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    India, farmaci e globalizzazione

    (14 Aprile 2020)

    cadila

    La dipendenza del sistema globalizzato da certe produzioni concentrate in talune “fabbriche del mondo”, evidenziato nelle scorse settimane dalla richiesta di mascherine protettive, scopre l’ennesimo capitolo su alcuni farmaci. Correlati se non direttamente all’emergenza Coronavirus, certamente a fabbisogni di tante nazioni. In primo piano sempre l’India che con alcune industrie (Laboratori Ipca e Zydus Cadila) provvede alla produzione e al rifornimento addirittura d’interi continenti. E’ così per i principi attivi di paracetamolo, diversi antivirali e antibiotici, vitamine del gruppo B1, B6, B12. Dal 3 marzo l’esportazione di questa merce è stata bloccata dal governo Modi che s’apprestava a varare un piano di contenimento dell’infezione Sars Cov2. Da parte loro gli industriali farmaceutici indiani erano in fibrillazione perché l’elaborazione di principi attivi non stava ricevendo gli elementi chimici di base dal mercato cinese, finito in quarantena per la pandemia. Intanto la filiera occidentale, dall’Europa all’America, lamentava a sua volta il blocco operato dal governo di Delhi. Mentre le varie sperimentazioni mediche in corso in più nazioni cercano riscontri, ad esempio, nell’idrossiclorochina, non poter disporre di quella molecola per la chiusura dei commerci creava tensioni internazionali. Le cronache raccontano che la scorsa settimana il presidente statunitense abbia chiamato di persona il premier indiano e fra una lusinga, con la promessa di aiuti finanziari, e la minaccia d’istituire ben più devastanti embarghi, ha ottenuto una retromarcia di Modi.

    Cosicché le molecole alla base dei citati farmaci possono nuovamente viaggiare verso diversi Paesi del mondo. Il problema attuale per la farmaceutica indiana è riavviare una produzione che in queste settimane ha ampliato enormemente le commesse, tanto da poter in proiezione raddoppiare gli introiti di settore, che nel 2019 hanno superato i 17 miliardi di euro. Dunque il nodo è la ripresa del lavoro, la fine del distanziamento sociale in una nazione dove il picco dei contagi è atteso fra un mese (attualmente le quote degli infettati risultano bassissime, meno di 7000 casi per 249 vittime). Proprio oggi il governo Modi deve decidere se prolungare la chiusura o meno. La questione accomuna tante economie che si trovano a fare i conti coi legami indissolubili del globalizzazione. Nel settore farmaceutico l’India provvede al 60% della domanda mondiale di vaccini e antivirali e al 57% dei principi attivi (il suo primo cliente sono proprio gli States col 30% delle commesse). Oltre alla possibilità di ripresa del lavoro in sicurezza - che è tutta da verificare un po’ ovunque e in India ancor più - c’è la questione della chiusura di porti e aeroporti, almeno finché non cessa l’emergenza. Così in molte nazioni, come sta accadendo per mascherine e respiratori, scatta la necessità dell’autoproduzione. Ma questa per certe merci non può avviarsi né con facilità né in tempi brevi. Non è un caso che la chimica farmaceutica, più o meno pericolosa, sia stata concentrata in territorio indiano. Bassissimi costi di manodopera, inquinamento ambientale sono temi sensibili agli industriali, ovviamente per evitare spese e controlli, incrementando i profitti. E in certi angoli del mondo governi e Parlamenti aiutano simili piani perversi.
    14 aprile 2020

    articolo pubblicato su enricocampofreda.blogspot.com

    Enrico Campofreda

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