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(18 Agosto 2012) Enzo Apicella

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COVID 19 E TERZO SETTORE, DAL MODELLO LOMBARDO AL LABORATORIO ROMA. QUALI PROSPETTIVE FUTURE?

(16 Maggio 2020)

Documento di ANALISI, VERIFICA E INFORMAZIONE: effetti e conseguenze penalizzanti, nel terzo settore e nei servizi esternalizzati (servizi sanitari privatizzati, socio sanitari e socio assistenziali ed educativi a minori, anziani, disabili, accoglienza e settori disagiati) a livello nazionale, in occasione della pandemia e del Covid 19, a danno di chi ci lavora e dei beneficiari – cittadinanza.
Dal “modello lombardo” dei servizi socio sanitari esternalizzati (San Raffaele e gruppo KOS), al caso del “Laboratorio Roma Capitale”. Riflessioni tra bandi di gara centralizzati e sentenze del Tar Lazio, servizi sospesi e la farsa della “rimodulazione” alternativa di servizi strategici, una ristrutturazione “mascherata” e giustificata dalla sub cultura dell’emergenza sanitaria.
I limiti e le carenze attuali del “sindacalismo di base” e di comitati di singoli profili professionali, le svendite dei sindacati concertativi e “collaborazionisti”, a fronte dei processi di ristrutturazione e di riorganizzazione dei servizi e attività nel terzo settore, a beneficio del padronato e di gruppi di potere economico-finanziario, per il profitto di pochi a danni di tanti-e.
La prospettiva concreta e attuale dell’AUTORGANIZZAZIONE sindacale INDIPENDENTE, a partire dai posti di lavoro, dell’unità di lotta, per lo sviluppo di forme estese e capillari di resistenza attiva sui territori, per il conflitto sociale e la pratica della “lotta di classe”, in Italia e a livello internazionale.

A cura di Usi Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912 (usiait1@virgilio.it) maggio 2020 - redatto da Roberto Martelli lav. coop sociali e socio sanitarie e segretario intercategoriale locale p.t. Usi

ancora usi

LO SCENARIO NAZIONALE e le linee di tendenza.
Dall’introduzione con la legge 833 del 1978, del Servizio Sanitario Nazionale SSN, che regolamentava e faceva sperare nell’applicazione dei principi costituzionali di tutela della salute e dell’assistenza in forma di intervento pubblico e di massa, in Italia si è promosso con accelerazione negli ultimi 25 anni, il processo inverso, fatto di deregolamentazione normativa, di privatizzazione dei servizi sanitari, di esternalizzazione delle attività prima a gestione pubblica, di sviluppo in termini di gestione di impresa, di una fitta serie di attività, servizi e prestazioni di ambito socio sanitario, socio assistenziale, fino ad estendersi all’ambito educativo, di riabilitazione e di cura, a minori, alunni-e con disabilità nelle scuole (in parziale accoglimento dei principi della L.Q. 104/92), ad anziani, per varie forme di disabilità, fino alle recenti attività di assistenza e di accoglienza a fasce di popolazione soggette ad “esclusione sociale” (senza fissa dimora, soggetti a dipendenze da alcool o sostanze stupefacenti, ex detenuti), comprendendo nel concetto esteso di “terzo settore”, le varie forme di intervento per la protezione umanitaria e internazionale a rifugiati, richiedenti asilo e migranti, non solo pubblico o convenzionato con istituzioni pubbliche (Enti Locali, strutture sanitarie, Regioni, Ministeri), ma rendendo appetibile alla logica di mercato, anche attività e interventi sociali, prima appannaggio di associazioni di volontariato, laico o religioso.

A fronte di questo processo di privatizzazione e di esternalizzazione, in regime di appalti, affidamenti e convenzioni di importanti e strategici servizi, in ambito residenziale e semi residenziale (Case di Riposo per la parte socio assistenziale di competenza di Comuni ed Enti Locali per gli anziani autosufficienti o parzialmente autosufficienti, fino alle odierne RSA Residenze Sanitarie Assistite per anziani e utenti non autosufficienti, di competenza delle Regioni e delle AA.SS.LL.), come per le attività di cura e di riabilitazione (case di cura, centri di riabilitazione…), tipiche dell’assistenza e della sanità privata su impulso di enti religiosi e di fondazioni, che ha visto progressivamente tali servizi e strutture affidate a cooperative sociali, enti onlus, fondazioni o società vere e proprie, si è sviluppata anche la tendenza all’individualizzazione dell’assistenza alla persona, tramite l’utilizzo spesso a condizioni non regolari di lavoro, di contratti, di regimi salariali e di diritti, di figure come le collaboratrici e assistenti familiari, badanti, spesso reclutate tra le lavoratrici immigrate. Lavoratrici che hanno pagato anche loro finora un prezzo alto, anche con la perdita di posti di lavoro o la riduzione del lavoro, vedremo quanto regolarizzato e contrattualizzato in termini concreti ed efficaci, dai provvedimenti governativi del “D.L. rilancio”, analogamente alla condizione lavorativa della forza lavoro utilizzata in agricoltura e nel settore del lavoro bracciantile e stagionale (per quanto ci riguarda, a prescindere dalla nazionalità, colore della pelle, lingua, religione od orientamento sessuale di chi sfacchina nei campi o nelle attività connesse…DI VITTORIO ci ha lasciato, non solo a noi dell’Usi, un grande insegnamento di civiltà sindacale e culturale, che non dovremmo mai dimenticare).
Una tendenza alla personalizzazione e alla frammentazione di servizi e attività ad anziani, minori con disabilità, disabili e persone con patologie anche invalidanti, (che dovrebbero avere come caratteristica principale il lavoro di rete e di collegamento tra strutture pubbliche e di intervento collegiale, per i vari aspetti sanitari, socio assistenziali e di inclusione sociale, anche tra strutture pubbliche e quelle di iniziativa privata non finalizzate al profitto, all’interno di programmi di intervento finalizzati al benessere, alla tutela della salute e di dignitosa qualità della vita), che ha fatto da espansione familiare e personalizzata, delle varie forme di assistenza domiciliare sviluppatesi in questi ultimi 40 anni nelle principali città e realtà metropolitane, di competenza e spettanza dei Comuni, in gran parte affidate con convenzioni e appalti a cooperative ed enti accreditati, con soldi e finanziamenti pubblici (servizi per assistenza domiciliare ad anziani, a disabili, a minori).

I vari tentativi anche di amministrazioni comunali più avvedute, di codificare con protocolli e modalità standard, i vari tipi di assistenza e di intervento tra enti diversi, non solo come processo di semplificazione burocratica e di eliminazione delle sovrapposizioni di competenze, tra Comuni, Municipi e strutture sanitarie con enti del privato sociale e cooperative affidatarie, ma con la finalità di avviare una programmazione e una pianificazione che partisse dai reali bisogni delle varie fasce di utenza, delle esigenze e delle pratiche concrete di intervento personalizzato, non hanno dato gi esiti sperati, se non in determinati periodi e in ambiti limitati a specifiche realtà locali. L'assenza di una buona prassi nella predisposizione, elaborazione e applicazione di precisi protocolli e di procedure standard, da calibrarsi ai piani di intervento individuale sui casi concreti e in aderenza ai bisogni delle persone, una gestione differenziata e non coordinata dei servizi sociali, assistenziali e socio sanitari, sono stati tra i fattori che hanno sicuramente contribuito, quando si è presentata, in termini “emergenziali”, la situazione sanitaria e la pandemia da Covid 19, al quasi definitivo crollo di serie politiche socio sanitarie e assistenziali, con una pessima gestione della situazione nella prima fase di diffusione del virus e del contagio, ma anche di discutibili scelte nella fase di contrasto all’epidemia, verificheremo quelle della c.d. “ripresa o ripartenza”.
L’aver dato progressivamente prevalenza al dato economico contabile, data anche la ristrettezza delle risorse economiche disponibili con le famose politiche di austerità e di risparmio della spesa, da parte delle strutture statali e degli Enti Locali, unita all’applicazione di criteri e meccanismi aziendalistici e dell’omologazione anche a questi servizi, delle regole di mercato e di libera concorrenza, ha prodotto effetti devastanti sulla qualità dei servizi stessi, sulla tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e degli utenti, a volte scaricando sulle famiglie il peso e l’onere di questa “ritirata” dell’intervento pubblico a gestione diretta. Né è dimostrazione concreta, a livello nazionale con punte più elevate dove questo sistema di gestione privatizzata e “mercantile” nei servizi e attività aveva avuto il suo maggiore sviluppo (Lombardia, Piemonte, la stessa Emilia Romagna o il Lazio), il collasso e le carenze strutturali che si sono verificati. L’esempio delle RSA (Residenze Sanitarie Assistite) è quello che anche dalle cronache giornalistiche e giudiziarie connesse al fenomeno del contagio da corona virus è uscito fuori nella sua evidenza, ma analoghi problemi di natura strutturale e congenita, si sono riscontrati nelle varie forme di assistenza domiciliare, nei servizi di accoglienza a rifugiati e richiedenti asilo, nel settore scolastico, sia per gli alunni-e c.d. “normodotati”, ma specialmente per quelli con disabilità o varie forme di disagio sociale, ritardo cognitivo, di apprendimento o di deficit uditivi e visivi.
In questi settori, le risposte elaborate si sono dimostrate allo stato insufficienti, più dettate da messaggi e segnali istituzionali di immagine e di “marketing”, che di efficacia concreta, per chi ci lavora e per utenti e le loro famiglie. A più di due mesi di distanza, si può rilevare che vi è stato, un uso strumentalizzato dell’emergenza sanitaria da Covid 19, per legittimare ulteriori peggioramenti dei servizi, l’abbassamento di qualità e di prestazioni, con pesanti effetti negativi su condizioni di lavoro (su orari e distribuzione settimanale, sul rispetto di contratti individuali e monte ore con ripercussioni negative su salari e retribuzioni, organizzazione del lavoro, rispetto di mansioni, dei progetti di intervento collettivi e individualizzati sui reali bisogni di utenti e i percorsi di l’inclusione sociale, di tutela sanitaria), fino al pretesto datoriale di cambio di CCNL di riferimento, come è avvenuto al San Raffaele in Lombardia, sottoponendo ricatto occupazionale ed emergenza sanitaria per avallare peggioramenti salariali ed economici (con disdetta e cambio di contratti collettivi nazionali di lavoro più vantaggiosi per i padroni del privato sociale e meno favorevoli per i dipendenti) o con il rischio di riduzione drastica di ore contrattualizzate, di salario e di diritti connessi a forme di rimodulazione alternativa di servizi sospesi, come per le scuole e gli asili, con uso distorto degli stessi parametri dei vari DPCM governativi succedutivi dal 4 marzo 2020, per far accettare modalità poco utili, scarsamente efficaci di prestazione lavorativa e di lavoro sociale, con l’avallo di solerti funzionari, dirigenti pubblici, di cooperative in perenne concorrenza tra loro nel “mercato dei servizi”, con l’avallo di ottuse burocrazie e dirigenze di sindacati di stampo concertativo, nella sottoscrizione di accordi e protocolli di intesa.

IN QUESTA FASE DI CRISI SANITARIA E NON SOLO, si è anche rilevata un’applicazione superficiale quando c’è stata, una carenza strutturale che è venuta fuori in tutta la sua drammaticità, in materia di mancata e piena applicazione delle norme (articolo 2087 del codice civile, D. lg. 81/2008) e delle pratiche su salute e sicurezza sul-del lavoro e dei luoghi e ambienti di lavoro, per i PRINCIPI CARDINE IN MATERIA: mancata PREVENZIONE, INFORMAZIONE, FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO di lavoratori e lavoratrici, anche sul corretto utilizzo e fornitura di TUTTI I D.P.I IDONEI (non solo mascherine e guanti, ma anche tute, sovrascarpe, visiere, necessarie anche a chi svolge attività di assistenza domiciliare o interventi personalizzati, non solo nelle strutture residenziali, semi residenziali, ospedali, cliniche e case di cura, Rsa…), a ridurre i fattori di rischio e di pericolo dal contagio, dalla diffusione del corona virus e delle principali misure di igiene e profilassi in generale.
IN QUESTO AMBITO, SI RITIENE NECESSARIO E DOVEROSO, INDICARE UN ALTRO “fattore di rischio” emerso, la DISCRIMINAZIONE DI GENERE, un “fattore di rischio e pericolo” di cui poco si parla e si agisce, per contrastarlo nel terzo settore e nella società, sul lavoro, in famiglia… Non solo l’aumento delle segnalazioni di donne sottoposte ad abusi o violenze fisiche e psicologiche per la forzata permanenza in casa, ma l’aumento di posti di lavoro persi, di condizioni peggiorate nei ritmi di lavoro e di vita, di molte donne e lavoratrici, di qualsiasi età o condizione di diritti di cittadinanza, con un’accentuazione dal nostro punto di vista, tra le classi lavoratrici e i settori popolari già sfruttati, l’aumento del lavoro sommerso di cura e di assistenza connesso alla sospensione di importanti servizi di rilevanza pubblica. Ne parliamo anche in questo ambito, perché è un ulteriore elemento e fattore indicativo sociale, che non fa dell’Italia un paese civile, anche se capitalisticamente sviluppato.

Lo colleghiamo anche alla decisione autoritaria e con pesanti minacce di ritorsioni economiche e sanzioni (che non avremmo potuto sostenere, pena la chiusura dell’organizzazione), che quest’anno la stessa Commissione di Garanzia per l’attuazione del diritto di sciopero (che è venuta meno al suo compito e funzione statutaria, di organo di contemperamento degli interessi tra quello costituzionale di sciopero e quello di ottemperanza ad accordi di settore in caso di eventi di particolare gravità, a tutto danno del diritto costituzionale di sciopero), su mandato governativo, ha portato avanti, di fatto ha “scippato” lo sciopero proclamato per il 9 marzo 2020, collegato alla giornata internazionale di lotta contro le discriminazioni e le violenze alle donne dell’8 marzo, costringendoci, alla fine, alla sua sospensione. Un segnale che ci riporta alla flessione e compressione di diritti e libertà fondamentali, quelle che ci portano ogni anno a fare dell’8 marzo un momento di riflessione internazionale, per sostenere le lotte e i diritti delle donne tutto il resto dell’anno…così come all’impegno per la ripresa delle iniziative politico sindacali e culturali, ristrette con la giustificazione del contrasto al contagio da Covid 19, della libertà di manifestare e della libertà di circolazione delle persone, la ripresa delle piazze.

IL MODELLO LOMBARDO: dalla privatizzazione dei servizi socio sanitari e lo smantellamento del servizio sanitario pubblico, in nome di un “mercato dell’assistenza” nelle mani di imprese e per speculazioni sugli appalti (vi ricordate che uno dei primi filoni dell’inchiesta di MANI PULITE milanese, partì dalle indagini sugli appalti e le prestazioni del PIO ALBERGO TRIVULZIO NEL 1991? Anche nel 2020 il P.A.T. è tornato sulle prime pagine delle cronache giudiziarie, per altri reati di… pandemia colposa e negligenza), fino a casi emblematici del San Raffaele, alle vicende delle RSA (Residenze Sanitarie Assistite). Al SAN RAFFAELE in Lombardia, lo scontro sul cambio di CCNL con altro peggiorativo, tra dirigenza e proprietà e dipendenti, sostenuti da sindacati autorganizzati e combattivi, tra cui le rappresentanze sindacali di Usi, ha avuto un’accelerazione giustificata dal contemporaneo evolversi della crisi sanitaria da corona virus. Alla sospensione di azioni di sciopero, per garantire elevati standard qualitativi e quantitativi di prestazioni sanitarie, senza rinunciare alla lotta e alla piattaforma rivendicativa, con senso di responsabilità di strutture sindacali e del personale, la risposta della proprietà del san Raffaele è stata invece quella di attaccare i diritti di lavoratrici e lavoratori: non solo ha proseguito nel voler applicare un contratto collettivo nazionale (Aris Aiop) peggiorativo a tutti i neoassunti (con retribuzioni inferiori dell’8%-10%, cancellazione di molti diritti come, quelli legati alla maternità, taglio delle ferie, sul diritto allo studio e alla contrattazione sindacale aziendale, aumento dell’orario medio di lavoro settimanale e mensile), ma ha aperto, strumentalizzando la situazione sanitaria da Covid 19, la procedura del FIS (Fondo di Integrazione Salariale, l’ammortizzatore sociale rimasto dopo i decreti attuativi del Jobs act, D. Lgs. 81 2015 art. 14 e seguenti) per 782 amministrativi, procedura fatta ad aprile 2020 con efficacia…retroattiva. Contro tutto ciò il 9 aprile 2020 i lavoratori hanno messo in atto un flash mob: per denunciare la mancanza di sicurezza in cui devono lavorare, dei tamponi al personale che ha avuto esposizioni, di DPI (soprattutto nei reparti non Covid, in cui alcuni pazienti risultano positivi dopo il ricovero) e turni di 12 ore, che aumentano i rischi per tutti, dipendenti e pazienti. L’Ospedale San Raffaele, che offre un servizio attingendo a risorse pubbliche per il 70%, è parte del gruppo San Donato che in Lombardia possiede anche gli Istituti Clinici Zucchi, il Policlinico San Marco, gli Istituti Clinici Beato Matteo, Villa Aprica e S. Anna e altri.
La proprietà è della famiglia Rotelli, quindi una gestione familiare che della solidarietà delle …famiglie, ha ben poco, al San Raffaele il fatturato è di oltre 600 milioni di euro. La tendenza di questo esempio, che ha un certo seguito non solo in Lombardia (nel Lazio ndr il gruppo delle cliniche del San Raffaele come la RSA di Rocca di Papa in provincia di ROMA, è nelle mani della Famiglia Angelucci, potentato familiare della sanità privata regionale) è che, con il pretesto dell’emergenza coronavirus, si possano scaricare i costi sulle spalle della collettività e di lavoratori e lavoratrici, per aumentare ancor di più il profitto e l’utile. L’emergenza sanitaria impone il divieto di sciopero nei servizi essenziali sulla base dei Decreti Legge come il Cura Italia e i vari DPCM, che proibiscono anche qualsiasi forma di assembramento e manifestazione collettiva. Nell’epidemia tutte le Istituzioni, centrali e territoriali, anche quando parlano, di porre maggiore attenzione alla sanità (peraltro ne parlano gli stessi personaggi politici e della “casta”, che la sanità l'hanno smantellata…), contrappongono sempre centralismo statale a regionalismo, il primo sempre “cattivo” e il secondo “buono”, come se fosse una questione di competenza territoriale il problema, dimenticandosi non certo per “sbadataggine”, di rimettere in discussione la privatizzazione avvenuta della sanità, con la tendenziale dequalificazione dei servizi, con la necessità di tornare ad un modello di sanità totalmente pubblica e tendenzialmente gratuita per le prestazioni sanitarie fondamentali. Non viene messa in discussione, quel fattore di pericolo della sanità privatizzata che alcune Regioni vorrebbero imporre, che ha come modello quello assicurativo americano USA, che è foriero di forti discriminazioni di censo e di classe, a svantaggio dei meno abbienti e delle classi lavoratrici, con un meccanismo di pagamento di prestazioni sanitarie legate al mercato, alla copertura assicurativa pagata e al fattore statistico della “speranza di vita” degli assicurati, per interventi specialistici o complessi, che rende chiaro il motto “…più stai male e più paghi”, con l’ulteriore legittimazione di una sanità regionalizzata riservata ai residenti doc, come ulteriore fattore di divisione sociale basata sulla residenza (analogamente ai processi di regionalizzazione dell’istruzione, con personale docente e non docente proveniente dalle regioni del nord e non dal resto del Paese, alla faccia dell’unità d’Italia di risorgimentale memoria).
Il metodo lombardo, esteso anche in altri ambiti a livello nazionale, produce che in casi di crisi sanitaria e di epidemia, si utilizzino gli ammortizzatori sociali con fondi pubblici statali, per socializzare tra tutta la popolazione, le ipotetiche perdite di minori utili e profitti, con l’esigenza di ottenere per pochi i profitti privati, collegando la crisi con la sub cultura dell’emergenza, per ristrutturare e avviare percorsi di riorganizzazione aziendale, attraverso il licenziamento discrezionale di lavoratori più combattivi, più deboli o ammalati, con condizioni familiari disagiate, sostituendoli magari con altri giovani, precari ricattabili e flessibili ancorchè con livelli di istruzione elevata, o costringendo i lavoratori e le lavoratrici, con la minaccia della crisi e della pandemia cronica e periodica, ad accettare condizioni di aumentata in-sicurezza lavorativa, di ritmi di servizio, carichi di lavoro più pesanti, demansionamenti e declassamenti non determinati da oggettive e comprovate motivazioni tecniche, produttive, di abbassamento delle tutele in materia di salute e sicurezza, di una qualità di vita e di uno svilimento anche professionale che alla lunga produce i suoi effetti penalizzanti. Altri esempi lombardi, il gruppo KOS, gestito dalla famiglia De Benedetti, in questo caso l’investimento diversificato negli appalti della sanità privata convenzionata con la Regione e con soldi pubblici, è gestito da società private o da fondazioni, finanziate da società e capitali multinazionali.
NOTA: Si ricorda che nella Regione Lombardia, dove il virus Covid 19 ha provocato la maggiore percentuale di decessi e di contagi, il controllo di Aziende Sanitarie Locali e Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), dei maggiori ospedali pubblici, è stato affidato in mano a tecnici e medici “leghisti”, non adeguati né preparati ad affrontare la situazione né si sono dimostrati all’altezza dei loro compiti dirigenziali.

SULLE RSA Residenze Sanitarie Assistite: il 90% è ormai privatizzato, solo il 10% del totale a livello nazionale (circa 3500) è ancora con una gestione pubblica diretta e con dipendenti pubblici.
In queste strutture (di cui dai controlli effettuati in questi mesi dagli organismi di vigilanza, attivatisi dopo gli scandali venuto fuori dai contagi e decessi a causa del corona virus, oltre un terzo è fuori legge, non solo su norme su salute e sicurezza, ma anche sul rispetto dei parametri e norme di accreditamento) il personale sanitario (medici, infermiere/i, Oss, ausiliari) è dipendente di cooperative sociali, in regime di appalto (e subappalto o come dice il termine tecnico, in regime di “avvalimento della forza lavoro”, rispetto al soggetto materialmente aggiudicatario dell’appalto o della convenzione), con organici ridotti al minimo (sia per i parametri regionali di assistenza non adeguati da anni, che per rispetto ai budget di gare d’asta, con ribassi sul costo del lavoro ai limiti della legalità, anche nei casi di utilizzo del meccanismo dell’offerta economicamente più vantaggiosa, di fatto un massimo ribasso mascherato, con il silenzio o lo scarso controllo di offerte anomale da parte di stazioni appaltanti e committenti pubblici “negligenti”, con valutazione di violazione dell’articolo 353 del codice penale, turbativa d’asta), con turni e orari di lavoro h24 faticosi e poco funzionali, per sopperire alle strutturali compressioni salariali date dalla condizione di lavoratori-trici esternalizzati e il silenzio complice di sindacati e sindacalisti della casta, compiacenti. Questo personale ha lavorato in questi mesi, nella fase più acuta del contagio, privi di dispositivi di protezione individuale DPI o con fornitura ridotta o non idonea al tipo di attività richiesta, in luoghi e ambienti di lavoro non sanati in modo corretto e in assenza di precise strategie di programmazione di intervento e di prevenzione, con isolamento e per loro, non era stato previsto alcun tampone. La carenza strutturale del Servizio Sanitario Nazionale SSN, le politiche di austerità con 37 miliardi di euro in meno di investimenti in questi anni di smantellamento delle strutture pubbliche e di tagli sulla sanità, la chiusura di centinaia di ospedali e strutture locali con accorpamenti di poli sanitari in luoghi distanti da molti piccoli centri abitati, la drastica riduzione del personale sanitario, la carente formazione e aggiornamento quando ve ne sarebbe stato bisogno per il personale in organico, ha permesso che in Lombardia e in Piemonte, nel pieno della pandemia, per liberare posti di terapia intensiva negli ospedali e nelle strutture, gli anziani ricoverati (in via di guarigione) siano stati spostati nelle RSA, non attrezzate a queste situazioni, senza una adeguata programmazione di interventi, necessari per fronteggiare la situazione.
Quando l'8 marzo 2020, la Regione Lombardia ha deliberato la richiesta alle RSA di accogliere malati da Covid-19 su base volontaria, la Fondazione Don Gnocchi (che nel 2018 ha registrato un fatturato di 277 milioni di euro, con un patrimonio di 200 milioni di euro) si è resa immediatamente disponibile ad accettare tale “possibilità”. Sono rimaste inascoltate le segnalazioni di lavoratori, lavoratrici e sindacati, sulla mancanza di tutele e di preparazione specifica alla corretta e ottimale gestione di tale situazione.

LA FARSA DELLE FORME “alternative” di prestazione lavorativa nelle scuole e nelle strutture di centri diurni Alzheimer, o case famiglia, la “rimodulazione” a costi ridotti e l’inganno sulla pelle di chi lavora e dei beneficiari dei servizi (dalla Didattica a Distanza, specie per alunni-e utenti con disabilità, fino alla “rimodulazione” di servizi con trasformazione di attività collegiali e di gruppo, cambio e snaturamento di mansioni e progetti, in forme di “assistenza domiciliare” con scarsa sicurezza e prevenzione del personale da utilizzarsi, verso anziani, minori, disabili e loro famiglie, fino allo smantellamento dei servizi di accoglienza e al rischio di nuovo contagio).

IL LABORATORIO ROMA: 1 - analisi, commento ed effetti reali per lavoratori-trici OEPA già Aec e utenti e famiglie, dopo la sentenza del TAR del Lazio pubblicata il 16 aprile 2020 sul bando centralizzato in 30 lotti per il servizio di assistenza scolastica e inclusione ad alunni-e con disabilità nelle scuole a Roma, alcuni dati di confronto (seconda sezione del Tar, n° 03948/2020, ricorso Reg. RIC. 10157/2019), per la ripresa della lotta, per la RI-PUBBLICIZZAZIONE DEL SERVIZIO, le possibili prospettive future.
Contrariamente a quanto affermato in modo approssimativo, da qualche comunicato su faceboook, questa sentenza del Tar del Lazio, promossa da una serie di cooperative sociali (diverse delle quali non risultate tra le 30 individuate da Roma Capitale, a gennaio 2020, tra quelle che si aggiudicheranno uno dei 30 lotti in cui è al momento suddivido l’appalto centralizzato del servizio, quindi all’interno di uno scontro tra datori di lavoro in competizione tra loro), l’impianto generale del bando di gara centralizzato ne esce sostanzialmente confermato, non è da questa sentenza di giustizia amministrativa, che si parte per un processo reale e concreto di “internalizzazione” del servizio, anzi.
Tutti i motivi di ricorso, tranne uno, sono stati rigettati dal TAR, che li ha dichiarati infondati se non anche inammissibili, lasciando inalterato il bando di gara nella scelta di Roma Capitale, di mantenere esternalizzato il servizio di assistenza scolastica e di inclusione ad alunni-e con disabilità, nelle scuole di pertinenza territoriale dell’Amministrazione capitolina (dalle scuole dell’infanzia comunali, fino alle scuole secondarie di primo grado, cioè fino alle scuole medie statali comprese materne, elementari statali). Su un solo punto, il ricorso è stato in parte accolto, per “eccesso di potere”, cioè in pratica nella scelta contraddittoria e non ragionevole, con conseguente annullamento delle Determinazioni Dirigenziali (D.D.), che andranno sostituite come alcune parti preliminari del bando di gara; in particolare la D.D. 332 DEL 25 GIUGNO 2019 dovrà essere sostituita e corretta come i capitolati per la parte economica dei 30 lotti in cui è stato finora suddiviso il bando centralizzato, visto che il bando di gara è stato pubblicato il 1° luglio 2019, con efficacia dall’A.S. 2020/2021 (da settembre del 2020), in relazione all’errata e sottostimata valutazione dei riferimenti e parametri economici per la determinazione del costo complessivo del lavoro e dei connessi importi di base di offerta di gara per i 30 lotti. Infatti, i giudici amministrativi hanno rilevato che Roma Capitale ha preso come riferimento le vecchie tabelle economiche del costo del lavoro del CCNL di settore (cooperative sociali, che è quello maggiormente utilizzato nella zona dove si svolge la prestazione lavorativa del personale Oepa già Aec e delle altre figure come i coordinatori del servizio) del 2013, mentre invece avrebbe dovuto prendere come riferimento, i parametri e le tabelle dell’ultimo CCNL Cooperative Sociali, del 2019. Il testo del CCNL sottoscritto in via preliminare il 28 marzo 2019, è stato poi sottoscritto in via definitiva con efficacia 31 maggio 2019, con scadenza al 31 dicembre dell’anno scorso ma con applicazione, per la parte economica degli aumenti contrattuali, fino a settembre 2020.
Rimane invariato il livello e la posizione economica di inquadramento della figura professionale dell’Operatore Educativo Per l’Autonomia in C1 (ex 4° livello), nonostante le promesse e lo specchietto per le allodole lanciato per tenere buona la base dei quasi 3000 Oepa già Aec che risultano complessivamente utilizzati nel servizio, sostituti compresi, così come rimane inalterato nonostante la palese contraddittorietà dei dati, il corrispettivo delle tariffe orarie lorde complessive per questo tipo di servizio. La errata valutazione di Roma Capitale, che ha utilizzato le vecchie tabelle del precedente CCNL di settore (in ciò contravvenendo, come rilevato in diverse occasioni istituzionali e non dalle strutture di Usi, rispetto alla tempistica dei documenti di gara, successivi alla sottoscrizione definitiva del CCNL Cooperative Sociali, a quanto è previsto come requisito fondamentale dall’articolo 23 comma 16 del D. Lgs. 50 2016 e modificazioni, detto codice degli appalti e contratti pubblici, che impone che la base di offerta d’asta non possa essere inferiore al costo complessivo lordo del lavoro, del CCNL di settore o quello maggiormente usato nella zona dove si svolge la prestazione lavorativa, oltre al rispetto dei criteri e principi di fonte costituzionale, ribaditi dalla sentenza 675 del 2016 della Corte Costituzionale, ribadita da noi in più occasioni, anche alla SALA DEL CARROCCIO AI CONSIGLIERI-E COMUNALI IL 20 MAGGIO 2019…un anno fa, come riferimento non superabile per una valutazione di costi NON SOPPRIMIBILI PER SERVIZI ESSENZIALI E STRATEGICI, non soggetti alle regole falsate del…Pareggio in Bilancio), avrebbe una incidenza rilevante a fini della correttezza della copertura economica da inserirsi nei Bilanci di Roma Capitale, sul prezzo posto a base d’asta (in precedenza per 3 anni era di oltre 152 milioni di euro, cioè poco più di 50 milioni per anno fiscale) e sul successivo meccanismo utilizzato, per la fase amministrativa e contabile, del costo e prezzo posto a base d’asta, oltre a incidere come è facile comprendere, sulle coperture economiche delle retribuzioni del personale che sarà utilizzato, almeno per i 30 soggetti cooperativi individuati e aggiudicatari di uno dei 30 lotti del bando centralizzato. Sempre ammesso che come è previsto dall’articolo 105 comma 9 del D. Lgs. 50 2016 e modificazioni, come obbligo dei soggetti aggiudicatari o affidatari, sia applicato integralmente per la parte economica e salariale e quella normativa, il CCNL di settore, anche in considerazione che in media sul costo e prezzo di base d’asta, l’80-85% serve a coprire le retribuzioni complessive di lavoratori e lavoratrici.
Che Roma Capitale, a livello politico e gestionale, non abbia voluto in alcun modo prendere atto dei rilievi fatti in più occasioni da Usi e dallo stesso Coordinamento cittadino op. sociali in lotta di Roma nel 2019, relativi alle incongruenze sulle tabelle e livelli contrattuali da prendere come valido riferimento, così come delle valutazioni sottostimate sulle ore medie di assistenza ad alunno-a beneficiario (che Roma Capitale stimava in 11 ore settimanali ad utente), che si ponevano in contrasto con i dati forniti a maggio 2019 dagli Uffici dei 15 Municipi di Roma Capitale, nonché sullo sfasamento tra i dati indicati dal bando di gara centralizzato, rispetto ai dati di aumento del numero totale di utenti e alunni richiedenti il servizio per l’A.S. 2020/2021, sempre dai Municipi dove risultava un aumento complessivo percentuale del 20% in più rispetto all’A.S. 2019/2020 (mentre Roma Capitale attestava al ribasso un aumento solo del 15% rispetto al numero di alunni dell’A.S. 2018 – 2019), porta a fare ulteriori riflessioni, riportate nella sentenza del TAR del Lazio, ma non censurate come motivo di accoglimento e violazione di legge. Roma Capitale sostiene che dai dati in loro possesso, per l’A.S. 2018/2019, il numero complessivo di utenti beneficiari era di 5872, prendendo per buono il dato al ribasso dell’aumento del 15% per l’A.S. 2019/2020, pari a 881 alunni in più, l’aritmetica porta ad un dato complessivo pari a 6752 utenti…mentre per Roma Capitale, tale sommatoria dei dati di utenti per i 30 lotti dei 15 Municipi di Roma, fa inspiegabilmente …5901. Con la conclusione che sarebbero necessari “solo” 1804 Oepa già Aec secondo i dirigenti della stazione appaltante comunale (Dipartimento Politiche Scolastiche e Centrale Unica di Committenza) che hanno predisposto il bando centralizzato, rispetto agli oltre 2500 realmente in organico nelle cooperative ed enti accreditati e sui circa 3000 stimati, compresi sostituti e figure di coordinamento.
Se invece si prende come riferimento il dato di aumento del 20% fornito complessivamente dai Municipi a maggio 2019, come proiezione attendibile dell’A.S. in corso, il discorso cambia ancora e in peggio, per beneficiari e loro famiglie e ovviamente per lavoratori e lavoratrici. Infatti, un aumento dei beneficiari al 20% avrebbe un dato complessivo cittadino di 1174 utenti in più (rispetto ai 5872 dell’A.S. 2018/2019), PER UN TOTALE DI UTENTI A LIVELLO CITTADINO DI 7046.
Facendo le opportune operazioni aritmetiche, risulterebbero dai dati di Roma Capitale indicati nel bando di gara, 1145 ALUNNI-E CON DISABILITA’ “SCOMPARSI”, dai dati della sommatoria dei 30 lotti per l’A.S. 2018/2019, che risulterebbero con un aumento del 15% (6752), i “desaparecidos” utenti sarebbero 294. IN OGNI CASO, UNA DISCREPANZA RILEVANTE, se tradotta dai numeri in persone fisiche in carne ed ossa e sentimenti-relazioni, che rende difficilmente condivisibile qualsiasi ragionamento al ribasso in termini di costi preventivati dall’Amministrazione, su un servizio strategico come l’assistenza scolastica e i percorsi di autonomia e di inclusione sociale di alunni-e con disabilità nella Capitale d’Italia, PRENDENDO COME RIFERIMENTI I BISOGNI REALI DEGLI ALUNNI-E CON DISABILITA, I PERCORSI DI CONTINUITA’ DIDATTICA, SCOLASTICA E SOCIO ASSISTENZIALE, oltre alla difficoltà per il completo ASSORBIMENTO DELLA EFFETTIVA FORZA LAVORO UTILIZZATA DALLE COOPERATIVE ED ENTI AGGIUDICATARI, provenienti dalle cooperative od enti “uscenti”, SE SI PRENDESSERO PER VALIDI I DATI SBAGLIATI indicati da Roma Capitale, in relazione anche alla sentenza del TAR del Lazio pubblicata il 16 aprile 2020.
Se questa è la premessa, è evidente che anche gli accordi sottoscritti dai sindacati concertativi mesi fa, con l’Assessora della Giunta Raggi Mammì, sui possibili adeguamenti dei budget e delle tariffe dei servizi scolastici, rispetto al CCNL scaduto (sul quale le critiche erano state già fatte l’anno scorso) pari ad un aumento medio tra livelli salariali per il C1 vecchio metodo di calcolo e quelli del CCNL in vigore, pari al 5,93% di differenza, lasciano il tempo che trovano e sono da considerarsi obsoleti.
Ci interessa poco, non avendo posizioni filo cooperative o aziendalistiche, ragionare su adempimenti e correzioni che per effetto della sentenza del TAR Lazio, l’Amministrazione capitolina dovrà fare, per rendere legalmente sostenibile il bando di gara centralizzato.

QUELLO CHE INTERESSA FAR RILEVARE, è che qualsiasi scelta politica e di buona amministrazione, dovrà fare i …conti, non solo su una corretta valutazione costi/benefici tra servizio esternalizzato a soggetti terzi e ritorno a gestione pubblica, cioè la RI-PUBBLICIZZAZIONE DEL SERVIZIO SCOLASTICO EDUCATIVO, secondo la proposta che aveva raccolto oltre 12500 firme, a sostegno della purtroppo decaduta (senza nemmeno arrivare in discussione in Assemblea Capitolina) Delibera di Iniziativa Popolare (che indicava la forma di costituzione di apposita Istituzione pubblica per la gestione del servizio, con il contestuale assorbimento della forza lavoro con graduatoria unica e assorbimento con prova selettiva semplificata, come avvenuto dopo 20 anni di precariato…per il personale ATA non docente già LSU storico delle scuole statali), ma su una valutazione rispettosa del dettato costituzionale e come ribadita dalla citata sentenza 675/2016 della Corte Costituzionale, che per servizi strategici e fondamentali per i disabili, porta non al costo al risparmio e al ribasso secondo meccanismi mercantili, ma sulla reale e necessaria copertura economica e contabile, complessiva del servizio, proprio per soddisfare i REALI BISOGNI DEGLI UTENTI e i loro pieni ed efficaci DIRITTI, che si incrociano come diritto allo studio e ai processi di autonomia e formazione della personalità, con il DIRITTO AL LAVORO di chi questa attività la svolge con passione e come scelta professionale all’interno dei servizi socio assistenziali ed educativi svolti e di competenza legittima dagli Enti Locali.
OEPA già Aec…DIAMOCI UNA MOSSA, POCO O NULLA E’ CAMBIATO DAVVERO, SE NON AVER SPRECATO LA POSSIBILITA’ DELLA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE come percorso coinvolgente, partecipato e concreto di “internalizzazione” con assorbimento di chi ci lavora. La tendenza e la scelta politica che riteniamo sbagliata, dell’omologazione con 5 mesi di sterili incontri con Assessori che al di là delle chiacchiere non hanno fatto un solo atto ufficiale di inversione di tendenza rispetto al bando centralizzato (che non è stato per nulla sospeso o annullato “in autotutela”), senza il parere favorevole dei dirigenti (alcuni dei quali sono della stessa risma di coloro che hanno predisposto il bando centralizzato, sanzionato sotto il profilo del…risparmio sui costi del lavoro e dei falsati budget di base d’asta e del numero reale di utenti beneficiari…), senza alcuna valutazione dell’Assemblea Capitolina, “scippata” delle sue prerogative di organo di indirizzo programmatico sulle modalità di erogazione anche di questo servizio, con l’effetto di farsi strumentalizzare dalla forza politica di maggioranza a Roma Capitale, ad un anno dalla fine del mandato consiliare e politico, nonché di rimanere di fatto subalterni, agli interessi di cooperative e dell’Amministrazione capitolina, per sfruttarci meglio.
La mobilitazione va ripresa nel suo senso e contenuto originario, la lotta deve riprendere, unica soluzione: RI-PUBBLICIZZAZIONE.

I punti oscuri del protocollo di intesa sottoscritto l’8 maggio 2020 tra Assessori (solo parte politica), sindacati concertativi e centrali cooperative, sulla presunta “rimodulazione dei servizi”.
Se quanto esposto al punto precedente, dà il parametro e la scelta di fondo dell’attuale maggioranza capitolina, non ci si dovrebbe stupire delle luci ed ombre del protocollo di intesa, come dichiarazione “politica” di intenti, sottoscritto l’8 maggio 2020, che fornisce una “interpretazione” di alcuni punti dell’articolo 48 del D. L. 18 del 17 marzo 2020, convertito in legge 27/2020, in particolare dei commi 1 e 3, “dimenticando” che sarebbe stato più opportuno, applicare il comma 2 dell’originario articolo 48, per garantire la retribuzione al 100%, per prestazioni divenute “impossibili” per causa non imputabile ai prestatori di lavoro, coerentemente con la tutela al 100% su salute e sicurezza e la completa dignità di chi lavora nei servizi pubblici, esternalizzati o a gestione diretta.
Invece si è scelta una ambigua formulazione di “rimodulazione” di servizi e con prestazioni alternative che non danno una efficace risposta alle esigenze e bisogni di alunni-e con disabilità, alle loro famiglie e sviliscono la natura del servizio scolastico educativo.
DI METODO: E' firmato da assessori municipali e dalla Mammì, quindi da parte POLITICA per Roma Capitale, totalmente assenti direzioni socio educative e i dirigenti e direttori del dipartimento, quindi la parte gestionale, il che fa pensare che poi dovrà essere fatta l'ennesima CIRCOLARE applicativa di un accordo pattizio, che non è una legge e non ha efficacia erga omnes, ma solo per coloro che l'hanno sottoscritta, circolare che manco quella è fonte del diritto. Poi l'ignoranza sindacale pure nei comunicati mandati in giro, parla di sindacati maggiormente rappresentativi, dizione e nozione che non esiste più in Italia dopo il referendum popolare dell'11 giugno 1995, dizione abrogata dal nostro ordinamento giuridico dal DPR 312 del 1995...e siamo nel 2020...

DI MERITO; non si cita in nessun passaggio nè la delibera dell’Assemblea Capitolina di regolamento di Oepa la 80 del 2017, che spiega il servizio e le sue finalità, compiti e limiti, nè sono citati l'articolo 2087 del codice civile e il D. lgs. 81 2008 come fonti del diritto italiano in materia di salute e sicurezza, basandosi in un paio di passaggi ad un generico richiamo alle norme senza citarle, per i passaggi sia della rimodulazione via telematica, che di assistenza domiciliare (…sostitutiva di un servizio scolastico educativo di valenza collegiale, quindi con una ambigua individualizzazione della prestazione) e in molti casi senza la valutazione della ASL, né dei servizi sociali dei Municipi, per la predisposizione dei “piani di intervento individuale” all’interno delle eventuali integrazioni dei PEI (Piani Educativi Individuali) e dei Piani dell’Offerta Formativa.
Nè è chiaro come saranno pagati i lavoratori e lavoratrici, se non in un passaggio pericoloso che parla di “ore materialmente fatte”, quindi non corrispondenti al monte ore contrattualmente previsto e sottoscritto con i soggetti gestori, cioè cooperative ed enti accreditati.
Tale definizione, conferma che si dovrà predisporre apposita controversia di lavoro, sulla base delle manifestazioni di volontà inoltrate dai lavoratori e lavoratrici, per rivalersi con Enti e Roma Capitale, nè scioglie l'ambiguità tra ore fatte in questo modalità “alternativa” e il FIS, che invece è citato nel protocollo di intesa come “CIG O CIGO”, imbarazzante la dichiarazione dei sindacalisti di cgil cisl uil, che non hanno tenuto conto che nemmeno questa risicata forma di ammortizzatore sociale, è arrivata come erogazione concreta al personale…
Le stesse cooperative dovrebbero dichiarare poi, che il loro personale non è in “ammortizzatore sociale”, affermazione che getta ulteriore dubbio, tra dichiarazioni fasulle e verità concreta.
Anche sulla co-progettazione, se si deve verificare il PEI piano educativo individualizzato degli utenti, non è chiaro e non è specificato, che una parte dei passaggi procedurali, prevede dichiarazioni e atti ufficiali delle ASL, per la parte sanitaria e atti concreti dei 15 Municipi, che ci devono mettere faccia e responsabilità (a livello civile, penale, contabile e amministrativo).
Non è un caso che non risultino tra i firmatari di questo protocollo di intesa e la procedura indicata appare suscettibile di forte discrezionalità e in modo approssimativo e superficiale.
Il rischio che si operi con tale modalità uno svilimento del servizio, la sua trasformazione in una sorta di assistenza domiciliare e servizio indiretto, (cavallo di battaglia del M5S sui vari servizi socio assistenziali, l’ASSISTENZA INDIRETTA), sia nella sua versione “mista” con una falsamente asettica prestazione telematica, di un lavoro di relazione e di...contatto anche fisico, con utenti disabili e ragazzi-e, che in questa fase di pandemia diventa prestazione non possibile in modo serio, se non in termini di operazione di marketing e di immagine, per dare una riverniciata a Roma Capitale, all’Assessorato, alle centrali cooperative del Lazio (che chissà se controlleranno se le cooperative loro associate rispettano le regole, a partire dall’applicazione integrale del CCNL di settore), sindacati concertativi e collaborazionisti, un percorso che rischia fortemente, per le esperienze di questo periodo e quelle passate, essere poco utile a utenti, alle famiglie (che devono dare comunque un consenso esplicito) e figuriamoci a lavoratori e lavoratrici...

IL LABORATORIO ROMA: 2 – le carenze della REALE TUTELA DELLA SALUTE E DELLA SICUREZZA SUL LAVORO E DEL LAVORO, tra servizi sospesi, la trasformazione strisciante delle mansioni e delle tutele, le riattivazioni con forme alternative per un recupero di immagine di Roma Capitale ma di scarsa efficacia concreta, ai servizi svolti a livello socio sanitario e assistenziale (Case di Riposo, strutture private in convenzione e RSA). Molte ombre e poche luci del contrasto al corona virus…
In troppi casi, è carente la valutazione dei DVR (Documento di Valutazione del Rischio) aziendali e la verifica con Rls e Rsa di aspetti su salute e sicurezza, tra cui la specificazione dei DPI IDONEI (non solo guanti e mascherine, ma anche tute, visiere e sovrascarpe...) e quali nel caso ci fossero assistenze domiciliari, procedura, che vale pure per chi già fa assistenza domiciliare, Saish Saisa e anche Sismif... come di TUTTE LE MISURE E PROVVEDIMENTI, di adeguamento dei DVR, finalizzati all’eliminazione dei fattori di rischio e di pericolo, acuiti dal contrasto al corona virus, nonchè ALLE NECESSARIE FORME DI INFORMAZIONE, FORMAZIONE, ADDESTRAMENTO, anche nel caso di cambio di mansioni collegate alla rimodulazione in versione telematica e informatica, di chi lavora come Oepa già Aec, ma anche per le figure di OSS utilizzati per l’assistenza domiciliare, nei servizi di competenza municipale.
Del resto la stessa Didattica A Distanza, DAD in sigla, ha avuto ha avuto forti critiche da alcune componenti di docenti più svegli, sulla sua reale efficacia e validità anche per tipologie e patologie che questa roba non avrebbe senso attivare, non solo insegnanti di sostegno ma anche docenti di trincea, che arrivano alle nostre stesse conclusioni (senza parlare della discriminazione reale di censo e di... classe, sociale ed economica si intende, pure tra utenti e famiglie, non tutti si possono permettere tecnologie e modalità telematiche). Va aggiunta anche una valutazione della scarsa efficacia, né alternativa né sostitutiva, di tale servizio “rimodulato”, se non per il possibile risparmio dei Municipi tra le tariffe al ribasso e non adeguate all’attuale CCNL in vigore per i servizi scolastici e le tariffe dei servizi di assistenza domiciliare municipali, che sono diverse anche nella contabilizzazione.
Bisogna pensare, che tale percorso ha un impatto non positivo sulla natura e finalità del servizio di inclusione sociale e scolastica, rompendo la collegialità e il sistema di relazioni che si instaura in un contesto scolastico o con pratica laboratoriale per piccoli gruppi omogenei di utenti e con rapporto adeguato con personale docente e Oepa di un lavoro sociale che non può essere sostituito da un meccanismo telematico e meccanico, rispetto all'isolamento e all'individualizzazione del percorso proposto con la rimodulazione, telematica o nel sistema “misto”.
Né possiamo condividere, senza porci la questione in modo critico e pensante, le dichiarazioni di coloro che hanno sposato questa operazione, legittimando false aspettative di essere considerati docenti od educatori (ma il fatto che si rimanga inquadrati in fascia C1, cioè operai dell’assistenza e non ci sta nulla da vergognarsi su questo, la dice lunga che rimanga il classico “specchietto per le allodole” per sfruttare meglio lavoratrici e lavoratori) o per una comprensibile ma non giustificabile in questo contesto, frustrazione di chi con tanto di laurea o specializzazione, vede in questa modalità alternativa, la possibilità di sviluppare possibili ma improbabili slanci professionali, che però non vedono la necessaria legittimazione nel lavoro quotidiano di chi sta nella funzione di Oepa, Aec, assistente igienico sanitario o altre figure similari utilizzate a livello nazionale. Se battaglia va giustamente fatta, per il riconoscimento di funzioni e mansioni superiori, non è da questa omologazione alle esigenze dell’ENTE LOCALE, al controllo sociale di burocrazie e dirigenze sindacali concertative e complici di tali operazioni di facciata e di immagine, delle stesse controparti delle centrali cooperative, che può partire questa rivendicazione, se non collegata ad un processo di revisione della classificazione del personale posta per esempio dall’articolo 47 del CCNL delle Cooperative Sociali, in senso migliorativo, né da un processo di reale efficace e di massa, riqualificazione del personale e di lavoratori e lavoratrici (ai quali magari è chiesta la laurea per svolgere mansioni operaie, ma mantenendo inquadramento, qualificazione professionale, livello e …salario inferiore alle aspettative e al carico di lavoro e di compiti, non ufficializzati nelle scuole e nelle istituzioni scolastiche, in considerazione che il regime contrattuale è quello di part time ex ciclico multi periodale misto, con risparmio e modalità di utilizzo anche professionale non all’altezza della funzione che potrebbe svilupparsi).
Anche sui percorsi di verifica dell’efficacia di tale modalità alternativa, vanno considerati gli aspetti della volontarietà di famiglie, che avrebbero voce in capitolo eccessiva, per Roma Capitale, ai compiti disciplinati dalla Delibera 80 2017 del Regolamento del servizio e delle competenze (e per fortuna è richiesta anche la volontarietà e il consenso di lavoratrici o lavoratori), con quale modalità sarà prevista tale valutazione e impatto, poiché se sono previste nel PEI le verifiche e valutazioni dei percorsi e atti messi in campo, in termini di efficacia per il benessere di alunni-e, non ci sarebbero gli strumenti concreti, come i GLH nella scuola, con queste attività e mansioni diverse spacciate per attività alternative, la tendenza sembra di una trasformazione di mansioni, aumento di carico di lavoro telematico (non si sa chi paga i costi sopportati dai lavoratori e dalle lavoratrici per l’attivazione dei programmi) svilimento del lavoro collegiale nel percorso di autonomia scolastica e sociale degli alunni-e, una tendenza all’isolamento e alla forte ricattabilità del personale utilizzato, una forma strisciante di ristrutturazione e riorganizzazione dei servizi, di avvicinamento a quell’assistenza domiciliare indiretta e allo smantellamento di diritti, garanzie, trasparenza e certezza di procedure lavorative, professionali e di qualità del servizio, che da anni stavamo contrastando, ma che con il pretesto “dell’emergenza sanitaria”, potrebbero passare come modalità lavorativa …ordinaria. DOVE NON CI SONO IN CARICA, FAR DESIGNARE ALL’INTERNO DELLE RSA COMBATTIVE E CONFLITTUALI, SE PRESENTI, LA FIGURA DI RLS (come prevede l’articolo 47 comma 4 del D. Lgs. 81/2008), A SOSTEGNO coinvolgendo lavoratori e lavoratrici combattivi e non omologati alla passività dominante, della figura di RLS, comitati ai sensi dell’articolo 9 della legge 300 1970, che siano da pungolo su tutti gli aspetti relativi alla piena, efficace applicazione delle norme di tutela su salute e sicurezza (art. 2087 codice civile e D. Lgs. 81/2008).
Le stesse considerazioni e riflessioni critiche, sono utilizzabili per altri servizi strutturati, dalle Case di Riposo, ai centri diurni Alzheimer, alle case famiglia, qualora la “rimodulazione” dei servizi e delle attività, a servizi parzialmente inattivi o ridotti rispetto alla loro ricettività normale, porti alle modalità di tele compagnia (anziani, disabili adulti) o all’assistenza domiciliare (anziani anche con patologie di demenza senile e di Alzheimer).

Consigli utili? ROMPERE L’ISOLAMENTO E LA PARCELLIZZAZIONE scrivendo, segnalando e operando azioni collegiali tra lavoratori e lavoratrici; RIVENDICARE PERCORSI CONDIVISI E COLLEGIALI, VERIFICARE TUTTI I PROVVEDIMENTI SUI DPI, VERIFICA E ADEGUAMENTO DEI DVR, DEI PEI, DEI PROGETTI DI INTERVENTO ORIGINARI; COSTRUIRE FORME COLLETTIVE DI AUTODIFESA, PER EVITARE IL RICATTO STRISCIANTE E LE PRESSIONI INDEBITE, PER COSTRINGERE I LAVORATORI E LE LAVORATRICI, AD ACCETTARE SINGOLARMENTE, TALI MODALITA’….come unica forma per avere una qualche forma di misera retribuzione…

QUALI PROSPETTIVE per il futuro…: dal nostro punto di vista e dall’esperienza pratica maturata sul campo, va sviluppata e potenziata la pratica dell’AUTORGANIZZAZIONE INDIPENDENTE, sui posti di lavoro, attraverso la formazione o il rafforzamento, delle rappresentanze sindacali autorganizzate, autogestite e indipendenti(senza dimenticare i R.L.S.), che si pongano come argine concreto alle svendite dei sindacati concertativi se non addirittura “collaborazionisti”, utilizzando le possibilità aperte dalle sentenze n° 244 1996 e anche 231 del 2013, della Corte Costituzionale, che non vincolano più alla sottoscrizione di contratti collettivi nazionali di lavoro, per potersi organizzare con rappresentanze sindacali autorganizzate e combattive, dall’applicazione delle Convenzioni internazionali OIL (Organizzazione Internazionale dei Lavoro) 87 e 98, sulle libertà e agibilità sindacali.
Va superata la logica e lo strumento dei comitati di singolo profilo professionale o di generiche “assemblee cittadine”, a meno che non siano la rete effettiva e reale della rappresentanze sindacali interne o di Rls, modelli organizzativi e formule, che si prestano ad essere strumentalizzate da gruppi organizzati o formazioni politiche che relegano le attività e le azioni di lavoratori e lavoratrici alla “loro” visione sindacale e politica, spesso con risultati similari alle miopi azioni delle burocrazie e delle dirigenze di sindacati e di politicanti della famigerata “casta”; o che rischiano di prendere direzioni corporative e svincolate da una visione complessiva, globale e solidale, pur partendo da presupposti genuini di rottura delle subalternità esistenti nei rapporti tra chi gestisce il potere economico-finanziario e chi ne è attualmente subalterno.
Forme di collegamento territoriale e di intervento sindacale, come qualche esperienza pratica dimostra in termini di percorso di collegamento, sempre in forma autorganizzata e indipendente, possono darsi con efficacia, per quelle figure che fanno parte del variegato mondo del “terzo settore”, come badanti, collaboratrici e assistenti familiari, che per la natura e il contesto lavorativo nel quale si trovano, non hanno possibilità materiale di mettere in piedi rappresentanze sindacali aziendali RSA o RLS, ma che hanno la necessità di difendersi senza legittimare associazioni di stampo professionale, di natura tendenzialmente “corporativa” come molte di quelle in attività, che spesso provano a rappresentarne gli interessi, ma senza mettere in discussione il modello e le forme di sfruttamento, subalternità e ricattabilità della loro condizione lavorativa, che costituiscono la base di questa ennesima frontiera del lavoro sociale.
Dal nostro punto di vista, l’unità si fa a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici, per ottenere i giusti RAPPORTI DI FORZA, necessari per una reale trasformazione in meglio delle condizioni di lavoro e di vita, non condividiamo il metodo e le modalità del sindacalismo concertativo, collaborazionista, corporativo o di mestiere, che tanti danni hanno prodotto anche in occasione di questa situazione di crisi non solo sanitaria, ma globale, ma la buona pratica che va sviluppata e radicata, a partire dai posti di lavoro nel terzo settore e nei servizi esternalizzati, come in quelli pubblici sanitari, è quella dell’ORGANIZZAZIONE DIRETTA E INDIPENDENTE, AUTOFINANZIATA E AUTOGESTITA, SOLIDALE E COLLEGATA A LIVELLO INTERCATEGORIALE, che si dia anche una prospettiva internazionale.

VALE ANCHE IN QUESTO CONTESTO, IL MOTTO “L’EMANCIPAZIONE, O SARA’ OPERA DI LAVORATORI E LAVORATRICI…O NON SARA’…”, PER UN ALTRO FUTURO da costruire.

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