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MIGRANTI E LAVORO AGRICOLO
TRA SFRUTTAMENTO E REPRESSIONE

(28 Febbraio 2020)

Dal n. 86 di Alternativa di Classe

braccianti

Negli ultimi decenni i processi di industrializzazione prima, e di terziarizzazione poi, hanno spazzato via il carattere agricolo del nostro Paese. Oltre alla “decimazione” del numero di addetti, diminuisce in modo altrettanto significativo il numero delle aziende agricole e la superficie agricola utilizzata.
In questo periodo infatti, al lento e costante declino dell'agricoltura familiare, volta all'autoconsumo e al mercato di breve raggio, si è sviluppato in alcune aree geografiche un processo di innovazione tecnologica e intensificazione dell'agricoltura, fondato sull'adozione di un modello “americano” di produzione agricola postfordista. Si tratta di un sistema particolarmente sincronizzato di controllo della produzione, basato essenzialmente sull'intensa concentrazione di capitale, l'utilizzo intensivo di prodotti fitosanitari e tecniche avanzate di concimazione: una minuziosa razionalizzazione produttiva, volta a ridurre i tempi di coltivazione e aumentare i volumi di produzione, attraverso uno sfruttamento intensivo sia della terra che della forza-lavoro, con flessibilità e mobilità di quote significative di manodopera.
Si tratta, cioè, di un sistema tecnologico e istituzionale più simile ad una “fabbrica” agricola, piuttosto che ad una azienda contadina, per l'elevata necessità di capitale, la grande quantità di manodopera e il molteplice supporto tecnologico. Un dettagliato studio, condotto dalla Unione italiana dei lavoratori agroalimentari, documenta, in modo puntuale, l'incidere della manodopera immigrata nelle colture e allevamenti del Paese.
Senza il lavoro degli immigrati la produzione agricola si bloccherebbe. Senza gli immigrati, che operano in condizioni di sfruttamento e con versamenti previdenziali minimi, la regione Piemonte, ad esempio, vedrebbe sparire dai campi 20mila dei 32mila lavoratori stagionali. Ma, intanto, l'assessore regionale leghista a sicurezza e politiche dell'immigrazione del Friuli Venezia Giulia, Pier Paolo Roberti, nei giorni scorsi ha dichiarato: 'Siamo pronti ad acquistare fototrappole da posizionare sui sentieri in prossimità dei confini, per individuare in tempo reale i transiti di immigrati irregolari'. Immigrati trattati come i cinghiali!
E forze politiche sedicenti di sinistra vedono il problema del lavoro agricolo soltanto come una questione “umanitaria”. I lavoratori migranti sono rappresentati come “vittime” di violenze, schiavitù, tratta, mafia, ecc, e non come lavoratori sfruttati in un sistema economico basato sul profitto. Da qui provvedimenti che operano soltanto in direzione di una sterile repressione del caporalato. Le norme di contrasto all'intermediazione illecita di manodopera sono del tutto inefficaci dinanzi a un quadro normativo di radicale deregolamentazione del lavoro, come dimostra in Italia il caso di Paola Clemente, la bracciante pugliese morta nei campi per un infarto ed ingaggiata per 3 Euro l'ora da una agenzia di lavoro interinale per la raccolta dell'uva.
Il caporalato non è una sacca residuale di un passato arcaico, che stenta a scomparire sotto i colpi del “progresso”, ma piuttosto un elemento costitutivo della modernità capitalistica. I cosiddetti “caporali”, al di fuori dei normali canali di collocamento e senza rispettare le tariffe contrattuali sui minimi salariali, fungono da intermediari con i datori di lavoro, arruolando la manodopera e trattenendo per sé una parte del compenso (una sorta di tangente). Tratto significativo del fenomeno è il monopolio del sistema di trasporto, che costringe i braccianti a dover pagare anche lo spostamento verso i luoghi di lavoro.
Si è assistito nel corso degli ultimi dieci anni a un fenomeno particolarmente rilevante di aumento controtendenziale del numero ufficiale degli occupati in agricoltura. Negli anni della crisi dal 2008 al 2013, mentre in Italia si è continuato a registrare un calo generalizzato del numero degli addetti in tutti i settori, compreso in agricoltura, nel ragusano, ad esempio, invece si è passati da ventimila a venticinquemila addetti nel settore primario.
Quello che cambia in modo marcato è “il colore della pelle” dei lavoratori in agricoltura. Le campagne meridionali diventano luogo di primo approdo e di transito per migliaia di immigrati provenienti dall'Africa e diretti in Europa, dove avranno modo di saggiare le dure regole dello sfruttamento lavorativo agricolo. Il sottosalario, il pagamento a cottimo, la mancanza di garanzie contrattuali, gli straordinari e le ferie non pagate, i licenziamenti indiscriminati, le prepotenze dei caporali, sono una costante nelle serre italiane.
Ogni anno nella stagione estiva, con picchi tra Luglio e Settembre, sono presenti nella Capitanata, in provincia di Foggia, circa 7000 braccianti migranti, stanziali e stagionali, che offrono manodopera a basso costo, in primis per la raccolta del pomodoro, la cui produzione in questi territori rappresenta oltre un terzo del totale nazionale.
L'Estate del 2019 è stata una bruttissima stagione. Il caporalato continua a governare. I braccianti ancora una volta impiegati in condizioni di duro sfruttamento, e costretti a vivere in insediamenti pericolosi e insalubri. Una stagione resa ancora più pesante dagli effetti del Decreto Sicurezza sulle vite dei lavoratori stranieri, presi di mira con vere e proprie aggressioni xenofobe.
Le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti, sebbene da più parti deprecate, sembrano essere immutabili. Nel Luglio del 2011 a Nardò, in provincia di Lecce, qualcosa è sembrato cambiare, quando un gruppo di braccianti migranti hanno dato vita ad un vero e proprio sciopero che, perlomeno nella fase iniziale, è stato completamente autorganizzato ed autogestito dai lavoratori. Lo sciopero scoppiava il 29 Luglio, quando un gruppo di braccianti aveva deciso di non assecondare la richiesta del proprio caporale, che chiedeva loro di prestare lavoro aggiuntivo, senza però ricevere alcun incremento retributivo.
Pochi sono gli elementi che si sono modificati nel corso degli anni, e tra questi la composizione sociale dei braccianti avvicendatesi sul territorio, e che discende, a sua volta, essenzialmente da tre fattori: quelli produttivi (il cambio della tipologia dei prodotti agricoli coltivati e la modificazione degli ettari di coltura destinati alla coltivazione, che ha richiamato un numero maggiore di manodopera), quelli economici più generali (la crisi capitalistica degli ultimi anni e i licenziamenti ad essa connessi, che hanno spinto verso il settore agricolo soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi, di sovente nelle città del centro-nord Italia) e ancora, quelli legati ai cambiamenti intervenuti sul versante delle dinamiche migratorie.
Tali cambiamenti si sono avuti soprattutto dal 2011, quando, a seguito delle cosiddette primavere arabe e dell'intervento armato in Libia, è mutato il panorama degli arrivi e delle presenze dei cittadini stranieri sul territorio, dove è aumentato il numero dei cittadini richiedenti asilo e/o protezione umanitaria che, in conseguenza delle politiche e delle modalità di accoglienza loro riservate, sono divenuti un importante bacino di reclutamento di manodopera per la raccolta stagionale.
Se la modificazione della composizione sociale della forza-lavoro cambia nel tempo, a rimanere del tutto invariati sono invece altri due elementi fondamentali alla strutturazione del contesto socio-economico nel quale il lavoro bracciantile prende forma: il ruolo e le modalità di intervento delle istituzioni politiche e la intermediazione lavorativa tra domanda e offerta di lavoro garantita dal meccanismo del caporalato.
E questo nonostante la Legge contro il caporalato sia entrata in vigore il 4 Novembre 2016. Le istituzioni locali non hanno predisposto nemmeno misure relative alla sistemazione alloggiativa dei braccianti, né tali misure sono state poste in essere dai datori di lavoro. I braccianti continuano ad essere delle presenze sconosciute, dimenticate e quasi invisibili sul territorio, costretti a vivere e ad arrangiarsi autonomamente in stabili lasciati all'abbandono, o accampati direttamente sui terreni agricoli.
Ad oggi, la maggioranza dei lavoratori continua a vivere su terreni agricoli o in ruderi abbandonati nelle campagne: vecchi casolari o capanni per gli attrezzi. Il tutto in assenza di ogni più elementare servizio: da quelli igienici e sanitari ai trasporti. Veri e propri ghetti, che costringono i loro abitanti in una dimensione disumana. L'assenza di servizi, che dovrebbero per legge essere garantiti dalle aziende agricole e dal sistema istituzionale, ha creato le condizioni nelle quali si è consolidato il sistema di intermediazione informale tra domanda e offerta di lavoro, garantita dal meccanismo del caporalato, tanto da renderlo, ancora oggi, la modalità principalmente utilizzata dalle aziende per il reclutamento di manodopera stagionale.
Il caporalato continua ad essere, sotto diverse forme, un elemento strutturale all'organizzazione del lavoro agricolo, un “servizio” che l'economia informale fornisce alle imprese per mantenere basso il costo del lavoro, aumentare lo sfruttamento, e al contempo controllare e disciplinare la forza-lavoro con debole potere contrattuale.
Nella Piana di Gioia Tauro lo sfruttamento inizia alle 5 del mattino, quando i caporali iniziano a caricare i braccianti, radunati in diversi punti di raccolta. Da qui vengono trasportati nei diversi fondi agricoli sparsi nella Piana, per essere impiegati nella raccolta degli agrumi.
Nei furgoni, omologati per il trasporto di non più di nove passeggeri compreso il conducente, i caporali riescono a caricare sino a 15 persone, costringendo i braccianti, già provati dalla disumane condizioni di vita all'interno della baraccopoli, a trovare posto su sedili di fortuna in mezzo a tavole di legno, secchi di plastica, cassette per la raccolta e pneumatici usati. Arrivati nelle campagne, i braccianti migranti sono costretti a lavorare 10-12 ore, senza alcuna protezione individuale, a 2-3 Euro l'ora.
Sono passati dieci anni dalla rivolta dei migranti di Rosarno, quando scesero in strada con rabbia per protestare contro il ferimento di uno di loro. Stanchi e allo stremo per essere sfruttati negli agri, e costretti a vivere come animali in edifici fatiscenti. Sono passati gli anni, ma le condizioni di vita dei migranti non sono per nulla cambiate. I braccianti di Rosarno reclamano da sempre un tetto. In cambio hanno ricevuto repressione e sgomberi. Il problema dei migranti nella Piana va inquadrato in un contesto più grande, che è la condizione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana, su cui regge il sistema economico capitalistico, proteso a produrre strapotere e ricchezza per pochi.
All'ex Canapificio di Caserta, dove si dovrebbe gestire il progetto Siproimi (Sistema di protezione umanitaria internazionale per i migranti adulti e i minori non accompagnati), le richieste di rinnovo dei permessi di soggiorno per motivi umanitari sono state rigettate a causa del Decreto Salvini.
Il Governo Conte-bis non solo non ha abrogato il primo Decreto Sicurezza, ma lo sta applicando nella sua forma più restrittiva, e addirittura in modo retroattivo. I migranti si trovano privi di reddito, necessario al loro sostentamento, dell'assistenza sanitaria, e senza un'abitazione in cui poter vivere.
La ong Oxfam, nel nuovo Rapporto pubblicato il 20 Gennaio u.s., denuncia che, negli ultimi quattro (4) anni, un miliardo di Euro di fondi UE per lo sviluppo dei Paesi africani è stato sottratto all'uso umanitario, per finanziare la Guardia costiera libica e le politiche nazionali di brutale repressione dei migranti.
In un contesto in cui leggi razziste e fasciste, come i decreti sicurezza, colpiscono miratamente i lavoratori, l'unica arma efficace per farsi ascoltare, per i lavoratori migranti e autoctoni dell'agroindustria, è la lotta intransigente contro la macchina capitalistica che gestisce la circolazione di merci, denaro e persone, secondo i suoi interessi e per il profitto.
Le istituzioni, se da un lato continuano ad ignorare la necessità urgente di regolarizzare i migranti e la cancellazione dei decreti sicurezza, dall'altro mostrano i muscoli e utilizzano tutta la violenza dell'apparato repressivo. Per questo, all'unità dall'alto delle burocrazie sindacali, volta a legare i lavoratori al carro dei loro sfruttatori, va contrapposta l'unità di azione di tutto il sindacalismo conflittuale, volta ad unire le lotte al di sopra dei confini fra settori produttivi, aziende, categorie e fra Paesi.
E' solo su questo terreno che i lavoratori, migranti e autoctoni, possono costruire la loro forza, l'unica in grado di sconfiggere il capitalismo ed il suo regime politico.

Alternativa di Classe

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