo. Neghiamo ci sia il pericolo di un “ritorno” del fascismo, perché questa forma politica non è mai sparita, nemmeno con la sconfitta militare nella Seconda Guerra Mondiale; anzi dopo quella si è imposta nella sostanza sui democratici governi del mondo, e non saranno ora certo i fronti antifascisti, interclassisti e democratici ad impedire che si sveli anche nelle metropoli capitalistiche.

Sono quindi fenomeni appartenenti solo alla sovrastruttura ideologica delle sovrastrutture politiche, epidermici, ma anch’essi evidentemente segni di una sottostante crisi, non soltanto nei Paesi della sconnessa Europa, i cui governanti hanno sognato un futuro federale per opporsi o giocare alla pari con Est ed Ovest, ed ora invece stretta in una triplice morsa, ma anche nei grandi Stati imperialistici che si contendono la distruzione del mondo.

In realtà il capitalismo, in tutti i paesi, non è più in grado nemmeno di sfruttare con profitto il lavoro delle masse umane. La sua crisi globale le mette in movimento, pronte e a disposizione del capitale. Ma questo, nella sua fase pre-agonica, riesce solo a costruire dei muri, del resto inefficaci. Per contro i nostri giovani e robusti fratelli di classe immigrati ci danno talvolta l’esempio di come ci si organizza in sindacati e coraggiosamente e con efficacia si lotta contro i borghesi.

Questa è la strada. I lavoratori non hanno patria, come affermammo oltre 170 anni fa con il Manifesto del Partito Comunista, solo su questa strada è il futuro di salvezza dei lavoratori di tutti i continenti. Soltanto i lavoratori possono fermare la lugubre marcia del capitale con la ripresa della lotta di classe su scala internazionale, unendo i proletari di ogni razza, nazione, genere, lingua, religione o cultura. I proletari di tutto il mondo potranno rovesciare l’infame regime del capitale e cancellare i suoi orrori perché, se i lavoratori non hanno patria, hanno un mondo intero da conquistare.

http://www.international-communist-party.org/Comunism/Comuni86.htm

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