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La fabbrica della paura

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(5 Gennaio 2010) Enzo Apicella

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IL SEGNO E LA FORZA

(21 Gennaio 2020)

rilievi romani per il segno e la forza

Il raid statunitense con cui il 3 gennaio è stato ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani costituisce un atto politico rilevante nel quadrante mediorientale del confronto imperialistico.

Perché possa essere correttamente interpretato è condizione imprescindibile che non venga racchiuso in una dimensione bilaterale Stati Uniti-Iran. Non che sia irrilevante la scelta da parte americana della potenza regionale quale obiettivo diretto della prova di forza. Ma la dimostrazione di forza va oltre Teheran e il suo attivismo regionale, di cui Soleimani era uno dei più noti organizzatori. Washington ha lanciato un forte messaggio in un quadro che vede non solo il rilancio e il radicamento della presenza russa, ma anche un rinvigorito dinamismo della Turchia, capace di spaziare dal Nord siriano al Mediterraneo orientale e alla Libia e disposta a mettere sul piatto della bilancia di punti di attrito, almeno per ora circoscritti, il peso della propria consistenza militare. A fronte del concentrarsi delle mosse di una molteplicità di attori intorno a snodi della ridefinizione delle sfere di influenza nella regione, l’imperialismo statunitense ha fatto chiaramente capire di possedere ancora possibilità di intervento che non possono in nessun modo essere trascurate. Componente fondamentale del successo della prova di forza americana è la dimostrazione dell’impossibilità iraniana di rispondere ad un livello militare/politico (e la dimensione militare è parte integrante dell’azione politica, come conferma a fortiori la retorica della soluzione politica contrapposta alla soluzione militare propria dei degradati esponenti politici del declinante imperialismo italiano) neanche lontanamente accostabile a quello del raid americano. Salvo ulteriori e prossimi sviluppi, il bilancio del gesto statunitense è brutalmente chiaro. Teheran non poteva lasciare l’azione americana senza risposta.

Non tanto, ancora una volta, in un’ottica bilaterale nei confronti degli Stati Uniti. Piuttosto in relazione al più ampio gioco di rapporti tra potenze nella regione, potenze osservatrici interessate e destinatarie a vari gradi di coinvolgimento della dimostrazione americana. La reazione iraniana non avrebbe potuto raggiungere il livello politico concretizzatosi nella scelta dell’obiettivo da parte statunitense. Può sembrare cinico, ma anche su questo piano vale la celebre massima sui voti: in casi simili, i morti non si contano ma si pesano. Persino sul piano del conteggio dei danni materiali e delle perdite oggettive però la risposta iraniana è stata finora di un livello tale da non poter rivestire minimamente una funzione compensativa rispetto alla mossa statunitense: nella notte tra il 7 e l’8 gennaio contenutissimi attacchi missilistici contro obiettivi militari americani in territorio iracheno. In sintesi, Washington dimostra non solo una notevole capacità di intelligence e operativa ma anche la possibilità di colpire una potenza regionale nei suoi massimi vertici politici, il tutto attraverso un’operazione a cui probabilmente nessuna altra potenza su scala globale può oggi pensare di fare ricorso a costi immediati così contenuti. L’imperialismo americano ha ribadito nei fatti il proprio status di potenza militare in grado di esercitare una capacità di deterrenza ancora ben lungi dall’essere eguagliata da altri imperialismi. Al contempo non va trascurato il fatto che lo stesso imperialismo statunitense ha avvertito il bisogno di dimostrare la propria forza alla luce di processi e dinamiche che tendono a ridimensionarne il primato. I due aspetti non solo non si escludono a vicenda, ma vanno considerati proprio nella loro intima coesistenza.

Il raid statunitense può essere letto però anche su un altro piano, che potrebbe risultare complementare rispetto al primo. Quello di Soleimani è un omicidio mirato, con forti tratti di somiglianza con le operazioni condotte da Israele. A suo tempo facemmo notare come non fossero convincenti le chiavi di lettura che raffiguravano la condizione dei rapporti tra lo Stato israeliano e le formazioni politiche palestinesi come lo slittamento verso una sanguinaria situazione di caos, una spirale di violenza senza possibilità di rintracciare in essa un logica politica. Innanzitutto perché non tenevano conto dell’enorme divario di forza tra le due compagini. Delle due parti era solo una in grado di intervenire sistematicamente e direttamente, attraverso gli omicidi mirati, nei meccanismi di selezione, di configurazione e negli sviluppi dell’opposto campo politico.

L’intervento armato ai vertici dell’universo politico palestinese non poteva essere posto sullo stesso piano, in termini di significato ed efficacia politici, di azioni di rappresaglia tra la popolazione israeliana, di attentati contro reparti militari dello Stato ebraico in condizione di particolare esposizione. L’omicidio del generale iraniano va considerato come un atto del processo di intervento statunitense nella sfera politica di Teheran? È un’azione che, in maniera analoga alle operazioni israeliane nell’orbita politica palestinese, è volta a intervenire nella dinamica degli equilibri della Repubblica islamica, colpendo talune componenti e favorendo oggettivamente altre, indirizzando determinate evoluzioni, contribuendo ad aprire spazi, a sbloccare situazioni o a complicarne il superamento? La constatazione che la realtà iraniana ha un peso capitalistico e un grado di centralizzazione istituzionale ad un livello qualitativamente superiore ai territori e ai poteri politici palestinesi suggerisce quantomeno una buona dose di cautela prima di accettare l’ipotesi. D’altro canto l’Iran, come altre realtà della regione, è attraversato ormai da tempo da profondi squilibri sociali che alimentano movimenti di protesta non effimeri e non confinabili tra i malumori delle élite urbane, sommovimenti e contraddizioni sociali che si riflettono in tensioni e attriti nel quadro politico della Repubblica islamica.

Rimane il fatto che il divario di forza capitalistica tra gli Stati Uniti e l’Iran è tale da rendere impossibile una guerra aperta che veda in questi due Stati i principali poli contrapposti. Ben diverso sarebbe lo scenario se alle spalle di Teheran andasse coagulandosi un blocco imperialista disposto ad un colpo di acceleratore, anche dal punto di vista militare, nella messa in discussione del ruolo statunitense. Ma oggi una potenza come l’Iran non può ancora costituire parte di una simile coalizione. Anche questo spiega la realizzabilità della prova di forza americana. I tempi storici della formazione delle condizioni per una guerra tra metropoli imperialistiche vanno però accelerandosi e anche questo spiega l’esigenza della prova di forza americana.

Prospettiva Marxista

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