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L'umanità tra paura, stupidità e follia

(9 Aprile 2020)

urlo munch 2

Chi si occupa di questioni sociali dovrebbe essere sempre grato a chi esplicita con chiarezza le proprie intenzioni e la prospettiva per la quale lavora senza nasconderla in una foresta di chiacchiere; altrimenti detto: andare al cuore del problema e farsi intendere da tutti. Bisogna però ammettere che in una fase come quella attuale è molto complicato riuscire a rintracciare linee di tendenza chiare, perché molti “professoroni” sono in preda al panico; per non parlare degli uomini di Stato che sbandano paurosamente come l’ubriaco che fa ritorno a casa barcollando a zig zag. Cerchiamo perciò, senza ululare alla luna, di rimanere lucidi nel tentativo innanzitutto di capire cosa abbiamo di fronte, di riuscire a rintracciare linee oggettive e soggettive per cercare poi di delineare un punto di vista in questo inizio di caos generale, perché non siamo ancora arrivati in fondo all’abisso.

Prendiamo in esame come campionatura della “classe” borghese, cioè della classe al “potere” dell’attuale modo di produzione.

A fine febbraio un nome altisonante come Carlo Rovelli, un fisico, dunque uno scienziato, sul Corriere della sera scriveva: «Il valore del Green Deal europeo è centrato sull’idea di trasformare la sfida ambientale in opportunità anche economica. Non è presentato come limite alla crescita ma come una nuova strategia di crescita». Eravamo allora prime notizie che giungevano da Wuhan e l’emerito scienziato si avventurava in una nuova proposta per una nuova crescita dell’economia.

Dopo poco più di un mese lo stesso scienziato pubblica sempre sul Corriere della sera (del 2 aprile) un articolo al cui cospetto l’urlo di Munch ci fa la figura dell’oca giuliva.

Leggiamo solo qualche passaggio «La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. […] Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. […] siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza».

Ma lo stesso Rovelli solo un mese prima scriveva: «L’emergenza ambientale è grave. Abbiamo già cominciato a subirne avvisaglie con danni ingenti e morti causati da ondate di calore, mega-incendi, inondazioni in regioni costiere, siccità, problemi per la pesca, uragani, riduzione delle risorse idriche, e altro. Ma i dati indicano che la situazione si aggraverà». Di chi la colpa? Di nessuno risponde Rovelli. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ma non è finita, perché se fino a un mese prima pensava che la scienza poteva creare nuove opportunità di crescita dell’economia, ora scrive: «Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi».

Il nostro scienziato trova addirittura il coraggio di scrivere: «Anche le nostre piccole» piccole? «Arroganze occidentali sono oggi messe a dura prova. l medici, gli aiuti più necessari, ci sono arrivati da Cuba, dalla Cina, dalla Russia, perfino dall’Albania … Non erano questi che dicevamo avevano sbagliato tutto? I Paesi che si sono difesi meglio, molto meglio di noi, con meno morti, sono Singapore, Hong Kong, Taiwan, la Corea … Non eravamo noi occidentali i primi della classe? Quando questo sarà passato, sarà tempo di rivedere qualche presunzione».

Ecce homo, ecco l’uomo piccolo e meschino, che atterrito perde lo spirito di potenza, di arroganza e di prepotenza; che impaurito e assalito dai sensi di colpa muove a commozione: «E, non dimentichiamolo, sono immensamente meno del numero di morti nel mondo per fame o malnutrizione». Troppo facile e troppo comodo essere assalito dai sensi di colpa quando si è con un piede nella fossa, è come invocare il prete per confessarsi e chiedere l’estrema unzione per il tragico trapasso nella speranza di trovarsi in presenza di San Pietro ed essere accolto in paradiso.

Lasciamo per il momento lo scienziato impaurito e passiamo a esaminare chi invece si fa promotore di proposte di fronte a questa pandemia che rischia serissime ricadute su tutta l’economia mondiale.

Al riguardo esaminiamo due articoli di due autorevolissimi personaggi come David Harvey e Paul Romer.

David Harvey, nell’epigrafe a un articolo pubblicato su sinistrainrete.info, scrive: «La pandemia conduce all'implosione un sistema economico globale basato su sfruttamento estremo e finanza volatile. Questa volta può salvarlo solo il consumo di massa finanziato dai governi».

Chiediamo pazienza al lettore se siamo costretti a riportare dei passaggi anche lunghi di un articolo che vuole essere di critica al liberismo e che fornisce in chiusa una proposta operativa degna di nota.

Ammettiamo l’immensa difficoltà a stare dietro a ragionamenti che arzigogolano frasi e concetti che nascondono il più delle volte o una confusione di idee oppure la volontà di immergere in una selva di parole una tesi maldestra, magari indirizzata a chi debba realmente intendere.

Scrive il dotto antropologo: «Quando il 26 gennaio scorso ho letto per la prima volta che il Coronavirus stava guadagnando terreno in Cina, ho subito pensato alle ripercussioni sulla dinamica globale dell’accumulazione di capitale».

Cosa si vuole che siano gli uomini, specie se poveri, di fronte ai rischi che corre l’accumulazione del capitale? In modo particolare se «Il modello esistente di accumulazione di capitale era, mi sembrava, già in grossi guai. I movimenti di protesta si stavano verificando quasi ovunque (da Santiago a Beirut), molti di essi erano concentrati sul fatto che il modello economico dominante non funzionava bene per la gran parte della popolazione. Questo modello neoliberista si basava sempre più sul capitale fittizio e su una vasta espansione di offerta di moneta e creazione di debito. Si trovava già prima della pandemia di fronte al problema dell’insufficiente domanda effettiva per creare il valore che il capitale è in grado di produrre».

Ora, di fronte a un impatto di tale portata, si domanda Harvey: «come potrebbe il modello economico dominante, dalla fragilità assodata e la salute claudicante, assorbire i colpi e sopravvivere agli inevitabili impatti di una pandemia? La risposta dipende fortemente dalla durata e dalla diffusione del blocco, poiché, come sottolineato da Marx, la svalutazione non si verifica perché le merci non possono essere vendute ma perché non possono essere vendute in tempo».

Ma l’insigne antropologo ha una ricetta bella e pronta contro il “liberismo” economico imperante, che vedremo con calma a quali conclusioni porta. Per il momento continuiamo a seguire il suo ragionamento molto articolato. «Il capitale», dice il nostro, «modifica le condizioni ambientali della propria riproduzione, ma lo fa in un contesto di conseguenze non intenzionali (come i cambiamenti climatici) e sullo sfondo di forze evolutive autonome e indipendenti che stanno continuamente rimodellando le condizioni ambientali». Sì, è vero che il capitale è impersonale e l’agire dell’homo capitalisticus determina scompensi nelle restanti specie della natura che ovviamente gli si rivoltano contro, una delle cui conseguenze è rappresentata dal il Coronavirus.

Quale è l’atteggiamento dell’homo capitalisticus rispetto agli effetti del suo operato, nella fattispecie del comparire di virus che aggrediscono l’uomo indebolito nelle sue difese immunitarie?

Dice Harvey: «Big Pharma raramente investe nella prevenzione. Ha scarso interesse a investire nella preparazione di una crisi di salute pubblica. Ama progettare cure. Più siamo malati, più guadagnano. La prevenzione non distribuisce dividendi agli azionisti. Il modello di business applicato alla sanità pubblica ha eliminato le capacità di adattamento che sarebbero necessarie in caso di emergenza. La prevenzione non è neppure un settore abbastanza allettante da giustificare partenariati pubblico-privato».

Sembra trattarsi di un linguaggio di un invasato estremista di sinistra. Che succede, si chiede l’ignaro lettore, uno che si è preoccupato immediatamente delle ricadute economiche sull’accumulazione capitalistica ora attacca frontalmente Big Pharma perché dedita solo al profitto? Ma Harvey attacca pure “frontalmente” l’attuale presidente degli Usa, espressione di uno sfrenato liberismo, dicendo: «Il presidente Trump ha tagliato il budget del Center for Disease Control e sciolto il gruppo di lavoro sulle pandemie nel Consiglio di sicurezza nazionale con lo stesso spirito in cui ha tagliato tutti i finanziamenti per la ricerca, incluso il cambiamento climatico».

La domanda che siamo portati a farci è: cosa proporrà questo studioso per affrontare una situazione così aggrovigliata e pericolosa? Eccola: «Se la Cina non può giocare ancora il ruolo che ha avuto nel periodo 2007-2018, l’onere di uscire dall’attuale crisi economica si sposta negli Stati Uniti. E qui sta l’ironia finale: le uniche politiche che funzioneranno, sia economicamente che politicamente, sono molto più socialiste di tutto ciò che Bernie Sanders potrebbe proporre e questi programmi di salvataggio dovranno essere avviati sotto l’egida di Donald Trump, presumibilmente sotto la maschera di Making America Great Again. Quei repubblicani che si sono opposti così visceralmente al salvataggio del 2008 dovranno fare buon viso a cattivo gioco o sfidare Donald Trump. Quest’ultimo, se sarà saggio, annullerà le elezioni in caso di emergenza e proclamerà l’inizio di una presidenza imperiale per salvare capitale e il mondo da “rivolte e rivoluzioni”».

Siamo così finalmente arrivati a capire l’intento di Harvey, quello di evitare rivolte e rivoluzioni. Si tratta di una tendenza soggettiva, ovvero di una proposta politica da suggerire a un liberista come Trump, affinché si faccia carico di strumenti per evitare che una tendenza oggettiva, quale la possibilità di rivolte e rivoluzioni, si sopisca attraverso interventi dello Stato con un nuovo debito, per rilanciare il consumismo, che passata la tempesta verrà fatto ricadere ancora una volta sulle classi meno abbienti e intanto l’accumulazione riprende il suo corso. Intanto una proposta integrativa di natura tecnico-economica viene in soccorso alle preoccupazioni di Harvey, ed è quella di Paul Romer, premio Nobel per l’economia nel 2018, ex capo economista della Banca Mondiale, che insegna all’università di New York e che ha ottenuto il “prestigioso” riconoscimento per aver integrato l’analisi tecnologica in quella economica. In Italia ha un suo naturale estimatore nel leghista Luca Zaia, presidente della regione Veneto, leggendo la proposta si capisce perché.

Il personaggio ha rilasciato una lunga intervista al Fatto Quotidiano di mercoledì 1 aprile 2020, dove indica in che modo bisogna gestire il rapporto tra la pandemia del Covit-19 e la ripresa dell’economia. Altrimenti detto: la lingua batte dove il dente vuole. Per rendere bene l’idea riportiamo ampi stralci in modo che i concetti risultino massimamente chiari al lettore.

Alla domanda: si può salvare l’economia proteggendo al tempo stesso la salute? il nostro personaggio risponde: «La tragica realtà è che al momento non possiamo fare entrambe le cose ma, se facciamo alcuni investimenti, in poche settimane potremmo riuscirci».

Ora, ammettere, seppure a mezza bocca, che delle due una: bisogna sacrificare e non è certamente l’economia, è già tutto dire. Ma deve interessare la tesi centrale del suo ragionamento: «La cosa più importante adesso è investire nella nostra capacità di testare le persone su larga scala. Questo richiede investimenti in attrezzature per i test e del personale. Dopo potremmo applicare una politica di isolamento intelligente, che significa che si testano tutti ripetutamente, una volta ogni due settimane. Se sei negativo, torni al lavoro e alla vita quotidiana. Se sei positivo, vai in quarantena. La chiave per contenere un’epidemia è isolare le persone contagiose. Ora isoliamo tutti perché non sappiamo chi è infetto».

Ecco, questo è un parlare chiaro, da farsi comprendere da tutti, e innanzitutto delineare una “chiara” prospettiva per la produzione durante una pandemia come quella attuale, senza bloccare attività produttive di ogni genere. In che modo procedere, dunque?

«Le banche», dice il signor Romer, «devono fornire liquidità alle imprese, i governi devono organizzare la produzione di macchinari per i test, creare siti appositi e addestrare personale. C’è un tipo di macchina per i test che sembra una grande fotocopiatrice. Se avessimo 5mila di queste macchine negli Stati Uniti, potremmo testare 20 milioni di persone al giorno. Non è per niente difficile pensare di produrle».
Questo signore ha le idee chiare, sa indicare non solo cosa fare, ma anche in che modo. Chi lo ascolta o lo legge ricava l’impressione di trovarsi di fronte a un lieve incidente di percorso, un intralcio come tanti che capitano nella vita degli umani nel loro rapporto con le altre specie della natura. Niente panico dunque, ma cinica e fredda azione riparatrice del danno e avanti tutta, anche perché: «In due anni potremmo avere un vaccino, che è un modo meno costoso per proteggere l’economia». Ecco, ancora una volta, la vera questione: proteggere l’economia.

Sicché all’homo capitalisticus, in questo caso concentrato nel tecnico-economico, non gli si può chiedere come si è prodotto l’attuale coronavirus, non gliene importa niente, non gli compete. Il suo credo è: «se riesci a far tornare l’economia a produrre, nient’altro conterà. E poi bisogna essere pronti a trovare con i test chi è diventato contagioso, perché l’infezione entrerà anche dal resto del mondo». Dunque prepararsi a vivere in due mondi: uno produttivo e sano, e uno degli infettati. Altro che immunità di gregge come pensavano Boris Johnson e Trump; il signor Romer ha le idee molto più chiare e le spiattella a gran voce. Domanda il povero cittadino della porta accanto: saranno creati dei lazzaretti fuori dai centri urbani per isolare i contagiati di un certo tipo?

Dal momento che la chiusura completa dell’economia [capitalistica, perché di questa stiamo parlando], secondo i premi Nobel di tutte le tendenze, non è credibile, l’esimio signor Romer dice: «I funzionari pubblici devono dire la verità, perché quando mentono perdono la loro legittimità e le persone smettono di fidarsi. Se i tuoi colleghi sono risultati negativi al test negli ultimi giorni e le persone sanno che è vero, saranno felici di tornare al lavoro». Dunque appare ridicola la proposta di Trump di ordinare alla General Motors di convertire i propri stabilimenti per produrre respiratori polmonari e macchine per i test di controllo dei contagi. Non si riprende l’economia con la produzione di ventilatori e mascherine.

Capita spesso di dover leggere fra le righe i messaggi cifrati che vengono lanciati da un autore e che ad una lettura superficiale non emergono per importanza. Il messaggio è chiaro: non ci interessa sconfiggere le cause che producono il virus, almeno per quanto riguarda noi economisti; quello che ci interessa è avere delle persone negative al contagio che tornino al lavoro. Il cui sottotesto è: man mano si sviluppa “l’immunità di gregge”, intanto l’economia segue il suo corso. Ma il nostro Romer vuole ribattere bene il chiodo, perché si conficchi meglio nei cervelli ai quali è diretto: «Bisogna fare test frequenti a tutti e seguire la regola che se sei positivo, vai in isolamento; se sei negativo, torni alla tua vita quotidiana». Il messaggio è chiaro: si tratta di convivere con questo virus sapendo che si può essere sani o contagiati, dunque di stare, indifferentemente, in quarantena o al lavoro, perché il modo di produzione capitalistico deve continuare il suo corso. Nessuna domanda, perciò, su come si è prodotto, ma solo e soltanto come si gestisce il Covid-19 con la ripresa dell’accumulazione.

Ora, di fronte all’accresciuta concorrenza di merci e mezzi di produzione l’attuale pandemia non fa che accelerare ulteriormente le difficoltà dell’insieme del processo di accumulazione capitalistico, senza escludere alcun paese, in una sorta di un impietoso effetto domino. Sicché tutte le suggestioni sovraniste, a tutte le latitudini, non fanno altro che favorire la spontanea canea della concorrenza che è tipica del capitale. Ci appaiono perciò del tutto fuori luogo posizioni come quelle di Piotr sostenute in Epidemie, complotti, crisi e sfere di cristallo, su sinistrainrete.info, circa la prospettiva verso cui si dirige il modo di produzione capitalistico in questa fase, e cioè: «La deglobalizzazione vorrà dire nuovi conflitti interstatali. E quindi nuove bugie, nuova propaganda di guerra, nazionalismi in forme nuove, razzismi in forme nuove, identitarismi in forme nuove» […] «Possiamo andare verso forme di programmazione economica democratica e di distensione dei rapporti interstatali improntati a un multilateralismo concordato».

Cerchiamo di trarre alcune indicazioni di fondo da quello che scrivono i tre personaggi di primissimo piano presi a campione del mondo accademico: un fisico, un antropologo e un tecnico economista, perché al materialista critico dell’attuale modo di produzione spetta il compito, attraverso la proiezione delle loro proposte, di capire gli scenari che i loro contributi potrebbero produrre.


Sintetizziamo allora la “soggettività” accademica di fronte all’attuale situazione:

· a) Lo scienziato, Rovelli, che passa da una proposta per un nuovo corso dell’economia verde allo sconforto, alla crisi esistenziale ed ai sensi di colpa; incapace di profferir parola sul “che fare?” esprime un certo senso di impotenza del mondo scientifico rispetto alla forza delle leggi economiche. Non vede e non può volgere lo sguardo oltre il modo di produzione capitalistico, nonostante sia in crisi. Peggio ancora se osserviamo il campo della medicina dove i medici – quelli onesti - sono prigionieri dell’industria farmaceutica e sono privati di un giudizio sulle cause che provocano i virus e riducono le difese immunitarie nell’organismo umano.

· b) L’antropologo Harvey, che di fronte alla possibilità che il Covid-19 influisca drammaticamente sulla crisi economica mondiale, in modo particolare nei paesi occidentali, non sa fare altro che proporre a Trump di indebitare ulteriormente il paese, elargire consumismo di massa per salvare il capitale da rivolte e rivoluzioni.

· c) L’economista Romer, che propone di procedere separando i contagiati dai non contagiati per riprendere il corso normale della produzione; ovvero sperando nella cosiddetta “immunità di gregge”.

· d) I politici, escludendo Trump e Johnson, che imbambolati barcollano come ubriachi, e alla fine devono sottostare alle dure leggi dell’economia; tutti gli altri sono continuamente alla ricerca del che fare e finiscono inesorabilmente a rimorchio delle stesse leggi.

· e) Mentre in Europa si affilano le armi per una sfida all’ultimo sangue per meglio difendersi in una crisi che si aggraverà ulteriormente a causa del Covid-19, in Italia c’è una parte della sinistra che rincorre il sovranismo e, in modo strabico, una parte occhieggia a Ovest in funzione antitedesca, mentre l’altra guarda a Est, ma sempre in funzione antitedesca.

Tiriamo le somme e diciamo: stabilito che i vari “mondi”, quello scientifico, quello tecnico, quello economico e quello politico, non si pongono il problema di andare alle radici, ovvero alle cause che hanno prodotto il coronavirus e che perciò rincorrono solo il modo di sconfiggerlo e/o di utilizzarlo a scopi capitalistici; per i comunisti, mai come in questa fase, vale il principio di andare alla ricerca delle cause e di denunciarle innanzitutto perché si prospettano scenari cupi, nel senso che al di là della volontà delle classi che sono interessate al mantenimento dello status quo, tutti gli indicatori economici segnalano che l’attuale modo di produzione si sta avviando verso una catastrofe implosiva.

Resta valida perciò la tesi di fondo: il modo di produzione capitalistico ha fondato la sua ragion d’essere su due elementi fondamentali che sono: a) spirito di concorrenza, e, b) profitto. Essi non sono venuti da Marte, ma fanno parte della natura dell’uomo, come dice Hobbes. Entrambi si Interscambiano nei ruoli di causa effetto e viceversa in un unico movimento dove tutte le classi sociali sono complementari e tenute insieme, come in una gabbia d’acciaio in cui tutto si tiene o niente si tiene. I risvolti dei due fattori fondamentali, concorrenza e profitto, nella loro forsennata corsa hanno sviluppato una logica di iper-produttivismo che è arrivata alla produzione intensiva e alla obsolescenza programmata, calpestando ogni razionalità delle leggi naturali, le cui conseguenze sono sotto i nostri occhi.

Quel che ci preme è certificare una certezza: nel momento in cui cominceranno rivolte vere, come effetto della catastrofe, si porrà all’ordine del giorno, di organismi che inesorabilmente sorgeranno, la necessità del “che fare?”. Per rispondere a questo interrogativo bisogna fin da oggi affrontare senza mezzi termini la necessità di cancellare dal nostro lessico quei due famosi elementi che hanno costituito il modo di produzione in declino: spirito di concorrenza e profitto; e con essi prezzi e mercato. Ovvero si dovranno gettare le premesse per un nuovo modo di produzione, che al momento non è ancora identificabile perché «la nottola vola sul far della sera» (Hegel).

Michele Castaldo

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