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Il condor vola ancora

(27 Dicembre 2019)

Pubblicato sulla rivista nuova unità di dicembre 2019

trump piedacci

Alla fine, l’annunciato golpe civico-militare in Bolivia si è consumato, con un pesante bilancio di 35 morti e non si sa quanti feriti, la maggioranza di essi indios (e ritorneremo su questo più avanti).
Quanto è successo ha molte analogie con quanto l’imperialismo statunitense e le oligarchie locali hanno tentato – invano, fino ad oggi – di fare contro il governo bolivariano di Nicolàs Maduro, oltre ai vari tentativi abortiti contro Hugo Chàvez Frìas.
Elezioni, denunce di frodi prima ancora che si aprissero le urne, l’Organizzazione degli Stati Americani – l’OEA, fedele servitore dell’imperialismo USA – che denuncia brogli elettorali una volta effettuate le elezioni (salvo poi, dopo il golpe, riconoscere che non c’è stato alcun broglio), la formazione di “comitati civici” che danno il via alla violenza nelle strade aprendo letteralmente la caccia in Venezuela alle magliette rosse di Maduro e in Bolivia agli indios, per il solo essere tali, e ai seguaci del partito di Morales, il Movimento al Socialismo.
Due presidenti “ad interim” autoproclamati: uno il ridicolo Guaidò venezuelano e l’altra la boliviana Jeanine Áñez (che tra l’altro è di origine india anche se si è cambiata il nome originale, Anahì, e si tinge i capelli di biondo). Entrambi politici di secondo piano che nelle elezioni precedenti avevano ottenuto ben pochi voti.
Naturalmente anche il governo di Áñez, come quello del tutto fantasma di Guaidò, è stato immediatamente riconosciuto dagli USA e dalle sue organizzazioni regionali come la OEA e il Gruppo di Lima, dai governi di destra come quello del Brasile e, non può mancare, dall’Unione Europea, sempre così preoccupata per la democrazia e i diritti umani e che non riconoscerebbe un colpo di Stato militare, civico o giudiziario - neanche se questo le morsicasse il naso.

I fatti sono certamente ben conosciuti dai lettori di Nuova Unità e non ci dilungheremo oltre.
Ci interessa invece fare qualche ragionamento più generale, anche per capire l’esito diverso, in due paesi diversi, della stessa strategia, partendo comunque da una profonda solidarietà antimperialista e di classe e dal rispetto nei confronti di popoli che lottano per liberarsi da sfruttamento e oppressione e costruire un mondo senza schiavi, dove giustizia, equità, democrazia, futuro siano realtà e non parole vuote scritte sulla carta e pagando un prezzo terribile, e dovendo scontare la conoscenza abbastanza superficiale che possiamo avere, perché nell’era della “disinformazione globale” non è affatto semplice conoscere realtà così lontane.

Cominciamo da qualche dato: sia Venezuela che Bolivia, paesi prima colonizzati e poi rapinati dall’imperialismo, presentano una composizione etnica dove la maggior parte della popolazione non è di origine bianca. La popolazione venezuelana è in parte maggioritaria composta dai cosiddetti “mestizos” (meticci, il 51%) quella boliviana è india per l’85%.
Va da sé che questi gruppi hanno costituito la parte più povera e sfruttata, il proletariato agricolo e operaio, cittadini di ultima categoria privi persino di ogni diritto “democratico” borghese, che sono stati le basi di appoggio sia per la Repubblica Bolivariana che per lo Stato Plurinazionale di Morales.
Il retaggio di odio coloniale e di classe nei loro confronti non è mai cessato: basta ricordare che uno degli slogan della destra durante le elezioni che portarono Evo Morales al potere, slogan scritto e detto senza ambiguità, era “Vuoi aiutare la Bolivia? Ammazza un indigeno!” – cosa puntualmente avvenuta.

Ecco allora spiegata la fiducia – che noi rivoluzionari occidentali tendiamo a ritenere sbagliata - nei riguardi della forma elettorale per uscire dalla condizioni di schiavi – letteralmente, e non solo di schiavi salariati - e diventare finalmente dei cittadini con un loro stato: lo Stato Plurinazionale della Bolivia di Evo Morales, ad esempio. Forma elettorale per conquistare le istituzioni dello Stato che comunque non si è mai limitata all’apporre una croce su una scheda ma che ha fatto, in entrambi i paesi, morti e feriti.

E qui c’è la prima differenza tra Venezuela e Bolivia, probabilmente.
In Venezuela si è costruita una rete di organizzazioni democratiche di base che - oltre a gestire una serie di servizi come l’approvvigionamento alimentare in un paese bloccato dalle sanzioni, spogliato dal mercato nero organizzato, bisognoso di cose elementari come sanità, istruzione, abitazioni dignitose - si occupano anche della difesa fisica del proprio paese, nonostante la fiducia nei confronti delle Forze Armate Bolivariane (che sono state profondamente riformate, a differenza di quelle boliviane, e messe alla prova diverse volte, non ultima durante le giornate di Guaidò): le 63.890 Unità Popolari di Difesa Integrale, in ogni paese, città e centro di lavoro, che raccolgono più di 3 milioni di proletari armati pronti a difendere la Rivoluzione Bolivariana.

Non è accaduto lo stesso in Bolivia: l’ansia di costruire uno Stato democratico che potesse liberare la parte più sfruttata e oppressa dell’immensa maggioranza della popolazione ha portato probabilmente a puntare sulle organizzazioni costruite dal nuovo Stato (tra cui le Forze Armate e la Polizia) e a sottovalutare le forme organizzate storiche come le comunità ancestrali che hanno sempre guidato la vita e la socialità della popolazione india.
E qui vogliamo chiarire una cosa: là dove parliamo di popolazione india oggi possiamo tranquillamente tradurre questa parola in proletariato. Minatori, classe lavoratrice urbana, braccianti agricoli – tutti provenienti dalle comunità indigene o afrodiscendenti – costituiscono il proletariato di questi paesi: ecco cosa scriveva, nel lontano 1927, da José Carlos Mariàtegui, fondatore del Partito Comunista Peruviano: “ Il socialismo ci ha insegnato a porre il problema indigeno in termini nuovi. Abbiamo smesso di considerarlo astrattamente come problema etnico o morale per riconoscerlo concretamente come problema economico, sociale e politico”.

Un altro problema fondamentale è il seguente: è vero che questi processi rivoluzionari non sono riusciti a
distruggere totalmente lo Stato borghese né la struttura capitalista. E nessuno ha mai sostenuto che si trattasse di una “rivoluzione” come quella bolscevica del 1917, men che meno Hugo Chàvez o Evo Morales, che hanno sempre definito “processo” verso il socialismo quanto accadeva nei loro paesi. Qui vogliamo anche ricordare che – dopo la caduta dell’URSS con tutte le sue conseguenze – fu proprio il Comandante Chàvez a riportare all’ordine del giorno la parola “socialismo” che nessuno osava più pronunciare.
E intanto bisognerebbe riflettere su quanto sia difficile costruire una società socialista in paesi colonizzati, rapinati da secoli delle loro risorse, attorniati e dipendenti dal capitale finanziario, dal mercato e dai paesi capitalisti.
Cuba c’è riuscita per un lungo periodo pagando comunque un prezzo pesantissimo, e oggi tenta la strada di permettere il “lavoro per conto proprio” ben cosciente dei rischi che questo significa per la Rivoluzione.

Un esempio – negativo – che molti critici portano è quello di non aver spezzato il sistema “estrattivo”, ma di averlo solo nazionalizzato e non aver intrapreso politiche che permettessero di sganciarsi da questo modello.
Cosa non vera perché , ad esempio, era nei piani del governo Morales non solo lo sfruttamento del litio di cui la Bolivia è ricchissima ma la costruzione di impianti industriali per il suo utilizzo, così come da anni in Venezuela si cerca di affrancarsi dal modello basato sull’estrazione e la vendita del petrolio.
Tuttavia cambiare la struttura industriale di un paese non è un gioco da ragazzi, se pensiamo che l’Italia (paese imperialista con una struttura industriale che ne faceva una potenza a tutti gli effetti), per risollevarsi dai danni della 2° Guerra Mondiale, nonostante il fiume di dollari del Piano Marshall riuscì a farlo solo negli anni ’60, a 15 anni dalla fine della guerra. Se poi parliamo di paesi dove i capitali se ne vanno all’estero appena realizzati, dove le multinazionali hanno saccheggiato per decenni ogni risorsa e regnano ancor oggi incontrastate, lasciando ai governi (borghesi) solo l’onere di indebitarsi con le istituzioni finanziarie internazionali, ci rendiamo conto che , come diceva Marx, siamo nel “regno della necessità” e con questo bisogna fare i conti, come hanno dovuto farlo la Rivoluzione bolscevica (ricordate la NEP?), quella cinese e quella cubana, tra altre.
E’ il problema, insomma, del socialismo in un solo paese, dibattuto da decine di anni e comunque mai risolto. E che coloro che hanno guidato in questi anni i processi rivoluzionari sudamericani hanno sempre avuto presente: da qui l’insistenza e il grande lavoro fatto riguardo a quella che hanno chiamato “integrazione regionale”, cioè la costruzione di una serie di meccanismi economici e finanziari che permettessero alla Patria Grande (il sogno del Liberatore Simòn Bolìvar, un’America Latina unita, integrata e libera) di svincolarsi dal dominio dei vari Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale ecc., ed evitare lo strangolamento non più militare (che resta comunque sempre un’opzione sul tavolo, come ha detto Donald Trump) ma finanziario, che all’imperialismo costa molto meno e produce di più. L’esempio di Cuba e del Venezuela, del bloqueo cinquantennale e delle sanzioni è chiarissimo.

Diciamo poi francamente che a molti ‘rivoluzionari’ europei, scusate ….con la pancia piena, governi come quello di Hugo Chàvez e di Evo Morales non sono mai piaciuti - non rispondevano alla formula classica – e quindi oggi risuonanono le voci di “te l’avevo detto”.
Ma anche le “rivoluzioni” classiche – e ricordiamo le parole di Lenin sul fatto che chi sogna una rivoluzione “pura” sarà sempre deluso perché le rivoluzioni sono opera di uomini concreti e reali e come tali imperfetti – sono state il risultato di processi di accumulo di forze e di esperienze iniziati anni e anni prima dello scoppio finale.

Il capitalismo ha potuto contare su più di 100 anni per costruire il proprio sistema; alle rivoluzioni e ai processi rivoluzionari non è mai stato concesso neppure un attimo di “pace” per consolidarsi, hanno dovuto e devono immediatamente difendersi dal feroce attacco del nemico di classe. Proviamo a immaginare dove sarebbe arrivata Cuba senza 50 anni di attacchi militari, economici, ideologici, ecc.ecc.
In più ogni processo rivoluzionario che prende il potere ha un compito immediato cui non può sfuggire: iniziare a cambiare profondamente lo stato di sfruttamento, di oppressione, di estrema povertà e disuguaglianza, a volte di vera e propria schiavitù in cui si trova il proletariato e la maggioranza della popolazione. Con quali mezzi, visto che non possiede un grammo di “accumulazione primaria” nonostante, come nel caso della Bolivia e del Venezuela, possa essere avvenuto in paesi ricchi di risorse naturali? All’epoca della prima elezione di Evo Morales, la povertà assoluta in Bolivia toccava il 38,2% della popolazione.
Qualche altro dato su cui riflettere: la rapidità con cui gli USA hanno bloccato l’oro del Venezuela, e prima ancora quello della Libia di Gheddafi; il blocco degli investimenti quando Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua rifiutarono di accettare i meccanismi di arbitraggio della Banca Mondiale.

Ci sono molti altri problemi da analizzare, come ad esempio la composizione, il livello di organizzazione del proletariato e delle sue avanguardie, il ruolo, storico e attuale, dei vari Partiti Comunisti della Patria Grande. Ma queste sono solo poche riflessioni che volevamo condividere con i nostri lettori.

In Bolivia, per ora il nemico di classe ha vinto (non del tutto, perché ogni giorno si registrano scontri sanguinosi, scioperi, ribellioni sparse in tutto il paese, anche se la stampa occidentale non ne parla).
Ma è chiaro a tutti che la maschera del neoliberismo in questo continente è andata in pezzi: lo testimoniano ad esempio i fatti del Cile, la “vetrina” per eccellenza del capitalismo andata in mille frantumi e gli scioperi contro il governo che si susseguono nel narco-Stato della Colombia.
Se il condor ha ripreso a volare sull’America Latina è anche vero che sta perdendo sempre più le piume e la nostra solidarietà antimperialista e anticapitalista può contribuire a strappargliene molte altre.

Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, Sesto S.Giovanni

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