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8 Marzo di lotta!
Emancipazione è rivoluzione!

(7 Marzo 2020)

Camilla Ravera

Camilla Ravera

Solo il marxismo ha saputo fornire, per la prima volta, una base materiale scientifica per la causa dell’emancipazione femminile.

Ha spiegato le origini della sua oppressione, rintracciandole nella nascita della proprietà privata e delle classi, condizione perpetuata con l’affermarsi del sistema di produzione capitalista che determina una doppia giornata lavorativa e una duplice oppressione della donna; ha spiegato il ruolo della famiglia e del patriarcato nell’accumulazione capitalistica; ha spiegato come l’abolizione della proprietà privata fornisce le basi materiali per trasferire all’insieme della società tutte le responsabilità sociali che ricadono, ancora oggi, prevalentemente sulla donna. Il modello patriarcale è funzionale al modello capitalista perché carica sulla donna il lavoro domestico e quello di cura, nega la personalità della donna e consolida assetti proprietari più funzionali e prolifici per la classe dominante.

Gli aspetti culturali e sovrastrutturali, ad esempio le religioni monoteistiche, hanno solo contribuito a legittimare l’egemonia economica capitalista.

Nel sistema capitalista lo sfruttamento della donna è elemento essenziale: se la donna non lavora e ricopre mansioni di cura, svolge un compito sociale non retribuito contribuendo ad un risparmio oggettivo per lo Stato borghese; se la donna lavora, viene comunque retribuita meno dell’uomo determinando la diminuzione del monte salari complessivo e l’aumento del grado di sfruttamento del proletariato.

L’attualità dimostra la correttezza dell’analisi marxista: oggi le donne non sono emancipate, anzi sono sempre più oppresse.

Le socialdemocrazie del dopoguerra hanno dovuto concedere, grazie alla grande pressione esercitata dall’emergere del proletariato a protagonista della storia a livello mondiale, una teorica libertà alle donne, con la possibilità di accesso al lavoro, con l’uguaglianza dei diritti politici e della fruizione delle libertà individuali; hanno persino dovuto accettare di riconoscere il diritto all’aborto e al divorzio.

Ma “la borghesia dà e la borghesia toglie”, a seconda dell’andamento dei rapporti di forza fra le classi e dei profitti. Le liberaldemocrazie attuali, che dimostrano ormai palesemente il totale asservimento delle politiche dello Stato borghese alle esigenze economiche della classe egemone, per sostenere la necessità della borghesia in una fase di saggio di profitto discendente, tornano ad attaccare le donne e ad incrementarne lo stato di sfruttamento.

Il processo di emancipazione fino ad ora compiuto svela la sua vacuità quando si analizzino i dati: nella crisi economica le donne sono le prime ad essere espulse dal processo produttivo; i tassi di disoccupazione femminile sono quasi del 50%; quando lavorano, le donne vengono retribuite mediamente il 17% in meno degli uomini a parità di mansione e quindi, nonostante le leggi sulla parità salariale, non si rileva una diminuzione cospicua del differenziale salariale; nonostante la formale parità giuridica, le lavoratrici sono spesso segregate in alcuni settori di attività e concentrate nei livelli inferiori; persino la libertà sessuale, bandiera fondamentale di un certo tipo di femminismo, ha finito per essere usata oggi contro le donne, generando sempre più mercificazione del corpo e giustificazione per una violenza che non è mai frutto dell’opposizione di genere ma è sempre frutto dei rapporti di oppressione fra dominante e dominato.

La donna, nei rapporti di produzione attuali, non solo contribuisce alla produzione e alla riproduzione della forza-lavoro ma, sempre più espulsa dal processo produttivo nelle imprese, con il lavoro domestico e di cura non retribuito, supplisce allo smantellamento del welfare; sul posto di lavoro produce plusvalore quanto l’uomo ma il prezzo della sua forza-lavoro è più basso.

Il femminismo borghese, malgrado la generosità di alcune sue lotte, ha la sua matrice di classe ed è chiaro che poco interesse ha in comune con la donna proletaria e con la sua emancipazione reale.

Per questo la lotta di genere, se non si coniuga con la lotta di classe, è lotta dei borghesi, donne e uomini, in ultima analisi contro le proletarie e i proletari: produce campagne demagogiche che annebbiano la coscienza della differenza di classe (basti pensare all’interpretazione della violenza maschile contro le donne come violenza di genere e non propria di una società divisa in classi); divide proletarie e proletari mettendoli in concorrenza nel sistema produttivo; genera illusorie proposte di autogestione e autoformazione delle donne, cadendo nell’utopismo anarchico che impedisce alla classe proletaria di avere coscienza di sé e costruire con la rivoluzione un altro Stato, quello socialista, e astrae dalla realtà oggettiva che vede la classe dominante necessitare della sovrastruttura dell’egemonia culturale per mantenere l’egemonia economica; arriva a proporre il salario minimo europeo e il reddito di autodeterminazione per le donne, astraendo così dalle leggi reali dell’economia capitalistica, che determinano la costante riduzione del salario reale, e scollando il reddito dal lavoro favoriscono la creazione di una precarietà perenne che finirà per generare sempre più violenza economica e sociale nei confronti delle donne proletarie. Il femminismo borghese non può che essere al servizio degli interessi borghesi.

Associazioni, sindacati e partiti socialdemocratici e liberaldemocratici, che non mettono in discussione il sistema capitalista fondato sullo sfruttamento, e quindi sulla violenza, mirano a controllare il movimento di emancipazione delle donne per farne arretrare il livello di coscienza, di organizzazione e di lotta.

Ciò non significa non combattere battaglie di resistenza come la difesa della 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza o a difesa dei consultori o delle leggi che tutelano le donne lavoratrici; ma significa rafforzare il lavoro affinché il movimento delle donne si sviluppi con un orientamento corretto, consapevole che solo i cambiamenti rivoluzionari nei rapporti sociali possono eliminare la subalternità della donna e solo la partecipazione cosciente e risoluta delle masse femminili può produrre questi cambiamenti apportandovi forza, qualità e valori di lotta.

E’ per questo che le donne e gli uomini che hanno l’obiettivo dell’emancipazione sociale lottano insieme e si impegnano nella costruzione di quella Organizzazione Comunista che potrà dare vita al Partito, unico strumento capace di dirigere la lotta per rovesciare i rapporti di classe e costruire la società socialista in cui le donne storicamente hanno posto le basi per raggiungere la loro reale liberazione.

Che sia quindi un 8 marzo di lotta perché solo la Rivoluzione proletaria è vera emancipazione!


CCT - Coordinamento Comunista Toscano

coordcomtosc@gmail.com

CCL – Coordinamento Comunista Lombardia

coordcomunistalombardia@gmail.com

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

teoriaeprassi@yahoo.it

CCV – Coordinamento Comunista Veneto



“La questione femminile non è, per noi, soltanto una questione morale; né si deve pensare di risolverla con l’affermazione o la dimostrazione che la donna non è inferiore all’uomo, o con la richiesta di equiparazione dei due sessi, quale è intesa dal femminismo. I comunisti vogliono realizzare per la donna, come per l’uomo, l’indipendenza economica”.


Camilla Ravera - Il nostro femminismo - “L’Ordine Nuovo”, 10 marzo 1920

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