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CEIman contro Caiman

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(25 Gennaio 2011) Enzo Apicella
I vescovi italiani esternano sui "comportamenti contrari al pubblico decoro"

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Ecco il racconto: venne nonno Nicola e ci condusse nella società socialista. E non avevamo capito

Il Piano del PD non spiegato a nessuno, e il braccio di ferro vero, non presunto con la UE era per deliberare il socialismo

(12 Aprile 2020)

nicola zingaretti

E’ finita in un determinato modo che tutti ricordiamo: la scomposizione dell’Unione Sovietica. Eppure era iniziata sotto auspici progressivi. Glasnost e Perestroika. Si, il racconto proposto era sull’onda della Trasparenza (Glasnost) e della Ristrutturazione (Perestroika) che a dire – in buona sostanza delle due principali anime che si battagliavano – delle forze in campo avrebbero portato più democrazia, perfino più libertà, e grandi passi nell’espansione economica. Con massimo rispetto per i popoli Russi, con rigorosa attenzione verso la società ( e parecchie nazioni attuali che sono rimaste molto collegate con economia e cultura russo/sovietica) di questa grande nazione, possiamo storicamente affermare che ciò che si era detto, da taluni auspicato, da parecchi presagito, non è affatto accaduto. Questo, da cui partiamo, è uno degli esempi possibili per illustrare e dialogare con chi vorrà, circa il “cambiamento o proposizione di un nuovo modello di sviluppo”. Nel senso che in quella occasione – quasi a “voler rincorrere le cantate e osannate gesta delle società capitalistiche” – si passò da un modello di sviluppo (programmazione centrale per l’indirizzo dell’economia, ruolo forte dello Stato nella organizzazione sociale ed economica, diffusione estesa del modello di protezione sociale, ecc) di socialismo di transizione, ad un approdo simil-capitalistico. Quindi parlare di nuovo modello di sviluppo, include lo smantellamento e la proposizione alternativa di un modello, al precedente. A noi comunisti, a noi comunisti organizzati in Italia, col Paese inserito nell’Europa che sappiamo, questa prospettiva di “sostituire il modello di sviluppo attuale” piace molto e vorremmo perseguirla davvero. Non è una affermazione peregrina, e l’esempio di cui sopra non è citato per intimorire, al contrario, è riportato come descrizione del ribaltamento che dovrà essere se si introduce il tema del “nuovo modello di sviluppo”. E veniamo al concreto delle ultime ore. Per determinazione della maggioranza, M5S, PD, LeU, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato che: “Il gruppo di esperti che guiderà Vittorio Colao, avrà il compito di studiare come modificare le logiche dell’organizzazione del lavoro sin qui consolidate, di ripensare alcuni radicati modelli organizzativi di vita economica e sociale”. Ora questo tipo di “incarico” come ognuno può comprendere, ha un mero aspetto tecnici stico che mal si apparenterebbe con un ruolo prettamente politico-istituzionale che è proprio (con oneri ed onori) di chi è chiamato nel Governo e nel Parlamento a guidare il Paese. Allora, solo per entrare parzialmente nel merito, potremmo dire che tecnicisticamente cambiare logica organizzativa del lavoro, potrebbe avere come sbocco possibile (cosa auspicata dai comunisti e da molti altri ad esempio) il dimezzamento dell’orario di lavoro mantenendo la stessa paga: di fatto è quasi un raddoppio dell’occupazione, ma con un tempo a disposizione per la persona amplificato positivamente. Ma potrebbe anche dire il contrario: ovvero proporre di spingere (sul modello Amazon e FCA per comprenderci) il rapporto col lavoratore ad un individualismo in cui scompare di fatto il contratto nazionale di lavoro, in cui si assume a orario con chiamata per sms come un rider da consegna in bici. Si sono ambedue, tecnicamente, un nuovo modello. Sempre per restare nell’ambito dell’incarico al pool di Colao, ripensare modelli organizzativi economici e sociali, potrebbe voler dire (come noi comunisti auspicheremmo) non più sfruttamento di risorse naturali e della gerarchia sociale, e delle classi lavoratrici, non più presenza discriminante dei ticket per accedere a servizi di qualità di accrescimento personale come per la cultura, per lo sport, per la cura della persona in senso lato, oltre che di quelle basilari come l’istruzione, la sanità etc; tagliando sprechi di risorse per la mobilità errata così come per le spese militari che sottostanno maggiormente all’ombrello NATO dal quale uscire ovvero smantellare con altri. Ma questo stesso compito per Colao e C., potrebbe voler significare il ridimensionamento del ruolo di controllo e autonomia sindacale, ovvero il ritocco/sfracello ulteriore della Costituzione per “addomesticarla” alla maniera americana, incentrando il confronto politico e delle idee non su una pluralità di soggetti ma su un dualismo che preveda solo due opzioni. Per non dire della possibilità di indicare – magari in nome di più libertà – la completa liberalizzazione e quindi smantellamento delle statualità ancora esistenti ruolo CDP e vendita ai privati del sistema pubblico dell’informazione. Ad ascoltare le parole/annuncio di Nicola Zingaretti che in queste ore rilancia la parola d’ordine legata al nuovo modello di sviluppo, egli persegue la difesa dell’Europa contro le picconate perché il leader del Pd è intervenuto commentando il dibattito sul Mes e le dichiarazioni del premier Conte nella conferenza stampa di ieri: “Come ha detto ieri Conte, le istituzioni Ue sono state presenti e sono presenti, ci sono state già cose importanti, come il superamento del Patto di Stabilità, l’acquisto dei titoli dei Paesi che ne avevano bisogno, l’assicurazione europea contro la disoccupazione. Io continuo a credere che l’Italia ce la farà soprattutto se l’Europa ricostruirà un modello di sviluppo per i cittadini europei. Senza questo modello di sviluppo non ce la farà nessuno e noi stiamo combattendo, come governo e come Italia, perché l’Europa svolga questo ruolo”. Ne è talmente convinto, Zingaretti, della Europa che cambierà, che su Colao dice: "Ottima la scelta di Conte di nominare Colao, un manager riconosciuto e stimato in tutto il mondo. Dal Partito democratico pieno sostegno al suo lavoro che dovrà dare energia alla ripresa dell’economia e dell’occupazione. Costruiamo insieme un nuovo modello di sviluppo. L’Italia unita ce la farà". Quindi risottolineando il dover costruire un nuovo modello di sviluppo. Che poi erano le cose riportate dal “il Manifesto” di due settimane fa, quando scrisse ai socialisti europei. Scrive Zingaretti, unire gli sforzi: «La costruzione di un welfare efficiente ed aperto a tutti, la definizione di un nuovo modello di sviluppo, la difesa delle fasce sociali più deboli, la valorizzazione del lavoro e della ricerca, la solidarietà tra gli stati, alla luce di questa emergenza diventano obiettivi di stringente attualità», «Nessuna persona, nessun Paese si deve sentire isolato nell’affrontare una situazione inedita. Serve una mobilitazione e una comune dimensione europea di questa crisi». Fino a giungere a queste ultime ore, quando, in veste di presidente della Regione Lazio indica che per ripartire dopo l’emergenza coronavirus bisognerà far riferimento a “4 S: salute, soldi, sviluppo e sicurezza”. E’ la ricetta del Presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, in videoconferenza dallo Spallanzani. “Priorità assoluta – ha detto – è costruire le condizioni affinchè gli italiani vivano sicuri”. Per questo i toni abbastanza trionfanti fanno chiedere a più d’uno: siamo in presenza di una ubriacatura delle parole (tra leader, tra Stati, tra istituzioni nazionali e sovranazionali), oppure davvero, tutti frastornati non sono in grado di dire con chiarezza che la strada da imboccare è quella del perseguimento di un modello socialista di società? Altrimenti, perdono di valore gli ottimistici commenti, sempre delle ultime ore zingarettiane: "L'accordo raggiunto dall'Eurogruppo è un altro passo in avanti e un fatto positivo. Aspettavamo un'assunzione di responsabilità dall'Europa ed è arrivata, anche grazie al contributo determinante del governo italiano". Così il segretario Pd Nicola Zingaretti. "Ora dobbiamo insistere per un'Europa protagonista ma si è aperta la possibilità di nuove risorse per sostenere lo sviluppo. È questa l'Europa che vogliamo, solidarietà e lavoro. Da questo accordo nessun sacrificio è chiesto e nessuna limitazione della nostra sovranità è passata". A riportare tutti coi piedi per terra prima del grido/annuncio di vittoria circa nuovi modelli e approdo al socialismo in Europa, ci pensa,da un’area contigua alla sinistra, Alfiero Grandi, il quale ricorda che: “In sostanza è evidente che per uscire dalla stretta attuale occorre mettere in discussione dei tabù e decidere scelte innovative, usando gli spazi esistenti e aprendo una seria discussione sulle modifiche ai trattati. Per inciso la questione del primo approdo dei migranti è stata alleggerita, non risolta. Il “faremo da soli” di Conte obbliga il governo ad avere un progetto di sviluppo, un programma di interventi per guidare il cambiamento economico e sociale. L’innovazione va programmata e guidata, facendo partecipare attivamente la società e gli interventi debbono prendere risorse da chi le ha e sostenere chi non ne ha. Tornando all’intesa nell’eurogruppo, in attesa di capire cosa lascerà vedere la nebbia che per ora avvolge alcune decisioni come il fondo per la ripresa, il cui valore è dato tra 500 e 1000 miliardi, occorre una strategia complessiva e la capacità di trasformare l’intesa tra un gruppo di paesi in un progetto capace di cambiare il volto dell’Europa. Ma una riunione difficilmente può bastare. Una crisi profonda come questa richiede un lavoro di lunga lena e una piattaforma politica ed economica chiara che guarda all’Europa (e all’Italia) del futuro. Altrimenti saranno guai seri.”. Noi avanziamo una proposta a margine: se davvero qualcuno ipotizza un rivolgimento possibile in atto, se concretamente si vuole perseguire un cambio di sistema, un nuovo modello di società, non sarà il caso di aprire un grande confronto nel Paese dove tutti possano sentirsi protagonisti? Non viverla, non interpretarla così, significherebbe perseguire l’aggiustamento dell’ultimo minuto, il parto del topolino da parte della montagna. Invece, si può scegliere con chiarezza di fare una immensa campagna popolare e di massa come fu per Unidad Popular, oppure ritrovarci, rovinosamente, alla braciolata di quartiere solo per due salsicce ed un bicchiere di vino. Nicola Zingaretti può rispondere chiaramente, per se e per l’intera maggioranza e financo per il Governo. Noi vigiliamo, ma senza avere in tasca alcun “semino d’illusione”.

Maurizio Aversa

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