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ESSERE CITTADINI ED ESSERE PROLETARI
NEL TEMPO DELL’EPIDEMIA

(18 Marzo 2020)

prospettiva marxista

Nel tempo dell’epidemia di coronavirus la legislazione d’emergenza incalza.
Sono essenzialmente i decreti del presidente del Consiglio a dettare i ritmi del tentativo delle autorità di fare fronte ad un’emergenza che ha il suo fulcro nella crisi del sistema sanitario, sottoposto per anni alle “cure” del dogma del mercato, del profitto, degli spiriti animali di un capitalismo che ha ormai esaurito ogni carica storica progressiva. Sotto la sferza di una repentina situazione critica, in questo tentativo si manifestano prepotentemente i tratti di un mondo politico borghese attraversato da tempo da un processo di scadimento. Il dibattito politico e il confronto tra maggioranza e opposizione ripropongono grottescamente le modalità, le forme, gli avvilenti caroselli della campagna elettorale permanente. Intanto, l’attività legislativa del Governo ha mostrato carenze clamorose, incongruenze e vuoti normativi che hanno imposto affannose precisazioni, convulse puntualizzazioni e brusche escalation nell’inasprimento delle misure restrittive per una popolazione precedentemente sottoposta ad una contraddittoria campagna informativa. Ma in mezzo a tanta inadeguatezza, a tanta improvvisazione, si è sempre più delineato un punto fermo, una precisa linea di condotta, perseguita anche tramite ambiguità, ampi margini interpretativi che non è più possibile ritenere solo il frutto di imperizia. Decreto dopo decreto si è fatto sempre più chiaro come il Governo abbia pienamente recepito l’istanza fondamentale proveniente da componenti centrali dello schieramento padronale. Se il “tutti a casa” va sempre più allargato, soprattutto per evitare il collasso del sistema sanitario messo sotto pressione dal rapido estendersi del contagio, allo stesso tempo la forza-lavoro deve continuare ad essere impiegata e a produrre. Così, il Governo ha, da un lato, esteso sempre di più le misure d’urgenza, fino a coprire l’intero territorio nazionale, dall’altro, ad ogni passaggio, è stato confermato l’approccio volto a lasciare nei fatti agli imprenditori la disponibilità della loro forza-lavoro, anche a costo di esporre i lavoratori a rischi sempre più evidenti. Non solo, in pieno contrasto con l’estendersi dell’epidemia e con i toni propagandistici da mobilitazione totale in nome dell’intera comunità nazionale, i provvedimenti contenuti nei decreti del presidente del Consiglio hanno addirittura allentato i vincoli e le restrizioni che riguardavano lo svolgimento delle attività lavorative. Si è passati così dalla sospensione generalizzata (ad eccezione dei servizi essenziali e di pubblica utilità) prevista nel decreto del 23 febbraio relativo alle prime “zone rosse”, all’oscura previsione di «comprovate esigenze lavorative» nel decreto dell’8 marzo. Ma la pietra d’angolo di questa legislazione così utilmente vaga per gli interessi padronali è costituita dalla disposizione contenuta nel decreto dell’11 marzo. Laddove non fosse possibile – prevede il testo – garantire al lavoratore la distanza interpersonale di un metro (pur definita «principale misura di contenimento» dell’epidemia), l’azienda dovrà far ricorso a strumenti di protezione individuale. In un contesto lavorativo nazionale che vedeva ancora molte realtà in cui l’attività lavorativa procedeva come se nulla fosse successo, il Governo interveniva così con una totale assenza di misure sanzionatorie per le imprese (questo tratto si rivelerà per altro una costante fermamente mantenuta nell’attività legislativa emergenziale dell’Esecutivo) e con una precisa scelta di lasciare nel vago la rilevazione delle effettive condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro (chi stabilisce che non è davvero possibile mantenere la distanza?). Ma soprattutto viene sancito che per l’operaio, per il lavoratore salariato che deve garantire la produzione e la continuità dell’attività economica sul posto di lavoro, nel pieno di un’epidemia che ha elevato l’autoreclusione a misura principe della salvezza nazionale, una mascherina può essere garanzia sufficiente per continuare nella propria mansione in condizioni che al di fuori della fabbrica sarebbero considerate criminali.
Ma poi è successo qualcosa che forse nemmeno i vertici politici della borghesia avevano pienamente previsto. L’alluvione di retorica circa il sacro dovere di riconoscersi nella comunità nazionale in pericolo, sull’emergenza che raccoglierebbe tutti nella stessa barca, e via discorrendo, ha sì trovato campo libero in una società inaridita, infiacchita da anni e anni di sostanziale pace sociale capitalistica, facendo accettare senza se e senza ma misure restrittive senza precedenti nella storia repubblicana. Al contempo però questa campagna ha sortito l’esito non voluto di scaraventare in piena luce di fronte agli occhi della classe operaia, con una brutalità improvvisa, una delle più intime condizioni di esistenza della società borghese. Una condizione con cui il pensiero marxista, già agli albori della propria elaborazione teorica, si è misurato. Nella società del capitale esiste il cittadino, uomo astratto e connotato da una condizione di uguaglianza nella propria sfera giuridico-politica, estraneo nella sua astrazione ad ogni condizione specifica di classe. Ad esso, in un rapporto necessario e contraddittorio, si accompagna l’esistenza, nella realtà dei rapporti sociali, dell’uomo immerso nei rapporti di classe, segnato concretamente da essi, definito da tutte le diseguaglianze, le specifiche condizioni economiche e sociali che la dimensione formale dell’uguaglianza giuridico-politica non nega ma presuppone. Proprio la martellante campagna del “tutti a casa”, la celebrazione della comunità che si riscopre unita nell’obbedienza alla prescrizione dell’isolamento, hanno favorito la percezione di questa contraddittoria coesistenza: la stessa persona, come cittadino, deve stare a casa, è esortato a stare a casa, è elogiato se rimane a casa, è punito severamente se esce di casa senza poter mostrare alle autorità sufficienti giustificazioni, ma, in quanto operaio, deve uscire quotidianamente da casa, aggregarsi con atri lavoratori, sfidare quotidianamente quei pericoli che come cittadino deve assolutamente evitare, porre in essere comportamenti, finalizzati alla produzione e all’attività economica, che nella sfera del cittadino sarebbero considerati irresponsabili e pericolosi per sé e per la comunità. Molti operai, molti lavoratori hanno capito che è stata compiuta una scelta ai piani alti della società e come questa scelta preveda che, nella tanto celebrata comunità nazionale, la vita e la salute dei cittadini che sono al contempo operai siano sacrificabili di fronte agli imperativi della produzione, del mercato, del profitto. Hanno intuito che, al di là dei fumi della retorica sulla sacra unione di fronte al virus, le regole e le norme che tutelano i cittadini non tutelano gli operai, che all’interno delle fabbriche e degli stabilimenti queste ferree norme di salute pubblica si relativizzano come d’incanto. Hanno compreso come ci sia qualcosa di nocivo, di falso, di pericoloso per loro nel fatto che, come cittadini, vengono sanzionati se portano a spasso il cane senza permesso, se si riuniscono, ma che al contempo sono tenuti, come operai, ad uscire di casa regolarmente e a regolarmente riunirsi sul luogo di lavoro. Un’intuizione che, se rimane intuizione, non può ricondurre la contraddizione sperimentata al cuore del funzionamento della società capitalistica e sostenere un percorso di crescita nella coscienza di classe. Ma è bastata per innescare una sequenza di scioperi spontanei in varie zone d’Italia. Finora questo fenomeno non ha mostrato i caratteri di un movimento di lotta capace di sfociare in una risposta di classe all’altezza di misurarsi con la campagna di mobilitazione nazionale sostenuta dalla borghesia e con le mosse con cui componenti capitalistiche e poteri politici stanno aggiornando le forme ideologiche e le modalità di sfruttamento ai tempi dell’emergenza. La piccola ma significativa ondata di scioperi ha però esercitato una pressione su autorità politiche, mondo imprenditoriale e burocrazie sindacali. È stato necessario, quindi, lanciare un messaggio e fornire un appiglio ai sindacati asserviti per potersi in qualche modo ancora presentare come possibili referenti per il disagio e le preoccupazioni dei lavoratori. Di qui l’enfasi attribuita ai colloqui tra le cosiddette parti sociali e il Governo e le trionfanti dichiarazioni, da parte padronale, governativa e sindacale, a margine della firma, il 14 marzo, del protocollo condiviso. Dichiarazioni da parte sindacale in realtà surreali se confrontate con il contenuto del testo. Se è ravvisabile infatti qualcosa di trionfante è la vaghezza delle espressioni con cui si prescrive un intervento aziendale di potenziamento delle condizioni di sicurezza («se possibile», gli autisti devono rimanere a bordo dei propri mezzi, va ridotto «per quanto possibile» l’accesso a visitatori etc.), è la perdurante assenza di un preciso schema sanzionatorio per i padroni che non dovessero rispettare le indicazioni (vale anche su questo versante la duplice realtà dell’uomo nella società borghese: il cittadino è sottoposto ad una legislazione universale e al contempo, in quanto capitalista, è oggetto di specifiche e benevole attenzioni da parte del potere politico). Ma dove il protocollo abbandona ogni vaghezza, ogni ambiguità, per assumere una precisione non casuale (sia pure espressa in un orrido italiano) è in una prescrizione posta sotto la voce «Dispositivi di protezione individuale». È uno dei punti cardine del documento e, non a caso, riguarda la deroga tramite la quale mantenere al lavoro chi altrimenti, sulla base delle stesse indicazioni trasmesse a getto continuo su tutti i mass media e supportate da minacce di sanzione da parte delle autorità, dovrebbe tassativamente starsene a casa. L’impianto è quasi letteralmente ripreso dal decreto dell’11 marzo. Qualora non si possa mantenere il fatidico metro di distanza, è necessario che il lavoratore sia fornito di mascherine etc. Quasi letteralmente, si diceva. Infatti compaiono un paio di differenze non del tutto irrilevanti rispetto alla prima e fondamentale disposizione. Nel protocollo condiviso – frutto di ben 18 ore di trattative tra sindacati confederali, associazioni padronali e Governo, ha ricordato orgogliosamente il premier Conte – il fattore che impedisce il rispetto del metro di distanza non è più evocato indistintamente ma ha un nome e cognome: le esigenze produttive e dell’attività economica («qualora il lavoro imponga di lavorare a distanza interpersonale minore…», non è certo l’eleganza stilistica a connotare la prosa delle “parti sociali”). Vale a dire è l’azienda, con i suoi criteri, il suo giudizio sui compiti e i bisogni dell’attività economica, a stabilire i casi in cui «il lavoro imponga di lavorare». Al contempo, inoltre, scompare l’identificazione della distanza interpersonale di un metro quale misura principe contro il contagio (una tale assegnazione gerarchica avrebbe reso meno agevole la sistematizzazione della deroga). Non deve stupire infine che, verificato il terreno favorevole a questa linea di assegnazione della priorità produttiva rispetto alla salute dei lavoratori, l’Esecutivo si sia spinto oltre. Incurante delle inconsistenti intimazioni di quegli stessi sindacati confederali che hanno dato prova di tanto spirito collaborazionista con il protocollo condiviso, il Governo è arrivato al punto di prevedere, nel cosiddetto decreto cura Italia, una specifica deroga per i lavoratori del settore farmaceutico inteso in senso lato: per loro non valgono le norme della quarantena in vigore non solo per i cittadini ma anche per gli altri lavoratori.
L’epidemia ha dato il via ad una situazione di crisi che ha posto sotto tensione cruciali elementi contraddittori della società capitalistica in generale e di quella italiana in particolare. Ha imposto alla borghesia e ai suoi poteri politici un’accelerazione e un’intensificazione nelle forme e nei meccanismi di controllo sociale, tanto ideologici quanto nei termini di concreta azione sul territorio. Ma al contempo ha fatto riemergere in piena evidenza, con una forza che per anni è stata contenuta nel profondo delle relazioni sociali, la realtà della divisione di classe. Ha reso questa demarcazione un fatto immediatamente e drammaticamente percepibile, un dato che si impone visivamente. Migliaia e migliaia di operai, di salariati, stanno oggi sperimentando sulla propria pelle, e sulla pelle delle proprie famiglie, cosa significa appartenere alla classe sfruttata nel capitalismo e, insieme, alla classe su cui tutta l’impalcatura capitalistica si regge. Una situazione di crisi ha ancora una volta svolto un ruolo chiarificatore, facendo piazza pulita di decenni di orge ideologiche intorno alle narrazioni della società post-industriale, della scomparsa della classe operaia (senza dimenticare che, alla bisogna, potranno essere in futuro riscoperte e riproposte con entusiasmo). La classe operaia esiste, eccome. Oggi come ieri, è fondamentale, oggi come ieri, deve tenere in piedi l’intera baracca. Anche a rischio della propria salute e della propria vita. Nel momento dell’emergenza, sono il capitale stesso e le sue autorità politiche a confermare tutto questo, guardandosi bene dal mollare la presa sull’unica classe su cui poggia la produzione e il sostentamento di tutte le componenti borghesi e gli strati parassitari. Nella loro drammaticità, questi momenti di crisi offrono occasioni di chiarimento, aprono squarci illuminanti sui rapporti sociali. È del tutto comprensibile che la classe dominante e i suoi tirapiedi politici e ideologici cerchino di affogare la dura consapevolezza che in simili fasi tende a farsi largo nella classe sfruttata in un maleodorante oceano di retorica “comunitaria” e di intossicazione nazionalista. Nell’aspra luce della crisi, gli elementi embrionali della coscienza di classe devono essere invece sospinti verso nuove e superiori acquisizioni. L’opera di formazione e di educazione della classe e nella classe deve guadagnare oggi terreno. Deve cogliere il momento di dolorosa chiarezza come condizione di rafforzamento nella prospettiva dei futuri passaggi della lotta che porterà il genere umano a riunirsi davvero in una comunità liberata dagli steccati delle classi e dalle catene dell’interesse privato.

Prospettiva Marxista

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