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(25 Aprile 2012) Enzo Apicella

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Il 19 settembre 2019 il Parlamento Europeo, rinnovato con le elezioni del maggio precedente e condizionato dal massiccio ingresso di eurodeputati nazionalisti, xenofobi, neonazisti, ha approvato una risoluzione in 21 punti che equipara il nazismo al comunismo. Fortemente caldeggiata dai partiti di estrema destra dell’Europa orientale, dove già da tempo si è scatenata una feroce repressione contro le organizzazioni comuniste e di classe - messa al bando di partiti operai, scioglimento di sindacati, vere e proprie cacce all’uomo (come, ad esempio, in Ucraina), il documento ha avuto il voto favorevole, tra i rappresentanti italiani a Strasburgo, anche dei parlamentari del Partito Democratico che non hanno avuto ritegno nello schierarsi a fianco dei leghisti, dei fascisti di Fratelli d’Italia, dei forza italioti.

Individuando il 23 agosto di ogni anno come la “Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari” - ponendo sullo stesso piano, per l’appunto, comunismo e nazifascismo - l’Unione Europea ha compiuto un’opera di revisionismo storico di inaudita gravità, di manipolazione degli eventi storici che dovrà trovare spazio, come sollecitato nella risoluzione stessa, nei programmi didattici e nei libri di testo destinati alle giovani generazioni di studenti europei.

L’obiettivo perseguito da questo eterogeneo - ma poi, di fatto, fino a che punto eterogeneo? - blocco reazionario è quello innanzitutto di offuscare la funzione criminale svolta dai vari regimi di stampo fascista e nazista affermatisi in Europa nel secolo scorso, in quanto sistemi politici voluti e sostenuti dal capitalismo contro le aspirazioni rivoluzionarie e di giustizia sociale manifestate dai lavoratori e dalle masse proletarie. Quindi di cancellare il contributo, che comportò un sacrificio immane in termini di vite umane, ad opera del movimento comunista e dall’Unione Sovietica, patria del Socialismo, nella lotta di liberazione dal nazifascismo.

Più in generale, per l’Unione Europea si rende necessario creare una nuova identità ideologica autoritaria e anticomunista per poter attuare politiche economiche che le consentano di competere con le altre potenze imperialiste, cosa che presuppone una politica omogenea e più efficace di contenimento e sottomissione di tutte le manifestazioni dell’antagonismo sociale.

D’altronde già con il “Giorno della Memoria” (che ricorre il 27 gennaio), istituito a livello internazionale 15 anni fa per ricordare l’Olocausto, si è sempre cercato di omettere che nei campi di concentramento nazisti vennero sterminati, oltre a sei milioni di ebrei, slavi, zingari, omosessuali, disabili, malati di mente e migliaia di oppositori politici antinazisti, innanzitutto comunisti, (infatti mai si è colta questa occasione per condannare i violenti metodi di stampo nazista con cui lo Stato sionista di Israele cerca di “risolvere” la questione palestinese).

Nel nostro paese, comunque, non abbiamo dovuto attendere la risoluzione del Parlamento Europeo per avviarci sulla via del revisionismo storico e della falsificazione dei tragici eventi che sconvolsero l’Europa intera nella prima metà del ‘900. In Italia, già 16 anni fa, è stata istituita una giornata commemorativa - il 10 febbraio - conosciuta come il “Giorno del ricordo”, con cui vengono “celebrati” per l’appunto i “martiri” delle foibe e l’esodo dei profughi giuliano-dalmati, “trucidati” gli uni, “perseguitati” gli altri dai “barbari” partigiani comunisti iugoslavi.

Eventi che, decontestualizzati dal più generale quadro storico - cioè le atrocità commesse, in nome dell’italianità e dell’imperialismo fascista, dal regime mussoliniano e dalle truppe italiane, sia prima che durante la Seconda Guerra Mondiale, contro le “inferiori” razze slave - e attraverso cifre artatamente gonfiate di “infoibati” - si trattò in realtà di qualche centinaio di gerarchi e militi fascisti, di esponenti dell’apparato statale del regime, di padroni, tutti macchiatisi di orrendi crimini contro i popoli della occupata Jugoslavia - sono stati utilizzati in funzione anticomunista e antipartigiana, aprendo le porte in tal modo ad un revanscismo nazionalista e ad una sorta di riabilitazione del periodo fascista.

Una sordida operazione politica avviata nel nostro paese dalla destra, amplificata da alcune aree di intellettuali (storici, giornalisti e scrittori, registi televisivi) sempre pronti a saltare sul carro del vincitore del momento, avallata da tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Anche da quei partiti che pur amano dichiararsi “democratici”, “antifascisti” o addirittura di “sinistra”.

Con un siffatto processo politico e “culturale” di sdoganamento di uno dei più terribili periodi della storia europea e nazionale, non ci può stupire la crescita della destra in Italia, sia nella sua versione autoritaria, eppur legale, del leghismo salviniano o del sovranismo di FDL (con la Meloni così ben accolta nei più importanti circoli reazionari statunitensi), che nella sua versione più triviale e squadristica, del tipo di Casa Pound o di Forza Nuova.

L’apertura di covi neri in molti quartieri popolari anche di città a forte tradizione antifascista; le adunate fasciste con esibizione di saluti romani e di simboli del lontano Ventennio; le aggressioni fisiche contro compagni, antifascisti, immigrati; le manifestazioni celebrative - spesso con il patrocinio di amministrazioni locali contigue alla feccia fascista - di figure di vecchi gerarchi dell’era mussoliniana, si susseguono da anni, in spregio alla Carta Costituzionale e il più delle volte impunite da parte di uno Stato borghese che solo pochi anni fa ha varato un’ennesima legge (la Legge Fiano, dal nome del deputato PD che l’ha proposta), che sulla carta dovrebbe contrastare più efficacemente i rigurgiti neofascisti.

Peccato che pure questo strumento legislativo riveli aspetti ambigui e pericolosi, finalizzato anch’esso ad omologare, nella sua applicazione, fascismo e comunismo, prospettando potenzialmente la messa fuorilegge anche di forze che da sempre, e più di altre, hanno veramente combattuto il nazifascismo.

Il rilancio della destra fascista e razzista si è nutrito anche delle gravi responsabilità dei partiti di centrosinistra e del PD in particolare che, in ossequio alla ferrea “dittatura del capitale” e alle sue disumane leggi di mercato - imposte dai grandi poteri economici e finanziari, da sempre i “padrini” del fascismo - sono stati artefici di politiche liberticide e dagli alti costi sociali: nel mondo del lavoro e sindacale, nel sistema previdenziale; oppure nel campo di fondamentali diritti collettivi con la sistematica distruzione della scuola e della sanità pubbliche.

Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che il regime fascista è stato finanziato e supportato da finanzieri, banchieri, grandi industriali e dalle loro multinazionali contro il “pericolo rosso” e ancora oggi il capitalismo in crisi non esita a utilizzare il neofascismo, anche in salsa leghista, per dividere i lavoratori, impedire che acquisiscano una coscienza di classe e reprimerli.

Tutto questo a fronte di un continuo incremento, imposto dalla Nato, delle spese militari, assecondando così quella sempre più tangibile tendenza alla guerra che caratterizza i rapporti tra le grandi potenze imperialistiche del pianeta. Un vero e proprio massacro sociale, dunque, le cui disastrose conseguenze stiamo pagando oggi che ci troviamo ad affrontare la pandemia da coronavirus.

E quando l’emergenza sanitaria e la paura del contagio saranno superate ed esploderà in tutta la sua gravità l’emergenza economica e occupazionale, la ripresa delle lotte sociali che ne conseguirà dovrà fare i conti con la loro criminalizzazione, facilitata anche da quei Decreti Sicurezza che, pur di salviniana memoria, l’attuale governo “giallo-rosso” (sic!) si è ben guardato dall’abolire, nonostante costituiscano un ulteriore tassello nel percorso di involuzione reazionaria dello Stato e della società.

Al contrario, con il pretesto dell’epidemia si sono rafforzati l’autoritarismo e la militarizzazione della vita sociale, colpevolizzando le masse popolari per la diffusione del contagio e nascondendo le gravi responsabilità che vanno individuate nel proseguimento a tutti i costi della produzione (di profitti) da parte dei capitalisti, nella sottovalutazione, nei ritardi, nelle mezze misure prese per settimane dal governo Conte.

Dietro lo slogan “siamo in guerra” e con un linguaggio apertamente bellicista (“medici e infermieri sono le truppe al fronte…”), si è aumentato a dismisura il controllo poliziesco; l’esercito viene schierato in funzione di “ordine pubblico”, dilagano denunce, multe pesantissime e gli arresti; si fa terrorismo psicologico al posto dell’informazione scientifica; si utilizzano strumenti di controllo sofisticati come i droni e le app telefoniche per controllare movimenti e relazioni sociali; si fomentano risposte isteriche e la delazione contro chi viola il “coprifuoco”; si crea ad arte un clima di allarme sociale che serve per giustificare mezzi repressivi più spietati.

Con lo “stato di emergenza” avanza la sistematica soppressione delle agibilità politico-sindacali dei lavoratori, come quella di sciopero, di assemblea, di dimostrazione. È palese il tentativo di limitare la libertà di espressione, di silenziare le voci critiche, così come è evidente che la classe dominante vuole approfittare della situazione per limitare anche in futuro le manifestazioni e le espressioni collettive della protesta politica e sociale.

Contro un‘ennesima riduzione degli spazi di agibilità - che ci impedisce anche di scendere in piazza il 25 Aprile - contro il riaffermarsi dei più egoistici interessi capitalisti, occorrerà sviluppare la massima capacità di organizzazione e di mobilitazione popolare e proletaria. Si dovranno porre le basi per una nuova LIBERAZIONE: con la classe operaia, unitasi in questi tragici giorni, da Nord a Sud, sotto lo slogan “Non siamo carne da macello”, con le lavoratrici e i lavoratori oggi in prima linea nella lotta per esigere l’adozione e il rispetto di adeguate misure di salute e sicurezza, contro l’epidemia e la fame di profitti a ogni costo dei capitalisti, forti di un rinnovato protagonismo come fu quello della classe operaia con gli scioperi antiregime nelle grandi fabbriche del nostro paese nel marzo del ’43.

Ecco perché partiti politici e ambienti culturali asserviti agli interessi di classe della borghesia sottopongono da tempo l’Antifascismo e la Resistenza ad un vergognoso processo di revisione storica e perseguono la criminalizzazione di coloro che - i comunisti - si fecero maggiormente carico della lotta al nazifascismo.

La borghesia teme il riemergere di quella componente rivoluzionaria e di classe che animò il movimento resistenziale. Perché la Resistenza non fu solo “lotta di liberazione nazionale” contro l’invasore tedesco ma fu anche “guerra di classe”, lotta irriducibile tra due classi irrimediabilmente antagoniste: la borghesia capitalista e il proletariato. E in questa lotta il Partito Comunista vi svolse, in ogni sua fase e più di qualsiasi altra forza antifascista, un ruolo determinante.

La Resistenza, ponendosi anche l’obiettivo di costruire una società socialista in cui fossero aboliti lo sfruttamento e l'oppressione capitalistica, fece veramente “tremare” di paura la borghesia italiana e il suo sistema di potere economico e sociale.

Malgrado questi obiettivi siano stati poi abbandonati dalla dirigenza del Partito Comunista Italiano, già sulla via del revisionismo, che antepose l'unità nazionale con gli altri partiti politici italiani partecipanti alla Resistenza (che miravano alla restaurazione in Italia di uno Stato democratico-borghese) agli interessi di classe e alla prospettiva della rivoluzione proletaria, optando persino per il reintegro dei fascisti negli apparati statali, la Resistenza ancora oggi è considerata dalla borghesia un fantasma da cacciare indietro, mentre per i comunisti e per i sinceri antifascisti la Resistenza è ancor più VIVA! Ancor più PULSANTE!"

I comunisti hanno il dovere di difendere l’esperienza resistenziale da quelle distorte “verità” che partiti trasformatisi in comitati d’affari delle lobbies economiche e finanziarie, intellettuali prezzolati, mass media ben addomesticati dai loro padroni capitalisti, vanno propagandando nel nostro paese.

Ai comunisti spetta il dovere di organizzarsi e di muoversi verso la costruzione di un nuovo, vero Partito Comunista, reparto d'avanguardia della classe operaia, che divenga punto di riferimento insostituibile per le masse popolari e proletarie stanche di subire la violenza e la barbarie del capitalismo, che considera la classe operaia , i lavoratori e le loro famiglie come 'numeri sacrificabili' sull'altare del profitto e accumulazione monetaria attraverso il ricatto della scelta tra salute o disoccupazione (es. Taranto), minacciando la chiusura o riduzione dei posti di lavoro con la conseguente povertà e miseria sociale.

La Resistenza rimane quindi un formidabile esempio di sacrificio e di lotta, di speranza di costruire una futura società diversa dall’attuale; una società nuova che ha un solo nome:

Socialismo!

Ora e sempre resistenza


Coordinamento comunista toscano (CCT)
coordcomtosc@gmail.com

Coordinamento Comunista Lombardia (CCL)
coordcomunistalombardia@gmail.com

Piattaforma Comunista - per il Partito Comunista del Proletariato d'Italia teoriaeprassi@yahoo.it

Collettivo comunista (m-l) di Nuoro
cocoml.nuoro@gmail.com

Coordinamento Comunista Veneto (CCV)

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