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(9 Aprile 2013) Enzo Apicella

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LA PRIMA LINEA

Editoriale del numero 58 di Cub Rail, la rivista wobbly dei ferrovieri

(13 Aprile 2020)

Questo numero è interamente scaricabile in PDF, gratuitamente, dal sito di Cub Rail che consigliamo di seguire: http://cubferrovie.altervista.org/nuova-uscita-cub-rail-no…/
Buona Lettura!!

No Hay Peor

L’immagine della II di copertina è una icona della lotta del popolo cileno che da 6 mesi si sta battendo con coraggio per condizioni di vita eque e dignitose.
Una lotta esemplare che porta in sé molte delle rivendicazioni che anche come ferrovieri Cub portiamo avanti da anni nel nostro paese.
In Cile dall’inizio degli anni Ottanta è stato tra i pionieri nell’aderire alle teorie economiche capitaliste classiche. La Costituzione cilena del 1980, redatta e approvata sotto la dittatura militare di Augusto Pinochet, ha fornito il quadro giuridico dell’attuale sistema neoliberista.
Peraltro il Cile non hai mai fatto i conti fino in fondo con le efferatezze della dittatura di Pinochet che è stato uno dei regimi più liberticidi e feroci del mondo, con l’uccisione spregiudicata di migliaia di oppositori politici, molti dei quali mai ritrovati.
Del resto il Cile ha sempre rappresentato un baluardo atlantico, contro il rischio di affermazione di tendenze politiche socialiste nell’America Latina.
Anche il recente Governo di Piñera, fantoccio dell’imperialismo statunitense, è stato considerato un miracolo economico in Sudamerica dalla propaganda americana, ma mentre l'1% della popolazione può effettivamente beneficiare del suo mercato neoliberale, il 50% dei lavoratori cileni hanno salari da fame.
I dati macroeconomici indicano un caso di scuola: il paese è il più ricco del Sudamerica, ma anche il più diseguale; la distribuzione della ricchezza e le disuguaglianze economiche confermano risultati fra i più iniqui al mondo.
A causa delle privatizzazioni poche multinazionali dominano il mercato in molti settori, controllandolo e tenendo i prezzi alti, con forti speculazioni e rincari su prodotti di uso comune: dal mercato del pollo a quello di fazzoletti e carta igienica, fino alle farmacie.
Il Cile è ad esempio il solo paese al mondo dove la Costituzione stabilisce che l’acqua è di proprietà privata, gestita da società straniere con prezzi non accessibili a tutta la popolazione, che spesso deve attingere a fonti alternative luride e non potabili. A Santiago per esempio il servizio idrico cittadino è gestito dalla società ESSAL, del cui capitale la principale azionista è la multinazionale francese ENGIE (azionista anche di ACEA- acqua di Roma, tramite la controllata Suez).
Il salario minimo, nel 2019 fissato a 375 euro lordi (301.000 pesos), confrontato con il crescente costo della vita cileno è insufficiente: il canone d’affitto medio per un appartamento fuori dal centro di una grande città si aggira sulla stessa cifra. Aggiungendo le spese per le utenze, care rispetto agli altri vicini sudamericani , la supera abbondantemente.
Lo stipendio medio al netto delle imposte si attesta sui 652 euro: così i lavoratori cileni, per arrivare alla fine del mese, devono fare i salti mortali o indebitarsi.
A giugno, il prezzo dell’elettricità è aumentato del 10%.
Il sistema educativo è costoso, quello sanitario è scadente, il sistema pensionistico non funziona, lascia la maggior parte della popolazione cilena anziana in condizioni di estrema povertà.
In Cile l’istruzione e privata: Oltre i tre quarti degli universitari cileni è costretto a studiare in istituti privati, gli unici che consentono una adeguato grado di istruzione, che chiedono rette in media sopra i 3mila dollari all’anno, cifre coperte spesso ricorrendo a prestiti da banche e finanziarie.
Il sistema previdenziale, privato: Il sistema previdenziale cileno è “progettato per spostare la ricchezza dalle masse ai ricchi, perché i lavoratori sono tenuti a investire i loro risparmi in fondi di investimento privati che applicano rendimenti ridicoli” (fonte giornalistica), il sistema pensionistico è affidato a quei fondi e non esiste la previdenza pubblica. Tuttavia gli assegni restano bassi rispetto al costo della vita e anche un medico con quarant’anni di lavoro alle spalle non supera i 700 dollari di pensione.
Il sistema sanitario è privatizzato: Il dominio totale del libero mercato, senza correttivi di sorta, vale anche nella sanità: anche qui una quota dello stipendio va all’assicurazione sanitaria, pubblica o privata. La differenza tra i servizi offerti dagli ospedali statali e quelli delle cliniche private è enorme, tanto che nel sistema pubblico scarseggiano attrezzature, medicine posti letto e i servizi di medicina specialistica e ambulatoriale pubblica sono pressoché inesistenti.
Le proteste:
Il Cile è piombato nel caos di manifestazioni alimentate da un malcontento profondo.
Le proteste in Cile sono scoppiate in modo violento il 17 ottobre 2019 dopo l’aumento del 4% delle tariffe della metropolitana (il 6 ottobre).
L’aumento del prezzo del biglietto dei mezzi pubblici è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmo dell’economia cilena, profondamente iniqua.
I manifestanti hanno dichiarato lo sciopero generale, e Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza in tutto il paese, soprattutto nella capitale Santiago, nella emblematica Plaza de la Dignidad, verso la quale il 25 ottobre hanno marciato oltre un milione di persone.
Il governo di Sebastian Piñera ha subito schierato 10.000 soldati, che si sono aggiunti alle forze dell’ordine, con il compito di reprimere le proteste che si sono subito trasformate in scontri a oltranza per la resistenza del popolo cileno.
L’uso massiccio e indiscriminato della violenza da parte delle forze armate, della polizia e dei carabineros che hanno cominciato con l'utilizzo di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, per poi passare alle armi da fuoco, ha riportato il Cile in un clima dittatoriale, con decine di morti e centinaia di feriti tra i manifestanti (molti con ferite agli occhi, a causa di speciali proiettili in dotazione alle forze dell’ordine), migliaia di arresti ma anche omicidi politici e sistematiche violenze sessuali dei militari sulle attiviste femministe, altri attivisti sono semplicemente scomparsi, nella migliore tradizione stragista del regime di Pinochet.
Nelle principali città le strade e le piazze sono presidiate dall’esercito e al calar del sole vige il coprifuoco, rigorosamente sfidato dai manifestanti.
Dopo mesi di proteste il governo Piñera ha ritirato la legge per l’aumento delle tariffe dei trasporti e per placare le rivolte, ha concesso un referendum Costituzionale previsto prima ad Aprile e poi spostato al 25 ottobre con la scusa della emergenza da Coronavus, continuando comunque a giustificare l’uso delle forza e il sangue versato nelle strade.
Del resto, dopo aver incassato l’approvazione della legge anti-barricate contro il diritto alla protesta sociale, Piñera non ha alcuna intenzione di limitare l’azione repressiva, come dimostra l’acquisto di 11 nuovi blindati di fabbricazione israeliana e di altrettanti cannoni ad acqua.
I leader dei manifestanti hanno respinto l’offerta truffaldina di Piñera e rilanciato le lotte fintanto che lo stato di emergenza non sarà cancellato e l’esercito non lascerà le strade.
I manifestanti hanno continuato la lotta, occupato stazioni e chiuso i trasporti pubblici e praticato espropri proletari di beni alimentari nei supermercati (sopratutto di compagnie multinazionali americane), rivendicando il diritto all’istruzione gratuita, al lavoro dignitoso, all’assistenza sanitaria e ai trasporti di qualità, ai diritti sociali che ora sono privatizzati.
Peraltro i manifestanti accusano militari e polizia, travestiti da manifestanti, di devastazioni e incendi di edifici pubblici, a dimostrazione che il governo sta appositamente creando disordini per giustificare l’oppressione e far scendere l’esercito in strada.
Lo sviluppo delle proteste ha visto affermarsi nelle piazze, con le mobilitazioni del cosiddetto «super lunedì», il movimento “Primera Linea” dominato dalla presenza per le strade dei giovani e dei giovanissimi.
La Primera Linea ha aggiunto l’estro e la passione giovanile alla rabbia e alla disperazione popolare dando vita a azioni di protesta tanto spettacolari da rasentare il mito.
I giovani combattenti della Primera Linea, spesso vestiti da super eroi del cinema e dei fumetti, hanno in varie occasioni affrontato polizia e blindanti militari, approntando barricate di strada, armati di bastoni e scudi artigianali dipinti con slogan e inni alla lotta, essi sono una vera spina nel fianco di Piñera che ne ha ordinato la repressione brutale ma nonostante molti arresti e scontri durissimi, la Primera Linea non ha ceduto un metro nelle piazze e nelle strade di Santiago e delle altre città cilene, infondendo forza e vigore alla volontà di giustizia del popolo cileno.
Una altra colonna portante delle lotte cilene è la componente femminista che si è mobilitata per l’altissimo numero di femminicidi e di una legislazione cinica, frutto del manifesto maschilismo del governo Pineira.
Le proteste femministe hanno inoltre registrato un forte impulso dopo il barbaro assassinio di Daniela Carrasco, conosciuta al pubblico come “el mimo”, attivista simbolo delle proteste e artista di strada, violentata e impiccata ad una recinzione a Santiago.
La protesta sociale cilena, in maniera più radicale di altre grandi mobilitazioni nazionali, come ad esempio quella francese contro la riforma delle pensioni, si è progressivamente caratterizzata per un forte contenuto politico ed ideologico del percorso di lotta che, guidato da correnti anarchiche e marxiste, mira in maniera esplicita a rovesciare il sistema economico neoliberista; una mobiltazione che sempre più si fa rivoluzione.
Oggi l’emergenza da Coronavirus che anche in Cile sta arrivando, con gravi preoccupazioni della popolazione per le pessime condizioni del sistema sanitario e per l’accesso alle cure dei meno abbienti, ha messo in stand by anche le lotte ma è una pausa, non uno stop; come scritto dagli eroici manifestanti “la Revolución no vuelve. La primera Linea descansa, se organiza, planifica. Volveremos con todo.”
L’Italia:
Parallelamente anche in Italia, seppur in maniera più graduale, i vari governi succedutisi hanno intrapreso un similare processo di privatizzazioni, che colpisce tutti i settori fondamentali.
Assalti lucrosi che hanno riguardato il ciclo dei rifiuti, la gestione di strade e autostrade, l’energia, le telecomunicazioni e persino il servizio idrico nonostante un referendum nel 2011 ne abbia formalmente vietato la privatizzazione.
Tale processo coinvolge da anni il mondo dei trasporti, dove il TPL è ormai quasi interamente privatizzato, spesso affidato a grandi società straniere, come Gest e Ariba oppure amministrato dai Comuni tramite società di gestione e fondazioni bancarie.
Sorte ancora peggiore ha subito il trasporto aereo, dove la gloriosa compagnia di bandiera Alitalia è stata smembrata e svenduta più volte a speculatori italiani e stranieri che hanno capitalizzato i guadagni, lasciando poi il costo umano e sociale di migliaia di licenziamenti alle casse pubbliche. Un processo talmente fallimentare che oggi si parla finalmente di ri-nazionalizzazione, cogestita da Fs.
Tali processi di liberazione selvaggia hanno interessato a più riprese anche il settore ferroviario, dove solo la lotta coraggiosa dei ferrovieri dei sindacati di base, con decine di scioperi nazionali, ha ostacolato la corsa verso il baratro, che comunque ha già travolto Trenord e aperto alla concorrenza privata nell’alta velocita a Ntv (oggi gestita dal fondo americano Atlantia).
Va comunque ricordato che continuano le manovre di spacchettamento della holding FS, prima con lo scorporo di Cargo, divenuta Mercitalia, poi con la creazione di FS security e Fs tecnology.
Inoltre ormai da anni anche nel settore trasporti operano ditte appaltatrici, spesso cooperative, sempre più impegnate in mansioni prima occupate da dipendenti Fs, con pari mansioni ma con meno tutele e stipendi da fame.
Questi attacchi criminosi lambiscono oggi settori ancora più delicati come quello della Scuola, che rischia di consegnare il diritto alla istruzione solo alle famiglie più abbienti e soprattutto alla sanità pubblica, sempre più smantellata, come dimostra l’incapacità di reagire alla epidemia da Covid 19 che in Italia ha causato quasi 20000 vittime.
Negli ultimi 10 anni in Italia il numero di ospedali è diminuito da circa 1.200 a circa 1.000, con una diminuzione di posti letto da circa 225 mila a circa 191 mila e con 8mila medici e 13mila infermieri in meno. Sempre in dieci anni, il settore dei medici di famiglia ha subito una riduzione del 6,8% e le guardie mediche sono state ridotte del 10%.
Nel contempo ingenti risorse sono state deviate dal sistema sanitario pubblico a quello privato, processo incrementato negli ultimi anni dal welfare aziendale e dalla sanità integrativa (spesso di gestione politico sindacale), di cui usufruisce in via esclusiva la sanità privata e non il sistema pubblico.
In tale situazione è apparsa subito evidente la carenza di posti letto e personale sanitario soprattutto nelle terapie intensive che ha causato moltissime vittime. Un sistema che non è stato in grado di tutelare neanche il personale, con quasi 200 solo tra medici e infermieri, deceduti per il contagio da Sars-Cov2.
Sono questi lavoratori la nostra “Primera linea”, che con il loro sacrificio coraggioso hanno salvato vite e evitato l’esplosione della pandemia, eppure i dipendenti della sanità che comprendono anche moltissimi lavoratori degli appalti a basso reddito, spesso stranieri, in lotta da anni per migliori condizioni di lavoro, sicurezza e minore precarietà, fino a ieri generalmente ignorati e isolati e oggi esaltati come eroi dall’opportunismo borghese.
Invero l’intero mondo del lavoro ha registrato scarsissime tutele in questa emergenza, per la mancanza di protocolli chiari e per la carenza di dispositivi di protezione Dpi, in particolare le mascherine Fp2 e Fp3, carenza registrata anche in ferrovia dove il personale mobile e di stazione è stato fortemente esposto al contagio, con cinismo sprezzante di azienda e sindacati firmatari di Ccnl.
Inoltre il Governo dall'inizio ha approfittato dell'emergenza sanitaria per esacerbare pressioni e divieti nei confronti delle proteste dei lavoratori in particolare sul diritto di sciopero, vietandolo nei settori cosiddetti essenziali, almeno fino al 30 aprile 2020.
Del resto in Italia il vero dramma sociale si materializzerà con la prossima crisi economica, per cui i contribuiti previsti dal Governo sono elemosine inadeguate. Molti settori sono infatti in ginocchio con il rischio di fallimenti di interi comparti, con molte categorie lavorative a rischio povertà, che si aggiungono ad un ampio mondo sommerso di disoccupati e lavoratori a nero, che già prima della emergenza faticava a sbarcare il lunario.
Una situazione incendiaria nella quale già si sono verificati i primi assalti ai supermercati per la fame. Significativa anche la protesta esplosa nelle carceri italiane contro le condizioni indegne di sovraffollamento e di scarsa igiene, ribellioni represse con rigore poliziesco e sangue, come nel carcere di Modena.
In Italia come in Cile è evidente la necessità, per le classi popolari, di affrancarsi dallo sfruttamento e dalla speculazione capitalista, un obiettivo che oggi può essere alla portata della coscienza di massa.
In tale battaglia anche noi ferrovieri nei prossimi mesi saremo Prima Linea a ci batteremo con coraggio, in nome della uguaglianza e della giustizia sociale, per rivendicare un futuro di dignità e diritti.
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Redazione Cub Rail

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