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Inchiodiamo alle loro responsabilità governo, padroni e bonzi sindacali!

Pandemia da Covid 19

(23 Aprile 2020)

Vi sono precise responsabilità dei capitalisti, dei loro rappresentanti politici e dei loro agenti nel movimento operaio, nell’aver favorito e amplificato il contagio del Covid 19 nel nostro paese, uno dei più colpiti nel mondo.

Per comprenderle, denunciarle ed esigere che i colpevoli paghino, dobbiamo ripercorrere quanto accaduto in Italia negli ultimi mesi.

Il 30 gennaio 2020 l’OMS valuta l’epidemia come “emergenza pubblica di rilevanza internazionale”.

Il primo caso di contagio in Italia viene registrato il giorno successivo, il 31 gennaio, quando due turisti cinesi risultano positivi al Covid 19.

Lo stesso giorno il Consiglio dei ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi, ma solo a parole. Nessuna misura drastica viene adottata. I protocolli sanitari per la rilevazione del contagio sono totalmente inadeguati.

La risposta principale del governo consiste nella sospensione dei voli diretti da e per la Cina. Una misura demagogica e inefficace, poiché continuano i voli indiretti, ma adatta a favorire un’ondata di xenofobia.

Per tre lunghe settimane, il governo e i suoi alti burocrati sanitari dichiarano che il virus non circola in Italia, che la situazione è sotto controllo, che il rischio è minimo.

Non si preparano il sistema sanitario e la popolazione all’epidemia.

Le uniche limitate misure sono di carattere esterno (ad es. i scanner termici negli aeroporti, la gestione dei rientri, etc.).

Il 20 febbraio il Covid 19 viene rilevato su un uomo nell’ospedale di Codogno, grazie all’intuizione di un’anestesista che viola i protocolli sanitari. Altri casi vengono individuati a Vò, nel Veneto.

Tra il 21 e il 23 febbraio il governo ordina il blocco per 10 (successivamente 16) comuni in Lombardia e Veneto, per contenere l’epidemia. Ma al momento della parzialissima chiusura il virus si stava già ampiamente diffondendo, specialmente nella provincia di Bergamo.

Il 29 febbraio, la Confindustria pubblica un video di propaganda per mostrare ai “partner internazionali” che “Bergamo sta correndo” e le aziende non sono colpite dal Covid 19.

La stessa linea, dagli effetti che si riveleranno tragici, viene attuata con la campagna “Milano non si ferma”, a cui hanno dato impulso Sala e Zingaretti.

Mentre i media minimizzano l’epidemia, i politicanti borghesi continuano a mettere in primo piano le necessità dell’economia capitalistica, che non può e non deve fermarsi.

In quegli stessi giorni migliaia di operai e altri lavoratori sfruttati sono esposti all’infezione, rimangono contagiati e la trasmettono ai loro familiari e amici.

Il 1 marzo Conte firma un decreto che contiene misure da applicare nelle “zone rosse”, nelle regioni e nelle province più colpite. A livello nazionale si introduce il lavoro agile nella PA. Ma per chi è impegnato nelle attività manifatturiera, nella cantieristica, nelle cave, nella logistica, nei trasporti, il governo centrale e le regioni non prevedono nulla, giocano solo a scaricabarile.

Mentre il clima politico diventa sempre più caratterizzato dall’“unità nazionale antivirus”, il 4 marzo il governo annuncia la chiusura delle scuole. Non delle fabbriche: gli operai devono continuare a produrre plusvalore rischiando la propria salute e la propria vita.

L’8 marzo di fronte al dilagare dell’epidemia, il governo emana un Dpcm che prevede la quarantena per 16 milioni di persone in Lombardia e altre 14 province.

Il giorno dopo la quarantena viene estesa a tutto il territorio nazionale.

Nulla viene fatto per impedire la famosa “fuga al sud” e nulla viene previsto per far cessare le produzioni non essenziali, per i mezzi di trasporto, etc., che divengono aree a contagio rafforzato. I governatori regionali polemizzano su tutto, ma non su questo.

L’11 marzo il governo ordina la chiusura delle attività commerciali, ad eccezione di generi alimentari e farmacie. Ancora una volta nulla per le attività produttive.

Quello stesso giorno partono gli scioperi, che si estendono in poco tempo dal nord al sud.

Solo dopo decine e decine di fermate spontanee e organizzate, il governo decide di correre ai ripari, incontrando le associazioni dei padroni e i vertici sindacali.

Viene firmato un protocollo di sicurezza sui luoghi di lavoro che fa acqua da tutte le parti:

- sono i padroni a decidere proseguire la produzione oppure sospenderla;

- l’applicazione delle misure di disinfezione, la fornitura dei mezzi personali di protezione, l’adozione di adeguate misure protettive vengono lasciate alla discrezionalità padronale, senza visite mediche, tamponi e controlli da parte delle autorità sanitarie, e senza sanzioni;

- anche se le mascherine non sono disponibili, la produzione deve continuare, persino laddove la distanza di sicurezza non può essere assicurata;

- l’accordo non prende in considerazione i mezzi di trasporto che i lavoratori utilizzano, che sono potenziali veicoli di infezione;

- non c’è la messa in quarantena obbligatoria per i compagni di lavoro dei lavoratori che si ammalano;

- la giornata lavorativa, fino a 10 e più ore in molti casi, non è ridotta, ma è invece permessa, anche laddove si lavora gomito a gomito.

Il protocollo non garantisce la salute e la sicurezza dei lavoratori, né una vera prevenzione dall’infezione. Nemmeno assicura la fornitura dei dispositivi essenziali.

Il suo vero scopo è fornire la giustificazione per proseguire la produzione in migliaia di fabbriche e fabbrichette, cantieri e magazzini, anche in quei luoghi di lavoro dove la sicurezza non può essere garantita.

Solo di fronte alla prosecuzione degli scioperi, il 22 marzo il governo, decide di sospendere (dal 24 marzo) le produzioni non essenziali, cioè quelle non comprese in una lista delle produzioni essenziali (a cui sono state aggiunte le produzioni belliche).

Ma sotto la pressione dei padroni, il governo anche in questo caso prende solo una mezza misura, e con gran ritardo.

Nonostante il dilagare dell’epidemia, migliaia di aziende del Nord hanno infatti ottenuto la deroga per continuare la produzione di plusvalore, vero scopo della produzione capitalistica.

La questione di cosa è essenziale produrre e cosa no, non è stata mai risolta.

I padroni chiedono al governo di andare avanti e i rappresentanti del governo permettono loro di farlo, mentre i burocrati sindacali se ne le lavano le mani.

Questo in un contesto in cui i padroni notoriamente non adottano tutte le misure di sicurezza possibili per risparmiare sui costi, in cui la valutazione dei rischi e gli accordi specifici sulla salute e la sicurezza sono stati sottoscritti solo in pochissime aziende, in cui i tamponi non vengono fatti a tutti i lavoratori che lo richiedono avendo fondati motivi, in cui le risposte arrivano dopo molti giorni….

Il ritardo del governo nell’adottare misure risolute, mantenendo milioni di lavoratori nelle fabbriche, nelle officine, nei magazzini, negli uffici, nei treni, negli autobus, nelle strade, per settimane, ha facilitato la diffusione del virus.

La propagazione dell’epidemia fra Bergamo e Brescia – la più colpita in Italia, con migliaia di morti (molti dei quali occultati) – è in rapporto diretto con l’attività manifatturiera che si svolge in questa zona altamente industrializzata, con circa 800 mila lavoratori impiegati.

Nelle migliaia di aziende grandi, medie e piccole la produzione è andata avanti, secondo i voleri di Confindustria, che ha una forte influenza sul governo, dei padroni e dei padroncini.

Nessuna vera misura di fermo delle produzioni “non essenziali” è stata adottata nelle aree in cui l’epidemia era partita e si stava diffondendo rapidamente.

La decisione di mantenere attive per settimane queste produzioni, così come i trasporti per la forza-lavoro, ha permesso una notevole estensione dell’infezione, con conseguenze tragiche.

A ciò dobbiamo aggiungere che la capacità di contagio del Covid 19, così come la possibilità di guarigione, non è avulsa dalle condizioni di classe. Non tutti coloro che sono colpiti dal virus hanno le stesse possibilità di far fronte all’infezione.

Industriali, banchieri, manager, grandi azionisti, dirigenti statali, e i loro rappresentanti politici, hanno condizioni di gran lunga migliori per affrontare la pandemia rispetto a quelle di milioni di proletari.

Ora, visto che si prolunga la discesa della curva epidemiologica, i capitalisti fanno i loro calcoli (i morti per loro sono soltanto numeri) e chiedono di rimettere completamente in moto la produzione, anche se ciò potrà causare altre tragedie.

Le grandi aziende stanno aumentando la pressione e trovano orecchie attente nei governatori regionali, nei prefetti e nel governo centrale, che ha messo in piedi un comitato guidato dal neoliberista d’assalto Colao per passare alla “fase 2”.

Risultato: sempre più fabbriche riaprono senza misure di sicurezza, mentre si impedisce di manifestare per il 25 Aprile e il 1 Maggio!

La condotta dei capitalisti avidi di profitto e le scelte politiche dei loro rappresentanti - che hanno sottovalutato i prevedibili rischi, eluso obblighi, evitato di adottare misure serie quando la minaccia era evitabile, impedito, dilazionato e reso parziale la sospensione della produzione - hanno contribuito in maniera determinante a esporre milioni di lavoratori al contagio di un virus letale. Di conseguenza hanno determinato la malattia e la morte di decine di migliaia di uomini e donne delle classi sfruttate e oppresse.

La stessa logica si è verificata nelle RSA con norme di sicurezza violate e centinaia di anziani (vuoti a perdere per il capitalismo) che sono morti in maniera orribile.

Le politiche seguite dalla classe al potere non hanno messo al centro la vita e la salute della classe operaia e delle masse popolari, ma la salvaguardia dei profitti, la stabilità del sistema capitalistico e del suo Stato.

Non si tratta solo di incapacità e di errori madornali, ma di politiche calcolate in base al costo che la borghesia ha deciso di far pagare al proletariato pur di mantenere la produzione e reggere la concorrenza internazionale.

Queste tremende responsabilità si sommano a quelle di una classe dirigente che negli ultimi decenni ha distrutto la sanità pubblica a favore di quella privata, tagliato decine di migliaia di posti letto, ridotto il numero dei lavoratori della sanità, con le conseguenze drammatiche che tutti hanno visto.

Basta con queste politiche ciniche e criminali!

I loro artefici ed esecutori - che ora puntano all’impunità per legge - devono essere chiamati a rendere conto di fronte alla classe operaia e alle masse popolari.

I colpevoli della più grande strage di Stato dal dopoguerra devono essere inchiodati alle loro responsabilità e devono pagare per i loro gravi delitti.

Organizzarsi in maniera completamente indipendente dalla borghesia, che per gli operai coscienti significa “Partito comunista”, è il miglior modo per metterli con le spalle al muro!

Da Scintilla n. 107- aprile 2020

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